Thu, 28 May 2020 18:33:00 GMT

Che danni ha fatto l'epidemia alla nostra mente?

Si intitola “Effetto Quarantena. Chi siamo e cosa saremo nella stagione del Covid-19” ed è il libro che Luca Pani, psichiatra, già dg Aifa, professore ordinario di Farmacologia Clinica all'Università di Modena-Reggio Emilia e di Psichiatria all'Università di Miami, e Maria Elena Capitanio, giornalista e collaboratrice tra gli altri di Panorama e de il Giornale, hanno scritto nei giorni del lockdown. Un volume utile per aprire una finestra su di una riflessione psicosociale sugli effetti delle misure di contenimento volute dai governi a livello globale.

Firmato da uno delle più autorevoli voci della psichiatria mondiale e da una delle giornaliste più presenti sulla scena politica e sociale degli ultimi anni, il libro, edito da LSWR, già disponibile dal 15 maggio nella versione e-book su Amazon al prezzo di 4,90 euro, arrivato nelle librerie il 25 al costo di 9,90 euro. Il testo analizza e introietta gli effetti dell'emergenza Covid-19 cercando di delineare un percorso che conduca fuori dal tunnel. Quale mondo ci sta aspettando?

A questa domanda gli autori cercano di rispondere con esempi concreti, con ipotesi strutturate e modelli positivi, senza sminuire quello che verrà ricordato come uno dei periodi più bui del nostro secolo. La pandemia porterà con sé una crisi economica severa, la società cambierà volto, il modo di relazionarsi con gli altri muterà sensibilmente dando vita a quella che gli autori chiamano ‘una nuova grammatica della salute, della politica, della finanza, e, aspetto da non trascurare, anche dei sentimenti'

"Bisogna essere consapevoli – spiega il professor Pani - che ci troviamo nel mezzo di un evento darwiniano, inteso come incontro tra due popolazioni, quella umana e questa virale, che sino a pochi mesi fa non si conoscevano. Un consiglio che posso dare ai lettori, e non solo, è quello di usare il nostro istinto ma non troppo. Fatevi guidare dalla scienza ma rendetevi anche conto che ancora non abbiamo ancora tutte le informazioni che ci servirebbero per prendere decisioni logiche. Non mettete a rischio le persone che vi stanno vicino e i più deboli perché altrimenti la vostra sofferenza psichica aumenterà . Rispettate i fondamentali del cervello umano: fate attività fisica regolare, mangiate e dormite bene e ricordate che tutto questo passerà ” .

Il libro è un giro del mondo in cento pagine che ripercorre i momenti salienti di questa pandemia: dalle prime avvisaglie allo stato di emergenza che mano a mano è stato proclamato in ogni angolo del pianeta; dalle comunicazioni frammentate che a inizio 2020 arrivavano dalla Cina fino alle solitarie sepolture di massa sull'isola di Hart Island a New York; dalla colonna di camion militari di Bergamo agli applausi e ai canti dai balconi. Un vademecum che regala non solo consigli, ma che per primo forse prova a ripercorrere la storia del Covid-19 attraverso tutti gli strati della società contemporanea. 

“Il lockdown – racconta Capitanio - per me è arrivato dopo aver subito stalking da un hater per tre mesi, quindi restare chiusa in casa mi ha costretto a fare i conti con le mie emozioni. La rabbia è stata la compagna delle prime settimane, poi è arrivata la tristezza e infine la speranza. È stato un vero e proprio viaggio che ho voluto approfondire a mo' di inchiesta giornalistica per restituire al pubblico di lettori una guida utile ad affrontare la ripartenza. Una fase 2 che possa essere una rinascita, uno slancio a tagliare il superfluo e godere dell'essenziale, senza dimenticarsi che nella vita, è proprio vero, tutto passa e nulla si ripete, quindi è necessario avere anche la giusta dose di leggerezza e allegria. Il pensiero, poi, è andato a tutti gli operatori sanitari, per cui lo stress si è ripetuto ogni giorno, cronicizzandosi, e ai bambini e adolescenti, che sono stati i più penalizzati dalle misure di contenimento.”

