Sat, 16 May 2026 01:16:00 GMT
Salute
Depressione, per un rapido sollievo basta una dose di psilocibina

AGI - Un singolo dosaggio di psilocibina può fornire rapido sollievo contro la depressione. Questo interessante risultato emerge da uno studio, pubblicato sul Journal of American Medical Association Network Open, condotto dagli scienziati del Karolinska Institutet. Il team, guidato da Hampus Yngwe e Johan Lundberg, ha riportato i dati di una sperimentazione di fase II, nell` ambito della quale sono state coinvolte 35 persone di età compresa tra 20 e 65 anni affette da depressione ricorrente di grado moderato e grave.

I partecipanti sono stati divisi in due gruppi

Alcuni hanno ricevuto una singola dose di 25 mg di psilocibina mentre il gruppo di controllo ha assunto un placebo sotto forma di niacina, una vitamina che provoca una reazione fisica evidente. Entrambi i sottogruppi hanno ricevuto supporto psicologico, prima, durante e dopo il trattamento. La depressione, spiegano gli esperti, rappresenta un problema di salute pubblica che può causare grande sofferenza. I farmaci SSRI sono il trattamento più comune, ma molti pazienti non ne traggono beneficio. Inoltre, il loro effetto può impiegare diverse settimane per manifestarsi e gli effetti collaterali sono frequenti.

La sostanza è presente nei funghi allucinogeni

La letteratura scientifica suggerisce che la psilocibina, presente nei funghi allucinogeni, possa avere esiti antidepressivi, ma la maggior parte delle ricerche precedenti era correlata all` analisi su pazienti oncologici. In questo lavoro, i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di sdraiarsi e concentrarsi interiormente indossando una mascherina per gli occhi e ascoltando musica tramite cuffie. Le misurazioni sono state effettuate da medici che non erano a conoscenza del trattamento somministrato ai singoli partecipanti a distanza di 8, 15, 42 e 365 successivi alla somministrazione.

Efficacia significativa

I risultati hanno mostrato un` efficacia significativa del trattamento, che ha favorito un calo di 9,7 punti nella scala di misurazione della depressione utilizzata nell` ambito dello studio, a fronte dei 2,4 punti riscontrati nel gruppo di controllo. La differenza era statisticamente significativa ed è considerata clinicamente rilevante. I sondaggi compilati dai partecipanti hanno evidenziato un effetto antidepressivo già dal secondo giorno, ed è persistito per poco più di tre mesi rispetto a chi aveva ricevuto il placebo. Dopo sei settimane, il 53 dei partecipanti al gruppo trattato con psilocibina era in remissione, rispetto al sei per cento del gruppo placebo.

A distanza di un anno, la stessa percentuale del gruppo trattato con psilocibina era ancora in remissione, ma non si osservavano più differenze significative tra i gruppi. “I nostri risultati – afferma Yngwe – suggeriscono che la psilocibina può fornire un miglioramento rapido e clinicamente significativo nella depressione e può rappresentare un` alternativa al trattamento standard quando è importante una rapida riduzione dei sintomi. Tuttavia, gli effetti a lungo termine sono incerti. Potrebbero essere necessari trattamenti ripetuti per prevenire le ricadute.

Trattamento ben tollerato

“Il trattamento è stato generalmente ben tollerato – sottolinea Lundberg – la maggior parte degli effetti collaterali è stata di lieve o moderata entità , o transitoria. Due partecipanti hanno riportato ansia grave e persistente che ha richiesto assistenza medica. È importante sottolineare che il trattamento non è privo di rischi e che alcuni pazienti potrebbero aver bisogno di un supporto aggiuntivo” . Nei prossimi step, gli scienziati analizzeranno i dati raccolti tramite scansioni PET, campioni di sangue e liquido cerebrospinale per valutare gli effetti fisici del farmaco. “Le ricerche suggeriscono che l` interazione tra le diverse aree del cervello sia compromessa nella depressione – conclude Yngwe – e che ciò possa essere collegato a cambiamenti nelle connessioni tra le cellule nervose, o sinapsi. Vogliamo indagare se la psilocibina possa alterare la densità sinaptica nel cervello” .



Fri, 15 May 2026 09:18:42 GMT
Salute, Komposer
Carne rossa, da risorsa evolutiva a "rischio globale"

AGI - La carne rossa, alimento cruciale nell` evoluzione umana per milioni di anni, potrebbe oggi contribuire alla diffusione di malattie croniche e all` aggravarsi della crisi ambientale globale. È quanto sostiene una revisione interdisciplinare coordinata da Juston Jaco, Kalyan Banda, Ajit Varki e Pascal Gagneux e pubblicata su The Quarterly Review of Biology, che ricostruisce circa tre milioni di anni di rapporto tra ominidi e consumo di carne.

Secondo gli autori, i primi ominidi iniziarono a integrare alimenti di origine animale in una dieta prevalentemente vegetale già prima della comparsa del genere Homo. La ricerca mette in discussione l` idea secondo cui gli esseri umani primitivi privilegiassero soprattutto la carne magra. Midollo osseo, grassi, organi e tessuti cerebrali sarebbero stati probabilmente più importanti per l` elevata densità calorica e per il contenuto di lipidi essenziali utili allo sviluppo del cervello.
“L` importanza culturale della carne rossa nelle moderne diete euro-americane, tipicamente incentrate su bistecche e arrosti, riflette ideali e pregiudizi che influenzano le ipotesi sulle diete dei primi ominidi” , osservano gli autori.

La revisione contesta anche alcune teorie tradizionali sul ruolo della carne nello sviluppo cerebrale umano

Secondo i ricercatori, le proteine da sole non rappresentano una fonte energetica ideale per il cervello e il successo evolutivo umano sarebbe derivato piuttosto da una strategia alimentare ampia e flessibile, capace di combinare risorse vegetali e animali. Lo studio individua un punto di svolta nella rivoluzione agricola di circa 10-12 mila anni fa. Sebbene l` agricoltura abbia aumentato la disponibilità di cibo, avrebbe ridotto la diversità alimentare, favorendo per esempio la diffusione della carenza di ferro nelle popolazioni che basavano l` alimentazione soprattutto sui cereali.

Gli autori evidenziano però soprattutto gli effetti del moderno consumo industriale di carne rossa

Ampi studi epidemiologici associano infatti il consumo di carne rossa e lavorata a un maggiore rischio di malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, tumore del colon-retto e mortalità generale. La revisione ricorda che l` Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro classifica la carne lavorata come cancerogena di gruppo 1 e la carne rossa non lavorata come probabilmente cancerogena.

Il lavoro analizza anche un possibile meccanismo molecolare esclusivamente umano chiamato “xenosialite” . Gli esseri umani hanno perso circa due milioni di anni fa la capacità di produrre la molecola zuccherina Neu5Gc, ancora abbondante nelle carni rosse comunemente consumate. Una volta ingerita, questa sostanza può incorporarsi nei tessuti umani e interagire con anticorpi del sistema immunitario, generando un` infiammazione cronica di basso grado che, secondo gli autori, potrebbe favorire aterosclerosi, tumore del colon-retto e forse anche declino cognitivo.

La revisione affronta inoltre gli impatti ambientali dell` allevamento intensivo, responsabile di circa il 15% delle emissioni globali di gas serra, oltre che di deforestazione, contaminazione delle acque e diffusione della resistenza agli antibiotici. Gli autori precisano che il lavoro non intende promuovere l` eliminazione totale della carne rossa dall` alimentazione, ma inserire il consumo contemporaneo in un contesto storico ed evolutivo più ampio. “La natura, la portata e il contesto del consumo di carne rossa odierno differiscono drasticamente da quelli del nostro passato evolutivo” , concludono i ricercatori.



Fri, 15 May 2026 01:05:00 GMT
Salute
Dormire troppo o troppo poco accelera l'invecchiamento biologico

AGI - Dormire troppo poco, ma anche troppo a lungo, potrebbe accelerare l'invecchiamento biologico di cervello, cuore, polmoni e sistema immunitario ed essere associato a numerose malattie croniche. È quanto emerge da uno studio guidato da Junhao Wen della Columbia University Vagelos College of Physicians and Surgeons e pubblicato sulla rivista Nature.

Analizzando i cosiddetti orologi biologici di diversi organi umani, i ricercatori hanno osservato che sia il sonno inferiore alle 6 ore sia quello superiore alle 8 ore al giorno risultano associati a un'accelerazione dell'età biologica rispetto all'età anagrafica.

Il legame tra sonno e invecchiamento

Secondo gli autori, il legame tra sonno e invecchiamento riguarda quasi tutti gli organi del corpo e rafforza l'ipotesi che il riposo sia fondamentale per mantenere la salute dell'intero organismo, inclusi equilibrio metabolico e funzionalità immunitaria.

Le parole del coordinatore dello studio

"Studi precedenti avevano mostrato che il sonno è strettamente collegato all'invecchiamento e al carico patologico cerebrale" ha spiegato Junhao Wen, docente di radiologia alla Columbia University e coordinatore dello studio. "Il nostro lavoro va oltre e mostra che sia dormire troppo poco sia dormire troppo sono associati a un invecchiamento accelerato in quasi ogni organo".