Gli autori hanno deciso di devolvere i proventi del volume Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze dell'Università di Modena e Reggio Emilia.



Thu, 28 May 2020 10:24:40 GMT

Il Covid gli brucia i polmoni, salvato con un trapianto record a Milano

Il Covid-19 gli aveva 'bruciato' i polmoni ma è stato salvato da un trapianto record al Policlinico di Milano. Il giovane dal coronavirus. E' la prima volta in Europa per un'operazione di questo tipo: negli stessi giorni un intervento analogo anche in Austria    

Francesco ha 18 anni, e li ha compiuti due settimane prima che in Italia esplodesse i coronavirus. La pandemia gli ha cambiato letteralmente la vita: perché anche se era giovane e perfettamente sano, il virus lo ha infettato e gli ha danneggiato irrimediabilmente i polmoni, 'bruciando' ogni capacità di respirare normalmente. A salvarlo è stato un trapianto record effettuato al Policlinico di Milano, con un percorso che prima di oggi era stato tentato solo in Cina, dove la diffusione del coronavirus ha avuto inizio. Il coordinamento operativo è stato assicurato dal Centro nazionale trapianti in sinergia con il Centro regionale trapianti della Lombardia e il Nord Italia transplant program. 

Questa storia inizia il 2 marzo scorso, quando Francesco - alto, in buona salute, senza alcuna patologia pregressa - sviluppa una febbre alta. Ci vogliono solo quattro giorni perché precipiti tutto: il 6 marzo viene ricoverato nella terapia intensiva realizzata alla tensostruttura dell'IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano per l'aggravarsi delle sue condizioni, e solo due giorni dopo ha bisogno di essere intubato.

Intanto il virus non smette di fare danni, e compromette i polmoni del ragazzo così tanto che il 23 marzo i medici dell'Unità di Terapia Intensiva cardiochirurgica del San Raffaele lo devono collegare alla macchina ECMO per la circolazione extracorporea. Ma anche questo non basta più , e il virus colpisce ancora più duramente: ormai i suoi polmoni si sono compromessi irrimediabilmente, non si torna più indietro.

A metà aprile arriva il primo barlume di speranza: in un confronto con gli esperti della Chirurgia Toracica e Trapianti di Polmone del Policlinico di Milano, diretti da Mario Nosotti, si decide di tentare un'ultima risorsa, quella di donargli dei polmoni nuovi. Una cosa mai tentata finora, se non in pochi rari casi in Cina (e in un singolo caso a Vienna, eseguito anch'esso la scorsa settimana), e che gli stessi medici definiscono "un salto nel vuoto".     

"Qui, oltre alle competenze tecniche - racconta il professor Nosotti, direttore della Scuola di specializzazione in Chirurgia toracica all'Università degli Studi di Milano - devo sottolineare la caparbietà e il coraggio dei colleghi del San Raffaele che, invece di arrendersi, ci hanno coinvolto in una soluzione mai tentata prima nel mondo occidentale. La nostra esperienza prende spunto da quella del professor Jing-Yu Chen dell'ospedale di Wuxi in Cina, che conosciamo personalmente e con quale abbiamo discusso alcuni aspetti tecnici, dal momento che per ovvi motivi si è trovato a fronteggiare il problema prima di noi". ?

La strada da percorrere non è affatto semplice: gli ospedali sono impegnati con la pandemia e ogni procedura - anche la più banale - ha bisogno di attenzioni e cautele finora impensabili. Intanto gli esperti del Policlinico mettono in atto la strategia: i chirurghi toracici, insieme ai pneumologi, agli infettivologi, ai rianimatori, agli esperti del Centro Trasfusionale pianificano tutto nei minimi dettagli.     

Si mette in moto anche la macchina del Centro nazionale trapianti: l'intervento e le condizioni del paziente passano al vaglio della task force infettivologica che in questo momento ha il delicato compito di “proteggere” il sistema trapianti dal Covid-19 e, dopo la valutazione positiva, il giovane viene inserito in lista d'attesa urgente nazionale: è il 30 aprile.

Da Roma viene immediatamente attivata la ricerca degli organi e pochi giorni dopo sembra esserci un donatore disponibile, ma risulta quasi subito non idoneo. Intanto il ragazzo continua a peggiorare e “le sue riserve – commenta Nosotti – sembravano ormai prossime alla fine” . Ma poco meno di due settimane fa è arrivata la svolta tanto attesa: viene individuato un organo idoneo, donato da una persona deceduta in un'altra Regione e negativa al coronavirus, e viene immediatamente predisposto il prelievo e il trasporto dei polmoni a Milano.

"Nel frattempo - continua Nosotti - i colleghi del San Raffaele affrontavano la delicata fase di trasporto del paziente nella nostra sala operatoria dedicata agli interventi Covid". Un trapianto è un intervento sempre delicato, ma lo è ancora di più quando tutto il personale della sala operatoria è pesantemente protetto dai dispositivi di protezione contro il virus, tra cui anche dei caschi ventilati, che impacciano i movimenti e affaticano gli esperti in modo importante: "tanto che avevamo programmato un cambio di equipe chirurgica, così come di quella anestesiologica ed infermieristica ad intervalli regolari in modo da permettere ai colleghi di riprendere fiato". ?

L'intervento è stato complesso anche per i gravi danni provocati dal coronavirus: "I polmoni, infatti, apparivano lignei, estremamente pesanti e in alcune aree del tutto distrutti. E' stato poi confermato all'esame microscopico un diffuso danno degli alveoli polmonari, ormai impossibilitati a svolgere la loro funzione, con note di estesa fibrosi settale".     

L'operazione si conclude perfettamente, e dopo circa 12 ore viene scollegata la circolazione extracorporea: "Una cosa non del tutto comune, soprattutto considerando che il paziente era collegato alla ECMO da due mesi". Nella delicata gestione post-operatoria è stato utilizzato anche il plasma iperimmune.

Oggi Francesco è sveglio, collaborante, segue la fisioterapia e viene lentamente svezzato dal respiratore. Ci vorrà ancora del tempo perché possa tornare a una vita il più possibile normale, ma forse il peggio è passato. Ora dovrà seguire una lunga riabilitazione, non tanto per l'infezione da coronavirus (dalla quale ormai è guarito), quanto per i 58 giorni che ha passato bloccato a letto, intubato e assistito dalle macchine.    

"Il nostro Ospedale è tra centri più importanti d'Italia per l'attività trapiantologica, sia come volumi sia come capacità di innovazione - spiega Ezio Belleri, direttore generale del Policlinico di Milano -. Nel 2019 abbiamo fatto ben 34 trapianti di polmone, siamo stati i primi a mettere in campo il ricondizionamento polmonare nel 2011, e il primo prelievo da donatore a cuore non battente nel 2014. Dall'inizio del 2020 abbiamo eseguito già 9 trapianti, di cui 4 durante la pandemia. Crediamo sia importantissimo divulgare la nostra esperienza, sicuri del fatto che possa servire da guida e ispirazione per i tanti casi che la pandemia ha generato. Poter rimediare ai danni polmonari da Covid-19 con il trapianto rappresenta un'opportunità in più per i tanti pazienti che sono stati colpiti duramente da questo coronavirus: è un percorso per nulla semplice, ma abbiamo appena dimostrato che si può portare a termine con successo".     

"Riuscire a compiere quello che appare quasi un miracolo, in piena pandemia - conclude Attilio Fontana, presidente di Regione Lombardia - dimostra ancora una volta l'eccellenza della sanità lombarda. Esprimo a nome della Giunta e di tutti i lombardi le più vive congratulazioni a tutta l'equipe del Policlinico di Milano e al Centro Nazionale Trapianti, per essere stati pionieri di una pratica che potrà essere replicata in tutto il mondo, ma soprattutto per aver ridato la vita a questo giovane paziente, colpito in modo drammatico dal virus. A Francesco l'augurio più grande di tornare presto in forze". 



Tue, 26 May 2020 16:23:29 GMT

Le mascherine di stoffa fatte in casa sono davvero efficaci contro il Covid?

Le mascherine di stoffa fatte in casa possono aiutare nella lotta alla pandemia da coronavirus bloccando fino al 99 per cento delle particelle infettive. Lo sostengono in un articolo pubblicato su Annals of Internal Medicine gli esperti della McMaster University in Canada, che hanno analizzato gli studi dell'ultimo secolo relativi all'uso e all'efficacia delle mascherine realizzate autonomamente.