Cosa sono gli orologi biologici

Gli 'aging clocks' o orologi biologici sono strumenti sempre più utilizzati per stimare quanto rapidamente una persona stia invecchiando dal punto di vista biologico grazie all'uso dell'intelligenza artificiale e all'analisi di dati biologici come proteine, immagini mediche e molecole presenti nel sangue.

I dati della UK Biobank

Per costruire questi modelli, il gruppo di ricerca ha utilizzato i dati di circa mezzo milione di partecipanti della UK Biobank, applicando tecniche di machine learning per identificare le firme biologiche dell'invecchiamento in 17 sistemi d'organo differenti.

I modelli sviluppati

I ricercatori hanno sviluppato 23 differenti orologi biologici basati su dati di imaging medico, proteine specifiche degli organi e marcatori metabolici. Successivamente il team ha confrontato l'età biologica dei partecipanti con la durata media del sonno riportata dagli stessi soggetti.

Il modello a U del sonno

Dall'analisi è emerso un andamento a forma di U: l'invecchiamento più lento è stato osservato nelle persone che dormivano tra 6,4 e 7,8 ore per notte, mentre tempi inferiori o superiori erano associati a un aumento dell'età biologica.

Limiti dello studio

Gli autori precisano che il dato non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto tra durata del sonno e invecchiamento degli organi, ma suggerisce che sia la carenza sia l'eccesso di sonno possano rappresentare indicatori di uno stato di salute peggiore.

Sonno e patologie

Lo studio ha inoltre evidenziato collegamenti tra alterazioni del sonno e numerose patologie. Il sonno breve è risultato associato a episodi depressivi, disturbi d'ansia, obesità , diabete di tipo 2, ipertensione, cardiopatia ischemica e aritmie cardiache.

Disturbi respiratori e gastrointestinali

Sia il sonno breve sia quello prolungato sono stati invece collegati a broncopneumopatia cronica ostruttiva, asma e diversi disturbi gastrointestinali, tra cui gastrite e reflusso gastroesofageo.

Un quadro fisiologico integrato

"La presenza di questo schema diffuso tra cervello e corpo è importante perché suggerisce che la durata del sonno sia una componente profondamente integrata nella nostra fisiologia" ha osservato Wen.

Sonno e depressione in età avanzata

Il gruppo di ricerca ha approfondito anche il rapporto tra sonno e depressione in età avanzata. Attraverso un'analisi statistica di mediazione, gli studiosi hanno rilevato che il sonno breve potrebbe influenzare direttamente il rischio di depressione tardiva, mentre il sonno prolungato potrebbe agire indirettamente attraverso meccanismi biologici legati all'invecchiamento cerebrale e del tessuto adiposo.

Conclusioni dello studio

"Il nostro studio suggerisce che potrebbero esistere differenti percorsi biologici tra chi dorme poco e chi dorme molto, pur conducendo allo stesso esito clinico, la depressione in età avanzata - ha concluso Wen - per questo non dovremmo trattare queste condizioni nello stesso modo".



Thu, 14 May 2026 12:05:26 GMT
Salute, Komposer
Un italiano su 2 soffre di celiachia, allergie o intolleranze alimentari

AGI - Celiachia, allergie alimentari e intolleranza al lattosio interessano, nel loro insieme, quasi la metà della popolazione italiana. Patologie e condizioni che richiedono oggi una strategia integrata di salute pubblica capace di rafforzare prevenzione, diagnosi precoce, appropriatezza clinica, sicurezza alimentare e uniformità delle prestazioni sul territorio nazionale.

È questo l'obiettivo del convegno "Celiachia, intolleranza al lattosio e allergie alimentari: un approccio integrato per la salute pubblica", in corso oggi a Roma presso Palazzo Giustiniani (Senato della Repubblica), in occasione della Giornata Mondiale della Celiachia che si celebrerà il 16 maggio. Un evento promosso dall'Intergruppo Parlamentare Celiachia, Allergie Alimentari, Lattosio e AFMS con la partnership editoriale della rivista Italian Health Policy Brief.

Il confronto tra istituzioni e sanità

"Una necessaria occasione di confronto tra Parlamento, istituzioni sanitarie, comunità scientifica associazioni dei pazienti e stakeholder del settore alimentare", dichiara la senatrice Elena Murelli, presidente dell'Intergruppo Parlamentare, con l'obiettivo prioritario di approfondire le criticità emergenti, individuando possibili indirizzi di policy, nella convinzione che solo un'azione sinergica tra decisori pubblici, professionisti sanitari e società civile possa garantire equità di accesso alle cure, sicurezza alimentare e piena inclusione sociale.

I numeri della celiachia in Italia

Le diagnosi di celiachia hanno raggiunto quota 265.102 con oltre 13 mila nuove diagnosi nel solo 2023; si stima tuttavia che tra le 300 e 400 mila persone siano ancora non diagnosticate, considerando che la patologia interessa circa l'1 per cento della popolazione.

Allergie alimentari e rischi

Le allergie alimentari coinvolgono una quota crescente della popolazione: secondo i dati del ministero della Salute e dell'Istituto Superiore di Sanità interessano circa il 3 per cento degli adulti e fino al 5 per cento dei bambini, con manifestazioni che possono arrivare fino allo shock anafilattico.

Diffusione dell'intolleranza al lattosio

Molto diffusa anche l'intolleranza al lattosio che, nelle aree mediterranee e in Italia, interessa tra il 40 e il 50 per cento della popolazione, con percentuali più elevate nelle regioni meridionali.

I progressi normativi recenti

Negli ultimi tempi, come è stato rilevato nel corso del convegno, si sono registrati alcuni importanti passi avanti nel rafforzamento della risposta sanitaria nell'ambito dei disturbi alimentari. Anzitutto è stato sottolineato il valore della Legge 130 del 2023 che ha introdotto in Italia un programma sperimentale nazionale di screening pediatrico per il diabete di tipo 1 e la celiachia nella popolazione infantile.

La semplificazione dei buoni senza glutine

Inoltre, con l'articolo 77 della Legge di Bilancio 2026, sono state introdotte importanti semplificazioni grazie alla dematerializzazione dei buoni per l'acquisto di prodotti senza glutine, rendendo anche possibile la loro piena circolarità su tutto il territorio nazionale.

Le direttrici future di intervento

Le disposizioni dell'articolo 77 della Legge di Bilancio 2026 sono state al centro di numerosi commenti che hanno riconosciuto come il provvedimento sia stato il frutto di un dialogo costruttivo tra Parlamento e Governo, nella consapevolezza che molto resta ancora da fare per migliorare il livello complessivo delle risposte sanitarie in materia di sicurezza alimentare, lungo tre direttrici fondamentali: sensibilizzazione, semplificazione organizzativa e informazione.

L'importanza dell'etichettatura

Proprio in relazione al tema della centralità dell'informazione al consumatore e della trasparenza è intervenuto Ugo Della Marta, direttore della Direzione generale dell'igiene e della sicurezza alimentare del ministero della Salute, sottolineando che: "Un'etichettatura chiara, completa e scientificamente corretta rappresenta uno strumento essenziale di prevenzione e tutela della salute pubblica perché consente ai cittadini di compiere scelte consapevoli e sicure".

Il lavoro europeo sugli allergeni

"La Direzione sta partecipando attivamente ai lavori europei di armonizzazione dell'etichettatura precauzionale sugli allergeni (Precautionary Allergen Labelling), decisivi per rafforzare la credibilità dell'informazione soprattutto per le persone in condizioni che richiedono una gestione dietetica rigorosa, come la celiachia".



Wed, 13 May 2026 09:47:07 GMT
Salute, Komposer
Il maneggio di San Raffaele Viterbo celebra 40 anni di riabilitazione equestre

AGI - Quarant` anni di assistenza, cura e inclusione. Il Centro di Riabilitazione Equestre del San Raffaele Viterbo ha celebrato ieri un anniversario che parla molto più della storia di un servizio, racconta una comunità che, da quattro decenni, trasforma la tecnica in relazione, il limite in linguaggio, la cura in possibilità .

Nato sul finire degli anni Ottanta da un` intuizione semplice e rivoluzionaria, il Centro ha saputo costruire nel tempo un modello nel quale il cavallo è diventato molto più di uno strumento terapeutico, è ponte, linguaggio, fiducia, relazione. Un mediatore capace di accompagnare bambini, ragazzi e adulti in percorsi di riabilitazione e crescita, aiutandoli a scoprire risorse, autonomie e possibilità spesso considerate irraggiungibili. Il Centro è parte del San Raffaele Viterbo, struttura accreditata con il Servizio Sanitario Regionale e specializzata in riabilitazione fisica, psichica e sensoriale per il recupero funzionale e sociale di persone di ogni fascia d` età , con particolare attenzione all` età evolutiva e alle patologie dello spettro autistico. Le attività si svolgono con il supporto tecnico dell` Associazione Sportiva Dilettantistica Areda.

Chi c'era alla cerimonia

Alla cerimonia per il quarantennale hanno preso parte, tra gli altri, S.E. Mons. Orazio Francesco Piazza, Vescovo di Viterbo; la Sindaca di Viterbo, Chiara Frontini; il Direttore Amministrativo della ASL, Simona Di Giovanni; il Vicepresidente del CONI e Presidente della FISE, Marco Di Paola; il Presidente del Gruppo San Raffaele, Carlo Trivelli; il Direttore Sanitario aziendale, Amalia Allocca; il Direttore Sanitario della struttura, Piergiorgio Guidorzi; insieme a Daniela Zoppi e Mauro Perelli, rispettivamente responsabile e istruttore del Centro.