“I dispositivi di stoffa, in particolare se realizzati con diversi strati di cotone, possono impedire il passaggio di virus e particelle. Non abbiamo ancora una prova diretta dell'efficacia delle mascherine non mediche, ma esistono evidenze convincenti della loro effettiva utilità nel ridurre la contaminazione dell'aria e delle superfici” , spiega Catherine Clase, docente di Medicina presso la McMaster University.

“L'assenza di prove a favore dell'efficacia delle maschere al di fuori dell'ambiente sanitario è ciò che ha reso le decisioni di salute pubblica sulla necessità dell'uso di tali dispositivi estremamente difficili e disparate nei vari paesi del mondo” , prosegue la ricercatrice, ricordando che il Centers for Disease Control and Prevention, l'istituto di sanità pubblica statunitense, sostiene l'uso di maschere di stoffa negli spazi pubblici.

“Secondo il nostro studio il tessuto può bloccare le particelle fino a cinque micrometri di diametro, questo significa che il materiale infettivo non penetra attraverso la mascherina, proteggendo il soggetto che la indossa dal pericolo esterno e impedendo la diffusione esterna di aerosol che potrebbero essere emessi dal soggetto stesso” , aggiunge ancora Clase.

Il suo team ha esaminato articoli e studi scientifici degli ultimi cento anni relativi all'utilità delle mascherine, trovando una serie di ricerche che ne avvalorano l'utilizzo. “La maggior parte degli articoli esaminati riguardava la capacità di filtrazione, cioè la possibilità di impedire la trasmissione di particelle espressa in percentuale.

Secondo uno studio del 1962, ad esempio, una mascherina a triplo strato, realizzata con doppio strato di mussola e strato interno di flanella, potrebbe ridurre la contaminazione superficiale fino al 99 per cento” , commenta l'autrice, aggiungendo che esperimenti del 2013 hanno dimostrato che un canovaccio può raggiungere un'efficacia del 72 per cento, mentre il tessuto usato per le magliette protegge solo per il 51 per cento.

“Un'analisi del 2020 sostiene l'utilità delle mascherine, specialmente se realizzate con più strati. Lo svantaggio di indossare diversi strati di stoffa sul viso però è quello di rendere più difficoltosa la respirazione, ecco perché i bambini al di sotto di due anni e i pazienti con patologie respiratorie non dovrebbero utilizzare mascherine” , aggiunge Clase, specificando che pur avendo il potenziale per bloccare le particelle virali, le mascherine fatte in casa non sostituiscono i dispositivi di protezione individuale certificati dal punto di vista medico.

“Ad ogni modo il materiale sanitario deve essere accompagnato da un corretto comportamento, dal controllo della distribuzione del materiale, messaggi chiari, istruzione pubblica e pressione sociale” , concludono i ricercatori. 



Tue, 26 May 2020 15:25:34 GMT

Ecco cosa ha fatto ingrassare quasi metà degli italiani

Il lockdown ha inciso radicalmente sulle nostre scelte e sui nostri comportamenti. Ma, oltre a impastare di più , come sono cambiate le abitudini alimentari?

Per rispondere a queste domande l'OERSA (Osservatorio sulle Eccedenze, sui Recuperi e sugli Sprechi Alimentari) del CREA Alimenti e Nutrizione ha condotto un'indagine nazionale, mediante un questionario appositamente messo a punto, con l'intento di documentare ed analizzare i mutamenti intercorsi nell'alimentazione quotidiana durante la quarantena.

Durante la quarantena, gli intervistati hanno dichiarato di aver aumentato il consumo di alimenti sani: verdura ( il 33%), frutta( il 29%), legumi ( il 26,5%), acqua (il 22%), olio extravergine d'oliva (il 21,5% ). Ma parallelamente, ben il 44,5% ha ammesso di aver mangiato più dolci e il 16% di aver bevuto più vino.