La storia del maneggio

La storia del Centro nasce da una scelta controcorrente. Il primo direttore della struttura tentò inizialmente di accompagnare i pazienti fuori dalla clinica, immaginando un graduale reinserimento nella società . Comprese però presto che il mondo esterno era ancora troppo diffidente. Scelse allora di rovesciare la prospettiva, se i ragazzi facevano fatica a entrare nel mondo, sarebbe stato il mondo a entrare da loro.

Aprì così il maneggio alla comunità Viterbese e, da quel momento, pazienti della struttura e giovani del territorio iniziarono a condividere lo stesso spazio, gli stessi cavalli, gli stessi esercizi, le stesse cadute e le stesse conquiste. È in quella intuizione che prende forma ancora oggi il senso più profondo del progetto, l` inclusione non come concessione, ma come esperienza concreta, quotidiana, condivisa.

Dietro questa storia c` è una visione che il Gruppo San Raffaele ha saputo sostenere nel tempo, interpretando il concetto di cura oltre il protocollo clinico e trasformandolo in una presenza concreta sul territorio.

“In quarant` anni il Centro ha dimostrato quanto il cavallo possa essere un mediatore terapeutico straordinario, capace di coinvolgere la persona nella sua interezza” , ha spiegato Piergiorgio Guidorzi. “Ogni percorso nasce da una valutazione clinica e da un progetto riabilitativo personalizzato, ma trova nella relazione con il cavallo una possibilità unica di crescita. Il risultato non è soltanto motorio o funzionale, è anche umano, sociale, identitario.” .

Il valore educativo

A sottolineare il valore sportivo, educativo e sociale dell` esperienza è stato anche Marco Di Paola, secondo cui quella vissuta dai ragazzi che frequentano il Centro è “un` esperienza unica” , capace di portare benefici e risultati concreti in tutti i partecipanti. Per la Sindaca di Viterbo, Chiara Frontini, il Centro rappresenta “un` esperienza bellissima” e un servizio importante per la comunità .

Il maneggio ospita decine di cavalli Haflinger, diversi pony e anche asinelli, coinvolti in progetti terapeutici personalizzati di ippoterapia e onoterapia. Un patrimonio di esperienze e professionalità che ha contribuito a renderlo una realtà riconosciuta e apprezzata, capace di coniugare approccio clinico, relazione educativa e apertura alla comunità . In questo percorso si inserisce anche il Carosello del San Raffaele, esperienza nata dalla stessa visione inclusiva del Centro, nella quale ragazzi con disabilità e ragazzi normodotati condividono allenamenti, responsabilità , emozioni e obiettivi comuni.

Una squadra unica, non due gruppi affiancati, che nel tempo è diventata simbolo concreto di inclusione praticata. Anche quest` anno parteciperà a Piazza di Siena, nella giornata conclusiva della 100ª edizione dello CSIO di Roma, confermando il valore di un progetto che porta nel cuore di uno degli scenari più prestigiosi dell` equitazione italiana una testimonianza concreta di appartenenza, coraggio e possibilità .

 



Tue, 12 May 2026 01:04:00 GMT
Salute
Fare 8.500 passi al giorno può aiutare chi è a dieta a mantenere il peso forma

AGI - Camminare circa 8.500 passi al giorno può aiutare le persone in sovrappeso o obese a mantenere il peso raggiunto dopo una dieta e a limitare il recupero dei chili persi nel tempo. Lo suggerisce uno studio coordinato da Marwan El Ghoch del Dipartimento di Scienze biomediche, metaboliche e neurologiche dell'Università di Modena e Reggio Emilia e pubblicato sull'International Journal of Environmental Research and Public Health.

La ricerca, presentata anche al Congresso europeo sull'obesità (ECO 2026) in programma a Istanbul dal 12 al 15 maggio, evidenzia come l'aumento stabile dell'attività fisica quotidiana rappresenti una strategia semplice ed economica per consolidare i risultati ottenuti con la dieta.

La sfida del mantenimento del peso

Secondo gli autori, il principale problema nel trattamento dell'obesità non è soltanto perdere peso ma evitare di recuperarlo negli anni successivi. Circa l'80% delle persone in sovrappeso o obese che dimagriscono tende infatti a riprendere una parte o la totalità del peso entro tre-cinque anni. "La sfida più importante - e più grande - nel trattamento dell'obesità è prevenire la ripresa di peso - spiega Marwan El Ghoch -. L'individuazione di una strategia in grado di risolvere questo problema e di aiutare le persone a mantenere il nuovo peso raggiunto avrebbe un enorme valore clinico".

La revisione scientifica

Per approfondire il tema, i ricercatori italiani e libanesi hanno realizzato una revisione sistematica e una meta-analisi della letteratura scientifica disponibile. Sono stati analizzati 18 studi clinici randomizzati e, tra questi, 14 ricerche comprendenti complessivamente 3.758 persone sono state incluse nella meta-analisi finale.

Caratteristiche dei partecipanti

I partecipanti, con un'età media di 53 anni e un indice di massa corporea medio di 31 kg/m², provenivano da Paesi come Regno Unito, Stati Uniti, Australia e Giappone. Gli studi confrontavano 1.987 pazienti inseriti in programmi di modifica dello stile di vita con 1.771 soggetti che seguivano soltanto una dieta oppure non ricevevano alcun trattamento specifico.

I programmi di intervento

I programmi di modifica dello stile di vita includevano indicazioni alimentari, consigli per aumentare il movimento quotidiano e monitoraggio del numero di passi effettuati ogni giorno. Le sperimentazioni prevedevano una fase iniziale di dimagrimento, della durata media di quasi otto mesi, seguita da una fase di mantenimento del peso protratta mediamente per oltre dieci mesi.

Numero di passi e perdita di peso

All'avvio delle ricerche i due gruppi mostravano livelli simili di attività fisica, con circa 7.200 passi quotidiani. Nel gruppo di controllo il numero di passi non è aumentato e non si è registrata alcuna perdita di peso significativa. Diversa la situazione nei partecipanti inseriti nei programmi di modifica dello stile di vita.

I risultati nella fase di dimagrimento

In questo gruppo il numero medio di passi giornalieri è salito fino a 8.454 al termine della fase di dimagrimento. Parallelamente, i pazienti hanno perso in media il 4,39% del peso corporeo, pari a circa quattro chilogrammi.

Il mantenimento nel tempo

I ricercatori hanno osservato che il mantenimento di un'attività fisica elevata si associava a un recupero molto limitato del peso perso. Alla conclusione degli studi, infatti, i partecipanti continuavano a effettuare oltre 8.200 passi al giorno e mantenevano una perdita media di circa tre chilogrammi rispetto all'inizio.

Il legame tra passi e rischio di ripresa

L'analisi statistica ha inoltre evidenziato un legame diretto tra incremento dei passi giornalieri e riduzione del rischio di recuperare peso. In particolare, risultava decisivo aumentare il numero di passi già durante la fase di dimagrimento e conservare lo stesso livello di attività nella fase successiva di mantenimento.

Il ruolo della dieta

Gli autori precisano però che l'aumento dei passi quotidiani non sembrava influenzare direttamente la quantità di peso perso nella fase iniziale della dieta. Secondo i ricercatori, in quel momento altri fattori, come la riduzione dell'apporto calorico, avrebbero un ruolo più determinante.

La raccomandazione finale

"I partecipanti dovrebbero essere sempre incoraggiati ad aumentare il numero di passi fino a circa 8.500 al giorno durante la fase di dimagrimento e a mantenere questo livello di attività fisica durante la fase di mantenimento per evitare di riprendere peso - sottolinea El Ghoch -. Aumentare il numero di passi a 8.500 al giorno è una strategia semplice ed economica per prevenire la ripresa di peso".



Tue, 12 May 2026 00:48:00 GMT
Salute
Stress, cortisolo e poche pause: perché il troppo lavoro fa ingrassare

AGI - Chi lavora troppo ha più probabilità di sviluppare l'obesità  e, secondo alcune ricerche, ridurre il tempo dedicato al lavoro potrebbe aiutare a mantenere il peso forma.

Una ricerca internazionale, presentata al Congresso europeo sull'obesità di Istanbul, ha confrontato i modelli lavorativi e la prevalenza dell'obesità  in 33 paesi OCSE dal 1990 al 2022. Lo studio ha rilevato che paesi come Stati Uniti, Messico e Colombia, caratterizzati da un maggior numero di ore lavorative annue, presentano anche tassi di obesità più elevati, nonostante i paesi del Nord Europa consumassero in media più grassi rispetto a quelli dell'America Latina. Una riduzione dell'1% delle ore lavorative annuali è stata invece associata a una diminuzione dello 0,16% dei tassi di obesità .

Perché il troppo lavoro fa ingrassare?