Questo periodo è stato, inoltre, l'occasione per sperimentare nuovi cibi (40%) e nuove ricette (31%), migliorando le proprie abitudini alimentari (24%) e maturando abitudini ecosostenibili (fare la raccolta differenziata 86%, conservare e consumare alcuni alimenti acquistati in eccesso 83%, oppure mangiare tutto, inclusi gli avanzi 80%).

Il 44% degli intervistati, infine, è aumentato di peso per il maggiore apporto calorico, correlato ad una minore attività fisica, che ha riguardato il 53% del campione. Dato che viene confermato dall'esigenza di mettersi a dieta, espressa in oltre il 37% dei casi. 

? “Pur con i limiti di un questionario auto-riferito e con un campione opportunistico – spiega Laura Rossi, ricercatrice CREA Alimenti e Nutrizione e coordinatrice OERSA - si può osservare che le limitazioni imposte dalla quarantena non hanno avuto effetti totalmente negativi sulla alimentazione e sullo stile di vita del campione in esame. A fronte dell'aumento di comfort food (dolci), abbiamo però anche maggiori quantità di frutta, verdura e soprattutto legumi. Si tratta in realtà di dati che sono in linea con quelli sulla spesa degli italiani nel primo trimestre del 2020. E che indicano che il tempo trascorso in cucina è stato orientato alla preparazione di piatti con ingredienti salutari. Tutto ciò ha favorito momenti di convivialità e di condivisione del pasto e ha portato inevitabilmente - complice l' assenza di attività fisica – ad un impatto sul percezione del peso".

“Più in generale – continua la Rossi – si conferma l'attenzione degli italiani ad una gestione attenta del cibo che va da evitare gli sprechi all'impegno nel fare la raccolta differenziata. L'approvvigionamento di cibo non sembra essere stato un problema e l'attitudine alla spesa si è rivolta anche verso alimenti nuovi, con un occhio fisso ai costi troppo alti. I bambini sono stati più coinvolti nelle attività della cucina, mentre per gli anziani si evidenzia una percezione di difficoltà nel fare la spesa".

All'indagine hanno risposto circa 2900 persone, provenienti da tutte le regioni di Italia, di cui il 75 % costituito da femmine e il 25% da maschi. L'85% vive in famiglia e, di questi, il 22 % con bambini di meno di 12 anni, mentre l'11% vive da solo. La fascia di età più rappresentata è quella di 30-49 (38,6%) e 50-69 (36%) anni. I giovani tra i 18 e i 29 anni sono il 24%.  



Mon, 25 May 2020 16:42:04 GMT

Per la Sclerosi Multipla speranze dal trapianto di staminali cerebrali 

Arrivano speranze sulle staminali cerebrali umane per il trattamento sperimentale della Sclerosi Multipla Secondaria Progressiva.

In occasione della Giornata mondiale sulla Sclerosi Multipla, che si celebra il 30 maggio, la Pontificia Accademia per la Vita dello Stato Vaticano e il suo presidente
monsignor Vincenzo Paglia annunciano con l'Associazione Revert Onlus e la Fondazione Casa Sollievo della Sofferenza, Opera di San Pio da Pietrelcina la conclusione - per la prima volta al mondo - della sperimentazione clinica di Fase I che prevede il trapianto di cellule staminali cerebrali umane in quindici pazienti affetti da Sclerosi Multipla Secondaria Progressiva. La sperimentazione costituisce un primo passo verso lo sviluppo di un protocollo.

La sperimentazione, coordinata e finanziata dalla Fondazione e dall'Irccs Casa Sollievo della Sofferenza e da Revert Onlus con il patrocinio della Fondazione Cellule Staminali di Terni è stata realizzata anche grazie alla collaborazione con l'Azienda Ospedaliera di Terni, l'Università di Milano Bicocca e l'Ospedale Cantonale di Lugano.
Nonostante l'emergenza Covid-19 i clinici, i responsabili della produzione del farmaco, i ricercatori, i neurologi e i neurochirurghi del team hanno unito i loro sforzi e sono riusciti a tutelare i pazienti e, allo stesso tempo, a non interrompere la sperimentazione. L'ultimo paziente è stato trattato il 20 maggio.