Secondo i ricercatori, la mancanza di tempo per l'esercizio fisico e lo stress legato al lavoro potrebbero spiegare perché chi finisce di lavorare per ultimo ha maggiori probabilità di ingrassare. Pradeepa Korale-Gedara dell'Università del Queensland, in Australia, autrice principale dello studio, ha affermato che l'aumento dello stress innalza i livelli del cortisolo, causando un maggiore accumulo di grasso, soprattutto in lavori che non permettono di bruciare energia. "Quando le persone conducono una vita più equilibrata, vivono meglio", afferma. "Hanno meno stress, possono concentrarsi su un'alimentazione più sana e dedicarsi a più  attività fisiche", aggiunge.

La settimana lavorativa di quattro giorni come soluzione

Sebbene i ricercatori avvertano che lo studio non dimostra un rapporto di causa-effetto e che anche i livelli di reddito dei diversi paesi potrebbero essere un fattore determinante, gli esperti del Regno Unito hanno rinnovato l'appello di istituire una settimana lavorativa di quattro giorni nel Regno Unito, stando a quanto riportato al The Guardian.

I benefici della settimana corta per la salute

"Una settimana lavorativa di quattro giorni con retribuzione completa - spiega James Reeves, responsabile delle campagne della 4 Day Week Foundation - potrebbe ridurre drasticamente i livelli di obesità  in Gran Bretagna, dando a milioni di persone il tempo necessario per abbandonare le cattive abitudini e fare scelte più sane. È fondamentale che i governi locali e nazionali considerino seriamente il ruolo che una settimana lavorativa più breve può svolgere nel migliorare la salute delle nostre comunità . La settimana lavorativa dalle nove alle cinque, di cinque giorni, ha 100 anni ed è giunto il momento di aggiornarla", conclude.



Mon, 11 May 2026 07:36:58 GMT
Salute
Hantavirus: trasmesso dagli animali, non ha cura specifica

AGI - L'infezione da hantavirus, che ha causato la morte di tre persone sulla nave da crociera Mv Hondius , è una malattia virale trasmessa all'uomo dai roditori. Il virus è presente nell'urina e nelle feci degli animali. "Gli essere umani - si legge sul sito del ministero della Salute - contraggono l'infezione quando entrano in contatto con i roditori, i loro escrementi o la loro urina o possibilmente inalando particelle virali in luoghi in cui sono presenti grandi quantità di escrementi di roditori.

No si trasmette da persona a persona

La maggior parte degli hantavirus non si diffonde da persona a persona; raramente, nella parte meridionale del Sud America, l'hantavirus delle Ande si diffonde direttamente tra le persone a stretto contatto fisico. Alcune specie sono presenti in Europa, dove si stanno espandendo in nuove aree e aumentando in quelle endemiche consolidate". In Europa le malattie da hantavirus si stanno diffondendo sia come numero di casi che come aree infette.

Sintomi

Le malattie da hantavirus possono essere caratterizzate da coinvolgimento renale (nefrite) ed emorragie oppure da una sindrome polmonare. Si tratta di malattie acute in cui l'endotelio vascolare viene danneggiato con conseguente aumento della permeabilità vascolare, ipotensione, manifestazioni emorragiche e shock. Le tre sindromi che caratterizzano l'infezione da hantavirus sono: la febbre emorragica con sindrome renale (Haemorrhagic Fever with Renal Syndrome - HFRS), frequente in Europa e in Asia; la nefropatia epidemica (NE), una forma lieve di HFRS osservata in Europa; e la sindrome polmonare da hantavirus (Hantavirus cardiopulmonary syndrome - HCPS), frequente nelle Americhe.  

I sintomi dell'infezione da hantavirus iniziano con febbre improvvisa, mal di testa e dolori muscolari, tipicamente circa 2 settimane (ma possibilmente anche 6 settimane) dopo l'esposizione agli escrementi o all'urina dei roditori. Alcuni soggetti lamentano anche dolore addominale, nausea, vomito e diarrea. Questi sintomi continuano per vari giorni. Le persone con sindrome polmonare da hantavirus sviluppano quindi tosse e respiro affannoso, che possono aggravarsi nel giro di poche ore. Del liquido si forma intorno ai polmoni e la pressione arteriosa si abbassa.

La sindrome polmonare causa il decesso in circa il 50% delle persone

Coloro che sopravvivono i primi giorni migliorano rapidamente e guariscono del tutto in 2-3 settimane. Alcune persone affette da febbre emorragica con sindrome renale l'infezione è lieve e non provoca sintomi. In altri casi, si manifestano improvvisamente sintomi vaghi (come febbre alta, dolori muscolari, cefalea e nausea). Coloro che presentano sintomi di lieve entità guariscono completamente. Nelle altre persone la sintomatologia si aggrava. In alcuni soggetti, si sviluppa grave ipotensione arteriosa (shock). Si instaura un'insufficienza renale e la produzione di urina può interrompersi (anuria).

Possono comparire sangue nelle urine e/o nelle feci ed ecchimosi sulla pelle. Fino al 15% dei pazienti muore, a seconda del ceppo del virus e dei problemi medici sottostanti del soggetto. La maggior parte di coloro che sopravvivono si riprende in 3-6 settimane, ma la guarigione può richiedere fino a sei mesi. I trattamenti consistono in cure di supporto: per la sindrome polmonare, ossigeno e farmaci per stabilizzare la pressione arteriosa; per la sindrome renale da febbre emorragica, dialisi e il farmaco antivirale ribavirina. 



Sat, 09 May 2026 01:14:00 GMT
Salute
Consumare soia e legumi riduce il rischio di ipertensione

AGI - Un maggiore apporto alimentare di soia e legumi è associato a un minor rischio di ipertensione. Questo risultato emerge da uno studio, pubblicato sul British Medical Journal Nutrition Prevention & Health, condotto dagli scienziati dell'Oslo New University College e dell'Imperial College London.

Il team, guidato da Dagfinn Aune, ha analizzato i database di lavori precedenti pubblicati fino a giugno 2025, riportando dieci pubblicazioni che includevano dati da dodici analisi precedenti. Cinque di queste provenivano dagli Stati Uniti, cinque dall'Asia e due dall'Europa. Il numero dei partecipanti variava da 1.152 a 88.475 e il numero di casi di ipertensione arteriosa variava da 144 a 35.375.

I risultati dell` analisi

L'analisi aggregata ha rivelato che un maggiore consumo giornaliero di legumi e alimenti a base di soia era associato a un rischio inferiore di sviluppare ipertensione. Nello specifico, consumare circa 170 grammi di legumi, tra cui piselli, lenticchie, ceci e fagioli, era correlato a una probabilità del 30 per cento più bassa di sviluppare ipertensione.

Il ruolo degli alimenti a base di soia

Allo stesso tempo, mangiare dai 60 agli 80 grammi di alimenti a base di soia, come tofu, tempeh e miso, portava a un rischio del 28-29 per cento più basso di sperimentare la patologia.

Le prove scientifiche

Utilizzando i criteri di classificazione delle prove del World Cancer Research Fund per valutare la probabilità di causalità , i ricercatori ritengono che le prove complessive indichino una probabile relazione causale tra il consumo di legumi e soia e una riduzione del rischio di ipertensione.

Le possibili spiegazioni biologiche

Secondo gli studiosi, una possibile spiegazione potrebbe risiedere nel fatto che legumi e soia sono ricchi di potassio, magnesio e fibre alimentari, tutti elementi noti per le loro proprietà di contrastare l'innalzamento della pressione sanguigna.

Fibre, fermentazione e isoflavoni

Lavori precedenti hanno suggerito che la fermentazione delle fibre solubili presenti nei legumi e nella soia produce acidi grassi a catena corta che influenzano la dilatazione dei vasi sanguigni, mentre il contenuto di isoflavoni nella soia sembra contribuire ad abbassare la pressione sanguigna.

I limiti dello studio

Tra i limiti principali della ricerca, gli autori riconoscono la grande variabilità degli studi inclusi nell'analisi.

Le implicazioni per la salute pubblica

"Nonostante ciò - afferma Aune - i risultati hanno importanti implicazioni per la salute pubblica, dato l'allarmante aumento globale della prevalenza dell'ipertensione. L'attuale consumo di legumi in Europa e nel Regno Unito si attesta intorno agli 8-15 grammi al giorno, ben al di sotto delle raccomandazioni dietetiche di 65-100 grammi giornalieri.

Le conclusioni dei ricercatori

"Saranno necessari ulteriori approfondimenti su larga scala - conclude - nel frattempo, il nostro lavoro rafforza le prove a sostegno dei benefici cardioprotettivi delle diete a base vegetale". 



Fri, 01 May 2026 02:22:00 GMT
Salute
Alzheimer, individuato un nuovo biomarcatore del sangue

AGI - Un biomarcatore ematico, la proteina tau fosforilata 217 (pTau217), consente di individuare precocemente il punto di svolta nello sviluppo dell'Alzheimer, quando l'accumulo di amiloide innesca il danno neuronale mediato dalla tau. È quanto evidenzia un gruppo di ricercatori dell'University College London in uno studio pubblicato sulla rivista Science.

La malattia di Alzheimer si sviluppa nel corso di molti anni prima della comparsa dei sintomi, attraverso processi biologici complessi che includono accumulo di placche amiloidi, alterazioni della proteina tau, neuroinfiammazione e perdita neuronale. Un passaggio cruciale si verifica quando l'accumulo di amiloide porta alla fosforilazione della tau, segnando l'inizio del danno neuronale e del successivo declino cognitivo.

Limiti diagnostici precedenti

Fino a oggi, questa fase iniziale risultava difficile da studiare nei pazienti viventi, a causa della mancanza di strumenti diagnostici non invasivi sufficientemente specifici.

Il ruolo del biomarcatore pTau217

Il nuovo biomarcatore pTau217 permette invece di rilevare in vivo, attraverso un semplice esame del sangue, i cambiamenti patologici precoci associati alla malattia.

Implicazioni per la ricerca clinica

Secondo gli autori, l'identificazione e la validazione di questo indicatore rappresentano un passo significativo, poiché consentono di monitorare con elevata precisione la transizione tra accumulo di amiloide e danno neuronale mediato dalla tau, una fase finora poco accessibile alla ricerca clinica.

Nuove possibilità diagnostiche

Questo progresso apre nuove possibilità sia per lo studio della patologia sia per l'individuazione precoce dei pazienti.

Sfide terapeutiche future

Gli studiosi sottolineano tuttavia che restano sfide importanti. “La prossima sfida sarà sviluppare terapie in grado di interrompere direttamente l'induzione e la propagazione della patologia tau rilevata dal pTau217 plasmatico” , osservano i ricercatori.

Impatto clinico dei biomarcatori

Inoltre, l'impatto clinico di questi avanzamenti dipenderà dalla capacità di utilizzare tali biomarcatori per migliorare concretamente gli esiti per i pazienti, soprattutto quando saranno disponibili terapie preventive efficaci.

Prospettive per l'Alzheimer

Il lavoro evidenzia dunque come l'introduzione di strumenti diagnostici basati su biomarcatori ematici possa trasformare l'approccio alla malattia di Alzheimer, rendendo accessibile una fase precoce cruciale e aprendo la strada a interventi più tempestivi. (AGI)<



Wed, 29 Apr 2026 02:44:00 GMT
Salute
Dolore al tendine d` Achille? 5 regole per tornare a correre

AGI - Con le giornate più lunghe e le temperature più miti cresce la voglia di tornare a correre, andare in bicicletta e fare attività fisica all'aria aperta. Ma proprio in questa fase, dopo mesi spesso segnati da allenamenti ridotti o maggiore sedentarietà , aumenta anche il rischio di infortuni da sovraccarico.

Tra i più frequenti ci sono le tendinopatie, in particolare quelle che colpiscono il tendine d'Achille. Si tratta di una struttura fondamentale per il movimento, sollecitata in attività come corsa, salto, camminata veloce e cambi di direzione. Quando si riprende a fare sport troppo bruscamente, senza un'adeguata preparazione, il tendine può andare incontro a sofferenza, con quadri che vanno dall'infiammazione iniziale fino alla degenerazione del tessuto e, nei casi più gravi, alla rottura.

Il rischio infortuni con la ripresa dell'attività fisica

"Con la bella stagione molte persone ripartono con entusiasmo, ma spesso commettono l'errore di voler recuperare troppo in fretta la forma perduta", osserva Pietro Simone Randelli, presidente della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia (SIOT), direttore della Clinica Ortopedica dell'Istituto Gaetano Pini e ordinario di Ortopedia presso l'Università degli Studi di Milano.

"Il tendine d'Achille è tra le strutture più esposte a questi cambi di carico improvvisi ed è per questo che in primavera vediamo più frequentemente comparire dolore e problemi a questo livello", aggiunge. I sintomi più tipici sono dolore nella parte posteriore della caviglia, talvolta irradiato al polpaccio, rigidità al risveglio o dopo una pausa, fastidio durante la spinta del piede e difficoltà nei movimenti più dinamici.

Segnali da non trascurare, perché ignorarli può favorire un peggioramento del quadro clinico.

Le cause delle tendinopatie primaverili

A incidere sono soprattutto fattori molto comuni:

  • scarsa preparazione fisica,
  • aumento troppo rapido di intensita' o durata degli allenamenti,
  • ridotta elasticita' muscolare,
  • scarpe non adatte e cambi di superficie, per esempio dal tapis roulant all'asfalto o a terreni sconnessi.

Cinque consigli della per tornare in forma in sicurezza

Per aiutare chi vuole tornare a fare attività fisica in sicurezza, gli specialisti SIOT indicano 5 consigli pratici da tenere a mente. Il primo è ripartire gradualmente: non bisogna aumentare troppo velocemente tempi, intensità e frequenza degli allenamenti, soprattutto dopo un periodo di pausa. Il secondo consiglio è di non saltare riscaldamento e stretching: preparare muscoli e tendini allo sforzo è essenziale per ridurre il rischio di sovraccarico.

Il terzo è quello di rinforzare la muscolatura del polpaccio: un lavoro specifico su forza ed elasticità del polpaccio aiuta a proteggere il tendine d'Achille. Il quarto consiglio è quello di usare scarpe adeguate: le calzature devono essere adatte all'attività svolta e sostituite con regolarità , soprattutto per chi corre (indicativamente ogni 250 Km). Infine, gli esperti raccomandano di non ignorare il dolore: se il fastidio persiste, continuare ad allenarsi può peggiorare il problema e allungare i tempi di recupero.

Trattamenti e prevenzione: l'importanza dell'ortopedico

"La prevenzione resta la vera arma vincente", sottolinea Randelli. "Poche regole, seguite con costanza, possono ridurre in modo importante il rischio di tendinopatie", aggiunge. Quando i sintomi non si risolvono spontaneamente, è importante rivolgersi a uno specialista ortopedico. Nella maggior parte dei casi il trattamento è conservativo e comprende riposo funzionale, fisioterapia ed esercizi eccentrici, cioè esercizi controllati che aiutano il tendine a lavorare mentre il muscolo si allunga, tra i più efficaci per migliorare la tolleranza al carico. In alcuni casi, si può ricorrere anche al PRP, il plasma ricco di piastrine, ottenuto dal sangue del paziente e infiltrato sotto guida ecografica nell'area interessata, con l'obiettivo di favorire i processi di riparazione del tessuto.

"Oggi abbiamo a disposizione terapie sempre più mirate, che nella grande maggioranza dei casi consentono di evitare il peggioramento del problema e accompagnare il paziente verso un recupero corretto", spiega Randelli. "L'importante è non aspettare troppo prima di farsi valutare", aggiunge. Il ricorso alla chirurgia resta limitato alle forme più complesse o resistenti ai trattamenti conservativi.

In questi casi si interviene sul tendine con procedure dedicate, seguite da un percorso riabilitativo graduale prima del ritorno allo sport. "La primavera e' il momento ideale per rimettersi in movimento e migliorare il proprio benessere", sottolinea Randelli. "Ma il ritorno all'attivita' fisica va affrontato con buon senso e consapevolezza: proteggere i tendini significa evitare stop lunghi e continuare a fare sport con continuita' e sicurezza", conclude.



Wed, 29 Apr 2026 01:40:00 GMT
Salute, Komposer
Prevenzione del melanoma, l'abito fa più scudo della crema solare

AGI - La prima linea di difesa contro il melanoma è l'abbigliamento, non solo la crema solare. In vista di maggio, il mese della prevenzione del melanoma, e della Giornata nazionale a essa dedicata il prossimo 2 maggio, la Fondazione Melanoma lancia la nuova campagna di sensibilizzazione "Vestiti di Prevenzione", mirata a scardinare i falsi miti sull'esposizione solare e a promuovere l'abbigliamento come primo, vero dispositivo di protezione individuale.

Senza naturalmente dimenticare creme e filtri solari ad alto indice di difesa, che però da soli non bastano come dimostrato da tre studi internazionali pubblicati uno da Cancer Research, il secondo e il terzo sulle riviste Cancer e Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention. Il messaggio della Fondazione Melanoma arriva in un momento critico: il melanoma è il tumore cutaneo più aggressivo e, in Italia, i casi sono più che raddoppiati in 20 anni, passando da 6.000 nel 2004 a circa 15.000 l'anno.

L'esposizione ai raggi UV

"Sebbene l'invecchiamento della popolazione giochi un ruolo importante, quasi 9 casi su 10 sono legati all'eccessiva esposizione ai raggi UV", spiega Paolo Ascierto, professore ordinario di Oncologia all'Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus. "Scottarsi anche solo una volta ogni due anni può triplicare il rischio di melanoma".

Il rischio oltre l'estate

"Non è solo questione di giornate calde e soleggiate: i raggi UV possono essere forti a sufficienza per danneggiare la pelle da metà marzo a metà ottobre, anche quando il cielo è nuvoloso o il clima è fresco", aggiunge Ascierto.

Abbigliamento e localizzazione del melanoma

Non è un caso se il modo in cui scegliamo di vestirci, specialmente durante i mesi più caldi, può determinare anche le zone del corpo in cui è più probabile sviluppare un melanoma. "C'è infatti una correlazione diretta tra le abitudini sociali nell'abbigliamento e la localizzazione del cancro della pelle", conferma Ascierto.

Differenze di genere

Una recente analisi della Cancer Research UK mostra una netta differenza di genere. Negli uomini, due melanomi su cinque (circa il 40%) vengono diagnosticati sul dorso, mentre nelle donne più di un terzo dei casi (35%) si manifesta sulle gambe.