La sperimentazione di Fase I, autorizzata dalle competenti commissioni dell'Istituto Superiore di Sanità e dell'Agenzia Italiana del Farmaco, Aifa, dalla omologa svizzera Swissmedic e a livello europeo con numero di protocollo Eudract 2015-004855-37, è iniziata a gennaio 2018 con il ricovero del primo paziente e costituisce il primo passo verso lo sviluppo di un protocollo sperimentale per trattare i pazienti di Sclerosi Multipla con il trapianto di cellule staminali cerebrali umane di grado clinico. Scopo del trial è verificare la sicurezza del trattamento e le possibili azioni neurologiche. I quindici pazienti previsti nel protocollo sono stati suddivisi in quattro gruppi e trapiantati con dosi crescenti di cellule, gli ultimi sei hanno ricevuto il dosaggio più elevato (24 milioni di cellule).

Tutti i pazienti sono stati dimessi dopo 48 ore di osservazione in seguito al trapianto e non hanno manifestato effetti collaterali nell'immediato post-operatorio o nei mesi a seguire. Le equipe cliniche proseguiranno l'attività di monitoraggio per almeno un anno dopo l'intervento. Si stanno ora valutando eventuali effetti terapeutici.  "Siamo felici di annunciare questo importante traguardo nella sperimentazione in corso con cellule staminali cerebrali", afferma Angelo Vescovi, direttore Scientifico dell'Irccs Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo e presidente dell'Advisory Board di Revert Onlus, nonché professore dell'Università degli Studi di Milano Bicocca. "Aspettiamo adesso il follow-up a un anno e la sottomissione nei tempi più brevi possibili del protocollo per la Fase II in questa grave malattia", aggiunge.

La sperimentazione è basata su dati scientifici che hanno avuto risonanza mondiale e che sono stati pubblicati nel 2003 sulla rivista Nature. Questo studio clinico di Fase I per la Sclerosi Multipla rappresenta la terza tappa di un percorso iniziato 12 anni fa con la creazione della banca mondiale di staminali del cervello umano - ancora oggi unica al mondo.  Lo studio è proseguito con il primo trapianto in diciotto pazienti con Sla nel 2012, la cui sperimentazione si è conclusa con successo nel 2015 e che vedrà a breve l'avvio di una Fase II. 

Le cellule staminali cerebrali umane usate nello studio sono scevre da qualsivoglia problematica etica legata alla loro origine, poiché derivate da gestazioni che si sono interrotte per cause naturali e prelevate attraverso biopsia cerebrale, in accordo alle stesse regole che disciplinano la donazione degli organi. E' inoltre da sottolineare che le cellule utilizzate in questa sperimentazione sono le stesse già impiegate nella precedente sperimentazione Sla dal 2012 al 2015. La tecnica, per l'isolamento delle cellule staminali cerebrali umane è estremamente complessa e tutta italiana e permette di ottenere da un frammento di tessuto cerebrale una quantità pressoché illimitata di queste preziose cellule, sempre uguali negli anni per qualità e proprietà . E' questo l'unico esempio al mondo di cellule staminali che sono divenute un vero e proprio farmaco cellulare stabile, riproducibile e con un comportamento prevedibile, che quindi permette interventi clinici che non sono possibili con cellule sempre diverse perché ogni volta isolate da diversi donatori - peraltro da materiale da aborto procurato - e quindi potenzialmente differenti nelle loro azioni biologiche e terapeutiche.  "Un fiore all'occhiello per il nostro paese", afferma Vescovi, che aggiunge: "Rendiamo queste cellule disponibili per le attività di ricerca in tutto il mondo, in particolare ai gruppi di ricerca che al momento non possono implementare nuove sperimentazioni proprio per la mancanza di cellule appropriate. Tutto questo avverrà naturalmente in un regime not-for-profit, come è stato in tutti i nostri studi nei quali i pazienti non hanno dovuto sostenere spesa alcuna".

Monsignor Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita ringrazia il direttore dell'Irccs Casa Sollievo della Sofferenza "che da quasi trent'anni lavora con tenacia e determinazione per raggiungere nuovi traguardi nella medicina rigenerativa e dare una speranza in più  a chi soffre di sclerosi multipla e altre malattie neurologiche. La ricerca di Revert - continua monsignor Paglia - e' unica nel suo genere perché  scevra da qualunque problematica etica e morale e questo ci rende ancora più  fieri dei risultati ottenuti e ci fa guardare al futuro con maggiore ottimismo, sempre nel rispetto della vita. Il traguardo raggiunto, inoltre, dimostra che l'iniziativa non è stata estemporanea, ma è  riuscita ad avere continuità  negli anni, ampliandosi ora ad altre malattie neurologiche e alla valutazione di auspicabili effetti terapeutici standardizzabili. I malati meritano di avere risposte e opzioni di cura ed è  solo un lavoro serio e costante che può  soddisfare tutto ciò , con gratuità ".
Il risultato ottenuto a oggi nasce dalla collaborazione di un team affiatato di ricercatori e medici: ciascuno ha contribuito a una parte della sperimentazione. Per quanto riguarda la coltura cellulare, i ricercatori coordinati da Maurizio Gelati in questo ultimo periodo hanno dovuto anche affrontare le difficoltà  di mantenere la Cell Factory, vale a dire il laboratorio di coltura cellulare, in condizioni 'Covid-free'. 

Il responsabile clinico dello studio è il neurologo Maurizio Leone, coadiuvato da Cristina Spera, mentre il trapianto delle cellule nel paziente è stato eseguito dal neurochirurgo Carlo Conti e della sua equipe e gli studi neuroradiologici da Anna Simeone e Teresa Popolizio, coordinati da Claudio Gobbi.  Lo studio è stato monitorizzato da una commissione di esperti internazionali nel settore della neurologia, neurochirurgia, immunologia e biologia cellulare, così composta: Letizia Mazzini (Neurological clinic, Azienda Ospedaliero-Universitaria Maggiore della Carità , Novara), Brent Alan Reynolds (Department of Neurosurgery, University of Florida College of Medicine, McKnight Brain Institute, Gainesville, Florida, Usa), Giulio Maira (Clinical Institute Humanitas, Rozzano, Milano), Ruggero De Maria (Institute of General Pathology, Catholic University "Sacro Cuore", Roma), Jens Wuerfel (MD-CEO-MIAC AG, Marktgasse 8, CH-4051 Basel), Emanuele Cozzi (Operative Unit of Clinical and Experimental Immunology of Transplants, Azienda Ospedaliera di Padova). La sperimentazione clinica di Fase I per la sclerosi multipla è stata interamente finanziata da Fondazione Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo e da Revert Onlus con il contributo di: Fondazione Cellule Staminali e Aosp S. Maria di Terni e. A dare il via a questo progetto di sperimentazione con le cellule staminali, nel 1993, fu un finanziamento di ricerca finalizzata del ministero della Salute, allocato al laboratorio di Vescovi. L'associazione Revert Onlus ha poi adottato il progetto al termine di quel finanziamento e lo ha portato a fruizione grazie a un accordo ormai strategico con la Fondazione Casa Sollievo. È in piena crescita un progetto che si allargherà a breve alle terapie per il morbo di Parkinson, Huntington, Alzheimer e lesioni ischemiche. Parallelamente, è in preparazione una sperimentazione clinica di Fase I sulle lesioni spinali croniche ed è in fase di approvazione - si pensa entro il 2020 - una sperimentazione di Fase II con iniezione delle stesse cellule nel midollo spinale di pazienti Sla. A questo scopo, l'Irccs Casa Sollievo della Sofferenza ha reperito fondi europei con i quali ha realizzato un Istituto di Medicina Rigenerativa con enormi capacità produttive e d'intervento in quest'area.



Fri, 22 May 2020 15:56:56 GMT

La cannabis potrebbe aiutare a prevenire l'infezione da Covid

Impedire l'infezione da coronavirus con composti e sostanze a base di marijuana. Questo è  l'obiettivo di un gruppo di ricercatori canadesi dell'Università  di Lethbridge ad Alberta, che, in uno studio pubblicato sulla rivista Preprints, e con la collaborazione degli esperti delle società  Pathway Rx e Swysh Inc, hanno analizzato circa 400 diversi ceppi di cannabis e identificato una dozzina e che sembrano promettenti nel prevenire l'infezione da Sars-CoV-2.