Il paradosso della crema solare

A rafforzare l'appello della Fondazione Melanoma sono i ricercatori della McGill University, che mettono in guardia contro il "paradosso della crema solare", un fenomeno per cui l'uso dei filtri protettivi fornirebbe un falso senso di sicurezza, portando a una esposizione più pericolosa.

I dati degli studi scientifici

I ricercatori hanno incrociato i dati di due studi: uno condotto su gruppi di discussione nelle province atlantiche del Canada, pubblicato sulla rivista Cancers, e l'altro basato sui dati della Biobank del Regno Unito. In quest'ultimo, l'uso di creme solari è risultato associato a un rischio più che raddoppiato di sviluppare il cancro della pelle.

Il ruolo protettivo dei vestiti

"La crema solare è fondamentale, ma non è una 'licenza di arrostirsi' al sole", spiega Ascierto. "L'abbigliamento, invece, non scade, non si lava via col sudore e offre una protezione fisica costante".

I cinque consigli della Fondazione

La Fondazione Melanoma suggerisce cinque consigli. Il primo è "coprire senza soffocare", il secondo riguarda l'uso di colori scuri e vivaci. Il terzo è la protezione degli occhi, il quarto l'uso di un cappello a tesa larga, infine cercare nei capi l'etichetta UPF, che può bloccare fino al 98% dei raggi UV.

Il messaggio finale

"La prevenzione non passa solo dalle creme, ma da una consapevolezza maggiore di come coprirsi possa essere la prima linea di difesa contro il tumore della pelle più aggressivo", conclude Ascierto.



Tue, 28 Apr 2026 05:48:28 GMT
Salute
All'origine dell'Alzheimer mutazioni genetiche simili a neoplasie

AGI - Nell'Alzheimer entrano in gioco meccanismi biologici simili a quelli dei tumori: mutazioni genetiche tipiche del cancro si accumulano nelle cellule immunitarie del cervello e contribuiscono a infiammazione e neurodegenerazione. È quanto emerge da uno studio del Boston Children's Hospital pubblicato sulla rivista Cell.

La ricerca, guidata da Christopher Walsh, ha analizzato campioni cerebrali di 190 persone affette da Alzheimer confrontandoli con 121 cervelli sani. I risultati mostrano che le cellule immunitarie residenti nel cervello, le microglia, presentano un numero maggiore di mutazioni puntiformi del Dna, concentrate in specifici geni noti per essere coinvolti nello sviluppo di tumori, in particolare del sangue come leucemie e linfomi. Queste mutazioni, tuttavia, non portano alla formazione di un cancro nel cervello. Al contrario, sembrano favorire stati di attivazione anomala delle microglia, che diventano più proliferative e producono un ambiente infiammatorio. Questo ambiente ostile contribuisce alla morte dei neuroni e quindi alla progressione della malattia.

Selezione clonale delle microglia

Le microglia svolgono normalmente una funzione protettiva, eliminando detriti cellulari e cellule danneggiate. Ma nello studio si osserva che le cellule con mutazioni 'vantaggiose' dal punto di vista proliferativo tendono a prevalere sulle altre, creando una sorta di selezione clonale che amplifica la risposta infiammatoria nel cervello.

L'origine delle mutazioni

Uno degli aspetti più inattesi riguarda l'origine di queste mutazioni. I ricercatori hanno infatti trovato le stesse alterazioni genetiche anche nelle cellule del sangue degli stessi pazienti. Questo suggerisce che cellule immunitarie mutate possano attraversare la barriera emato-encefalica - che con l'età o in presenza di danni può diventare più permeabile - e insediarsi nel cervello trasformandosi in cellule simili alle microglia.



Tue, 28 Apr 2026 03:25:00 GMT
Salute, Komposer
Contro l'apnea efficace la stimolazione del nervo linguale

AGI - Una nuova tecnica di stimolazione nervosa impiantabile si è dimostrata sicura ed efficace nel trattamento dell'apnea ostruttiva del sonno. Lo ha evidenziato uno studio randomizzato coordinato da Atul Malhotra e pubblicato su Annals of Internal Medicine. La ricerca ha valutato la stimolazione prossimale del nervo ipoglosso (pHGNS), una terapia che agisce sui nervi della lingua per migliorare il tono delle vie aeree durante il sonno, riducendo le interruzioni respiratorie tipiche della patologia.

Lo studio

Lo studio OSPREY ha coinvolto 104 adulti con apnea ostruttiva moderata o grave, arruolati in 23 centri negli Stati Uniti. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a ricevere immediatamente il trattamento oppure dopo sette mesi.

L'obiettivo principale era ridurre l'indice apnea-ipopnea (AHI) al di sotto di 20 eventi per ora. Dopo sette mesi, il 58,2% dei pazienti trattati ha raggiunto l'obiettivo primario, mostrando una significativa riduzione degli episodi respiratori notturni.

I risultati

I pazienti hanno inoltre riferito un miglioramento della sonnolenza diurna, mentre nel gruppo di controllo non sono stati osservati benefici clinicamente rilevanti nello stesso periodo. Ulteriori miglioramenti sono stati registrati nei sei mesi successivi di estensione dello studio. Non sono state segnalate complicanze gravi legate alla procedura, indicando un buon profilo di sicurezza della tecnica.

La stimolazione del nervo ipoglosso rappresenta un'alternativa approvata per i pazienti che non tollerano la ventilazione a pressione positiva (CPAP). La versione prossimale studiata offre alcuni vantaggi, tra cui una maggiore attivazione dei muscoli delle vie aeree e una procedura di impianto semplificata, senza necessita' di endoscopia in sonno farmacologico.

Secondo gli autori, questi risultati suggeriscono che la pHGNS può rappresentare una valida opzione terapeutica per i pazienti con apnea ostruttiva del sonno che non riescono a utilizzare i trattamenti tradizionali, pur sottolineando la necessita' di studi piu' ampi e a lungo termine per confermare i benefici. 



Sat, 25 Apr 2026 23:33:00 GMT
Salute
Tripla pillola riduce le recidive di ictus del 39%

AGI - Una singola pillola contenente tre farmaci antipertensivi a basso dosaggio riduce del 39% il rischio di un nuovo ictus nei pazienti che hanno già subito un'emorragia cerebrale. È quanto evidenzia il trial clinico randomizzato TRIDENT, guidato da Craig Anderson del George Institute for Global Health e pubblicato sul New England Journal of Medicine, che mostra anche una riduzione del 33% degli eventi cardiovascolari maggiori.

Lo studio ha coinvolto 1.670 pazienti con emorragia intracerebrale e pressione sistolica tra 130 e 160 mmHg, trattati con la combinazione GMRx2 - una compressa giornaliera contenente telmisartan, amlodipina e indapamide - oppure placebo, in aggiunta alle cure standard. Durante un follow-up medio di tre anni, un nuovo ictus si è verificato nel 4,6% dei pazienti trattati con GMRx2 rispetto al 7,4% del gruppo placebo, con un ictus evitato ogni 35 pazienti trattati. Il trattamento ha consentito un migliore controllo pressorio, con valori medi di pressione sistolica inferiori di 9 mmHg rispetto al placebo. Parallelamente, i pazienti trattati hanno registrato una riduzione significativa degli eventi cardiovascolari maggiori, inclusi ictus non fatali, infarti e morte cardiovascolare.

Pressione e controlli

Gli eventi avversi gravi sono risultati comparabili tra i gruppi (23,8% contro 26,8%), mentre sintomi come affaticamento, vertigini e cadute sono stati rari e distribuiti in modo simile. "Abbassare la pressione arteriosa è l'unico metodo comprovato per prevenire un nuovo ictus, ma ottenere un buon controllo resta difficile" spiega Anderson, sottolineando come la complessità delle terapie rappresenti un ostacolo. "Questa combinazione in un'unica pillola ha dimostrato di facilitare il raggiungimento dei livelli target". Secondo Jeyaraj Pandian, presidente della World Stroke Organization, "lo studio TRIDENT rappresenta un progresso significativo nel dimostrare i benefici di un controllo efficace della pressione dopo un'emorragia intracerebrale, proponendo una strategia semplice e applicabile a livello globale".

L'emorragia intracerebrale colpisce circa 17 milioni di persone nel mondo, con oltre 3 milioni di nuovi casi ogni anno, e presenta un elevato rischio di recidiva e mortalità , soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito dove il controllo della pressione è più difficile. I risultati indicano che una strategia terapeutica semplificata potrebbe migliorare in modo sostanziale la prevenzione secondaria dell'ictus.



Sat, 25 Apr 2026 02:08:00 GMT
Salute
L'IA impara a prevedere il rischio di cancro dalle cellule del seno

AGI - Si chiama MechanoAge, ed è un sistema di IA (intelligenza artificiale) che permette di prevedere il rischio di sviluppare un cancro al seno attraverso l` analisi delle cellule. A svilupparlo gli scienziati del City of Hope e dell` Università della California a Berkeley, che hanno pubblicato un articolo sulla rivista eBioMedicine di Lancet per rendere noti i risultati del proprio lavoro.

Il team, guidato da Mark LaBarge e Lydia Sohn, ha addestrato un sistema di intelligenza artificiale attraverso una piattaforma microfluidica in grado di valutare il rischio di cancro al seno nelle donne a livello cellulare. La tecnologia comprime le singole cellule epiteliali del seno, creando un ambiente stressante per misurare come si deformano, si riprendono e si comportano sotto pressione. Oltre il 90 per cento delle donne non presenta una predisposizione genetica nota né una storia familiare di cancro al seno. Questo approccio potrebbe pertanto colmare una lacuna fondamentale nella valutazione del rischio. “Traducendo i cambiamenti fisici nelle cellule in dati quantificabili – afferma LaBarge – questo strumento offre alle donne qualcosa di tangibile da discutere con i propri medici” .

Sviluppo dell` algoritmo

Il gruppo di ricerca ha sviluppato un algoritmo di apprendimento automatico che identifica e misura le cellule che mostrano segni di invecchiamento accelerato, quantificando un punteggio individuale di rischio di cancro al seno. La piattaforma utilizza componenti elettronici semplici, facili ed economici da replicare su larga scala. MechanoAge ha rivelato che le cellule del seno sono associate a un` età distinta dall` età cronologica.

Misurazione elettrica delle cellule

“In questo tipo di rilevamento – continua Sohn – una corrente elettrica viene misurata attraverso un canale riempito di liquido, in modo molto simile a come si misura la corrente attraverso un filo. Quando le cellule attraversano il canale, interrompono la corrente, generando misurazioni sulle dimensioni e sulla forma delle cellule stesse” .

Compressione e recupero cellulare

Restringendo notevolmente alcune parti del canale, i ricercatori comprimono le cellule e misurano il tempo impiegato da ciascuna cellula per riacquistare la sua forma normale. Gli algoritmi di apprendimento automatico sono utilizzati per rilevare le differenze tra le cellule delle pazienti in base alla loro età .

Differenze legate all` età

Le proprietà fisiche delle cellule del seno, ribadiscono gli autori, cambiavano con l` età : le cellule delle donne più anziane risultavano più rigide e impiegavano più tempo a tornare alla loro forma originale.

Mutazioni genetiche e rischio

Successivamente, gli studiosi hanno scoperto che un sottogruppo di donne più giovani presentava cellule che si comportavano come se provenissero da donne più anziane. Tali pazienti, commentano gli scienziati, erano associate a mutazioni genetiche che le esponevano ad alto rischio di cancro al seno.

Validazione del modello

Sulla base di queste informazioni, gli autori hanno perfezionato l` algoritmo, che è stato utilizzato per confrontare le cellule di un altro campione di partecipanti. “Grazie alla precisione dei nostri dati – conclude Sohn – siamo stati in grado di individuare quali donne presentavano un alto rischio di cancro al seno e quali, al contrario, non sembravano esserlo” .



Fri, 24 Apr 2026 10:04:54 GMT
Salute, Komposer
Anca, scoperti i geni chiave della displasia e dell'artrosi

AGI - Gli studiosi hanno identificato le varianti genetiche comuni tra displasia evolutiva dell` anca e artrosi dell` anca, aprendo la strada a terapie mirate per entrambe le condizioni. Lo dimostra una ricerca guidata da Ryosuke Yamaguchi della Kyushu University e Chikashi Terao del RIKEN Center for Integrative Medical Sciences, pubblicata sulla rivista Bone Research. L` analisi, la più ampia del suo genere, evidenzia come specifici loci genetici condivisi possano contribuire allo sviluppo e alla progressione delle due patologie.

Cos'è la displasia evolutiva dell` anca (DDH)

È un` anomalia dell` articolazione che può manifestarsi già nelle prime settimane di vita e che aumenta significativamente il rischio di sviluppare artrosi a causa dell` usura anomala dell` articolazione. Il ruolo della genetica è rilevante: chi ha un familiare affetto presenta un rischio fino a 12 volte maggiore. Per chiarire i meccanismi alla base della malattia, i ricercatori hanno condotto uno studio di associazione genome-wide (GWAS) su scala multinazionale, analizzando campioni provenienti da Giappone e Regno Unito e integrandoli con una meta-analisi su circa 350.000 campioni europei.

Questo approccio ha consentito di identificare varianti genetiche condivise tra displasia e artrosi, ma assenti nei soggetti sani. In particolare, sono stati individuati tre loci genetici comuni alle due condizioni: COL11A2, coinvolto nella produzione di collagene; CALN1, che codifica una proteina legante il calcio; e TRPM7, che regola i livelli di magnesio e calcio influenzando la rigenerazione ossea. “In totale sono stati identificati nove loci associati alla displasia e ai suoi sottotipi, con segnali genetici distinti tra displasia senza lussazione e con lussazione” , spiega Yamaguchi, sottolineando come esistano differenze genetiche tra le varianti della patologia.

Ulteriori analisi hanno evidenziato il coinvolgimento di geni legati alla crescita e al rimodellamento osseo, già noti per il loro ruolo nella progressione dell` artrosi. Anche regioni di DNA non codificante mostrano somiglianze tra le due condizioni, suggerendo che alterazioni nella regolazione genica possano rappresentare un meccanismo condiviso. Secondo Terao, “questi risultati evidenziano la necessità di studi multi-omici specifici per la displasia dell` anca, che integrino dati genetici con espressione genica e struttura della cromatina per chiarire i meccanismi funzionali” .

La ricerca conferma inoltre il forte legame tra displasia e artrosi: studi recenti indicano che circa il 70% dei pazienti giapponesi con artrosi dell` anca presenta una forma di displasia. Comprendere le basi genetiche di queste condizioni potrà favorire lo sviluppo di trattamenti personalizzati, rallentare la progressione della malattia e migliorare la qualità di vita dei pazienti.



Fri, 24 Apr 2026 00:35:00 GMT
Salute
Perché la riabilitazione post-ictus è più difficile per le donne?

AGI - Un insieme complesso di fattori nutrizionali, metabolici e cognitivi contribuisce a rendere le donne più vulnerabili nella riabilitazione post-ictus. Queste, in estrema sintesi, le conclusioni di uno studio condotto dall'IRCCS Fondazione Don Carlo Gnocchi ONLUS e pubblicato sulla rivista Neurology International. I risultati sono stati rilanciati in occasione della Giornata nazionale della salute della donna.

Fragilità femminile e malnutrizione all'ingresso in riabilitazione

Lo studio, che ha coinvolto su 87 pazienti in fase subacuta post-ictus, evidenzia una maggiore fragilità femminile già all'ingresso in riabilitazione: oltre la metà delle donne (52,4%) risultava malnutrita, rispetto a circa un terzo degli uomini. Dopo sei settimane di trattamento - convenzionale e robotico - le pazienti presentavano un recupero delle autonomie nella vita quotidiana significativamente inferiore, associato a livelli più elevati di stress ossidativo.

"Questi dati evidenziano quanto sia fondamentale considerare le differenze di genere nei fattori nutrizionali e metabolici - sottolinea Irene Giovanna Aprile, direttore del Dipartimento di Riabilitazione Neuromotoria della Fondazione Don Gnocchi - per la loro possibile associazione con gli esiti di recupero e con lo stato di salute complessivo della persona".

l ruolo dello stress ossidativo e delle tecnologie robotiche

Il lavoro portato avanti nella sede romana della Provvidenza si inserisce in un approccio riabilitativo avanzato e multidisciplinare, che integra tecnologie innovative - come la robotica - con una valutazione clinica sempre più personalizzata. In questo contesto, lo stress ossidativo assume un ruolo chiave: lo squilibrio tra radicali liberi e difese antiossidanti può infatti innescare processi infiammatori che ostacolano il recupero e aumentano il rischio di complicanze.

Differenze cognitive tra uomini e donne nel post-ictus

Accanto agli aspetti metabolici, anche la dimensione cognitiva evidenzia differenze rilevanti. Un'analisi su un sottogruppo di pazienti con ictus ischemico ha mostrato nelle donne un profilo cognitivo globale inferiore rispetto agli uomini sia all'inizio sia al termine della riabilitazione, pur in presenza di miglioramenti in entrambi i gruppi. Le differenze nei singoli domini - funzioni esecutive, attenzione, abilità visuospaziali e linguaggio - suggeriscono la necessita' di percorsi riabilitativi cognitivi sempre più mirati.

L'impegno della Fondazione Don Gnocchi a Roma non si limita alla fase riabilitativa, ma si estende anche alla prevenzione. In questa direzione si inserisce un recente progetto finanziato dall'INAIL, volto a sviluppare un modello multidisciplinare per la valutazione dei fattori di rischio modificabili, come stato nutrizionale, composizione corporea e stress ossidativo.

Lo studio, condotto su lavoratori della filiera alimentare, ha evidenziato come il sovrappeso - presente nel 50% dei soggetti - si associ nelle donne a un aumento dei radicali liberi e a una riduzione della capacità antiossidante. "Abbiamo osservato una stretta interconnessione tra stato nutrizionale, metabolismo e qualità della vita percepita - spiega Mariacristina Siotto, responsabile del Laboratorio di biochimica e biologia molecolare del centro - aprendo nuove prospettive anche in ottica preventiva". 



Thu, 23 Apr 2026 23:05:00 GMT
Salute
Filler e Botulino: il boom dei "ritocchini" e i rischi nascosti

AGI - Sempre più richiesti, sempre più diffusi. I trattamenti iniettabili - dai filler alla tossina botulinica - sono oggi tra le procedure cosmetologiche più praticate in dermatologia. Non solo per il ringiovanimento, ma anche per migliorare esiti cicatriziali con tecniche minimamente invasive. Un successo che porta con se' una sfida chiara: garantire la massima sicurezza per i pazienti. Come ogni atto medico, anche i trattamenti iniettabili possono comportare complicanze, soprattutto se eseguiti senza adeguata valutazione clinica o da personale non sufficientemente formato.

È questo il focus del 99esimo congresso nazionale SIDeMaST, Societa' Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse organizzato a Rimini fino al 24 aprile, che vede i dermatologi italiani e internazionali a confronto su prevenzione delle complicanze e innovazione tecnologica, con particolare attenzione alla diagnostica non invasiva.

"Le procedure iniettive sono veri e propri atti medici - afferma Nicola Zerbinati, ordinario di Dermatologia Universita' degli Studi dell'Insubria-Varese e membro del consiglio direttivo della SIDeMaST - e richiedono diagnosi, conoscenza approfondita dell'anatomia e formazione specifica. La sicurezza del paziente dipende dalla corretta indicazione del trattamento e dalla capacita' di prevenire e gestire eventuali complicanze".

Boom di richieste in Italia

Ogni anno viene eseguito un numero di procedure con iniettabili estremamente elevato. Secondo i dati dell'International Society of Aesthetic Plastic Surgery (ISAPS), in Italia nel 2024 i trattamenti iniettabili - in particolare tossina botulinica, filler a base di acido ialuronico e idrossiapatite di calcio - superano complessivamente le 760 mila procedure.

Il confronto con il 2023 evidenzia una crescita molto marcata: la tossina botulinica passa da 194.335 a 316.385 trattamenti (+62,8%), mentre i filler a base di acido ialuronico crescono da 190.606 a 430.598 procedure (+125,9%), confermandosi come il segmento più dinamico. Complessivamente, nel nostro Paese, dal 2023 al 2024 procedure sono quasi raddoppiate.

Complicanze e gestione dei rischi

Le complicanze sono complessivamente rare e nella maggior parte dei casi lievi e transitorie (come edema ed ecchimosi) in particolare per la tossina botulinica, per la quale numerosi studi documentano un'incidenza bassa di eventi avversi.

Per quanto riguarda i filler, pur mantenendo un elevato standard di sicurezza, possono verificarsi asimmetrie, noduli, irregolarità e migrazione del filler; le complicanze vascolari rappresentano quelle più severe (come le compressioni e, nei casi più gravi, le occlusioni arteriose), con un'incidenza stimata compresa tra circa 0,004% e 0,5%, confermandone comunque la rarità . Anche questi rischi possono essere ulteriormente ridotti grazie alla formazione, all'esperienza del medico e all'utilizzo di tecniche avanzate, come la guida ecografica.

L'innovazione delle iniezioni ecoguidate

Tra le innovazioni al centro del congresso nazionale, l'ecografia cutanea si conferma infatti sempre più protagonista. Uno strumento fondamentale non solo per diagnosticare eventuali problemi, ma anche per pianificare interventi mirati, come la gestione di accumuli di filler o alterazioni dei tessuti che possono causare compressioni e irregolarità .

"Le nuove tecnologie - aggiunge Zerbinati - permettono oggi di visualizzare in tempo reale pelle e tessuti sottostanti, individuando anche materiali precedentemente iniettati". Una delle innovazioni più promettenti è rappresentata dalle iniezioni ecoguidate, che consentono di eseguire il trattamento osservando in diretta le strutture anatomiche. Un approccio che migliora la precisione permette di evitare aree sensibili e può contribuire a ridurre il rischio di complicanze.

"L'ecografia non serve solo a valutare eventuali problemi dopo il trattamento, ma può diventare uno strumento fondamentale per prevenirli", spiega Stefania Guida, professore associato di Dermatologia presso l'Università Vita-Salute San Raffaele e membro del Direttivo SIDeMaST.

"Le iniezioni ecoguidate rappresentano una delle innovazioni più rilevanti degli ultimi anni per aumentare la sicurezza delle procedure. L'utilizzo di queste tecniche richiede pero' competenze specifiche, sia nella lettura delle immagini sia nell'applicazione pratica durante le procedure stesse", aggiunge.

La competenza medica come garanzia di sicurezza

Nonostante i progressi tecnologici resta un punto fermo: la sicurezza dei trattamenti iniettabili è strettamente legata alla competenza del medico. "La tecnologia è un supporto prezioso, ma non sostituisce la formazione e l'esperienza clinica - concludono Zerbinati e Guida - per questo è fondamentale che i trattamenti iniettabili vengano eseguiti da medici adeguatamente formati".

Da qui l'impegno di SIDeMaST nel promuovere formazione continua e aggiornamento in dermatologia estetica, per garantire pratiche sempre piu' sicure, appropriate e basate su evidenze scientifiche. 

 



Thu, 23 Apr 2026 04:53:00 GMT
Salute
Arriva Ally, il laser per operare la cataratta guidato dall'IA

AGI - L'intelligenza artificiale diventa la guida 'intelligente' del femtolaser, il laser robotico per la cataratta, potenziandone la precisione micrometrica e adattando il trattamento alle caratteristiche specifiche dell'occhio di ciascun paziente, grazie a sofisticati algoritmi che elaborano migliaia di scansioni oculari e mappano le strutture anatomiche dell'occhio in tempo reale. Con questa evoluzione del sistema, che non sostituisce il chirurgo, ma ne potenzia la precisione, la chirurgia della cataratta compie un fondamentale passo in avanti e segna un nuovo primato nazionale per l'Irccs di Negrar. Infatti, con l'adozione di Ally (Adaptive cataract treatment system), l'istituto veronese introduce, per la prima volta in Italia, una tecnologia di ultima generazione, attualmente con meno di 200 installazioni nel mondo, che integra intelligenza artificiale, robotica avanzata ed esperienza chirurgica.

"La nuova piattaforma contribuisce a rendere la chirurgia della cataratta più efficiente, precisa e sicura, confermando la nostra posizione come polo d'eccellenza, all'avanguardia nell'innovazione tecnologica", spiega Claudio Cracco, amministratore delegato del 'Sacro Cuore Don Calabria' di Negrar. "L'aggiornamento del femtolaser - continua -, il primo in versione robotica, assistito dall'intelligenza artificiale, potenzia un'Unità operativa di Oculistica che oggi comprende 15 aree specialistiche a copertura dell'intero spettro delle patologie oculari". "La cataratta consiste nell'opacizzazione del cristallino, la lente naturale dell'occhio", spiega Grazia Pertile, direttrice oculistica Irccs di Negrar: "Con il tempo, l'alterazione delle proteine rende questa lente meno trasparente, impedendo alla luce di raggiungere la retina. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità , la cataratta - continua - è la principale causa di cecità e disturbi visivi al mondo, con circa 20 milioni di persone che hanno perso la vista a causa di questa patologia".

I numeri della patologia e l'evoluzione tecnologica

Con circa 650mila procedure l'anno, l'intervento di cataratta è il più eseguito nel nostro Paese, e si stima che gli impianti supereranno i 900mila all'anno entro il 2030, a causa dell'invecchiamento della popolazione tenuto conto che tra il 60 e il 70% degli over 70 presenta questo disturbo visivo, percentuale che supera l'80% tra gli ottantenni. "Attualmente, l'unica cura definitiva è la chirurgia, che sostituisce il cristallino opaco con una lente intraoculare artificiale (Iol)", ricorda Pertile: "In questo scenario, la nuova piattaforma rivoluziona l'approccio chirurgico, fungendo da assistente intelligente che potenzia le capacità del chirurgo. Grazie a sofisticati algoritmi di IA e alla capacità di imaging avanzato che sfrutta sei telecamere integrate, il sistema è in grado di ottenere una scansione dettagliata del cristallino, identificando automaticamente e in tempo reale la densità , la posizione e gli strati della cataratta, consentendo trattamenti personalizzati.

Precisione e benefici per i pazienti

Il flusso di lavoro così ottimizzato consente di eseguire la procedura di frammentazione laser del cristallino in pochi secondi e l'intero processo può essere completato in tempi molto rapidi. Ma, ancora più della velocità di esecuzione, conta la precisione con cui vengono pianificate ed eseguite le incisioni". Per Pertile, "I benefici del nuovo approccio emergono in modo particolare nell'impianto di lenti intraoculari progettate per simulare la capacità del cristallino naturale di mettere a fuoco a diverse distanze. Queste lenti, a differenza di quelle standard, correggono non solo la miopia o ipermetropia, ma anche la presbiopia e l'astigmatismo, consentendo nella maggior parte dei casi di ridurre o addirittura eliminare la necessità degli occhiali nelle attività quotidiane". "La chirurgia della cataratta entra così in una nuova era in cui la competenza medica, la chirurgia e l'intelligenza artificiale collaborano per ottenere risultati sempre più affidabili e una visione sempre più vicina a quella naturale", conclude Pertile.