"Gli estratti di cannabidiolo (CBD), il principale componente non psicoattivo della marijuana, potrebbero contribuire a ridurre del 70 per cento il numero di recettori cellulari utilizzati dal coronavirus per entrare nell'organismo", spiega Igor Kovalchuk, CEO di Pathway Rx, precisando che sono però  necessari ulteriori studi sull'argomento prima di adottare terapie a base di cannabis. Il team ha trattato dei modelli 3D di tessuto orale, polmonare e intestinale con un campione di estratti CBD da piante di Cannabis Sativa.

"Il livello di THC, il componente psicoattivo della sostanza, era molto basso, perciò non ci aspettavamo effetti collaterali. Abbiamo poi analizzato gli effetti degli estratti su ACE-2, il recettore che facilita l'ingresso del virus nell'organismo. Secondo i nostri risultati, alcuni campioni hanno ridotto il numero dei recettori del 73 per cento, e questo implica che la possibilità di contrarre il virus diventa molto piu' bassa", prosegue il CEO di Pathway Rx.

"Abbiamo esaminato anche altri recettori come TMPRSS2, che facilita la riproduzione delle celle infette, e i cannabinoidi sembrano effettivamente in grado di diminuire le possibilità  di contagio. Dobbiamo sottolineare però  che i prodotti a base di marijuana attualmente in commercio non sono progettati per prevenire l'infezione da Sars-CoV-2, quindi non basta assumere o consumare CBD per ottenere questi effetti", ribadisce ancora Kovalchuk.

"Sono necessari ulteriori studi clinici. Data l'attuale situazione epidemiologica disastrosa e in rapido sviluppo, è necessario prendere in considerazione ogni possibile opportunità terapeutica. Se il nostro studio sarà  confermato dai test, potremo pensare di utilizzare gli estratti di CBD nel collutorio, negli inalatori o in capsule gel. Sarebbe una soluzione efficace e a basso costo", conclude l'esperto.



Wed, 20 May 2020 11:11:17 GMT

Assumere ?idrossiclorochina in modo preventivo è una pessima idea

Non ci sono evidenze scientifiche a sostegno dell'efficacia o dell'utilità dell'assunzione dell'idrossiclorochina in via preventiva, cioè  dell'uso che ne starebbe facendo da più  di dieci giorni il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Anzi: si registrano numerosi e pesanti effetti collaterali.

Lo ribadiscono all'AGI sia il farmacologo Silvio Garattini, direttore dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, che il virologo Fabrizio Pregliasco, docente dell'Università degli Studi di Milano.

"L'idrossiclorochina è  un farmaco usato come anti-malarico - spiega Garattini - che impedisce al parassita responsabile della malattia di attaccare l'organismo. Ma è  anche usato contro malattie autoimmuni, come il lupus eritematoso sistemico e l'artrite reumatoide". Tuttavia, da qualche mese si sta cercando di capire se possa essere d'aiuto contro il nuovo coronavirus.

"Si è  iniziato quindi a studiarne gli effetti nei pazienti Covid-19, inizialmente con risultati abbastanza incoraggianti", riferisce Pregliasco. "Dati positivi sono stati segnalati quando il farmaco viene somministrato nelle fasi iniziali della malattia, ma nulla di eclatante", aggiunge.

Poi la bocciatura da parte di due studi, uno americano e l'altro cinese. "In entrambi gli studi non sono stati evidenziate prove dell'efficacia del farmaco nei pazienti con Covid-19", dice Garattini. "Anzi sono stati segnalati molti effetti collaterali. In particolare, sono stati rilevati problemi cardiaci molto pericolosi che di fatto ne scoraggiano l'uso", aggiunge, sottolineando che "siamo ancora in attesa dei risultati degli studi italiani".

Se le evidenze sull'efficacia dell'idrossiclorochina sui malati di Covid-19 sono più  che altro negative e contrastanti, nessun dato abbiamo per quanto riguarda l'assunzione in via preventiva del farmaco. "E' un'ipotesi interessante, ma non abbiamo indicazioni in tal senso", dice Pregliasco.

Più  duro Garattini: "Capisco che nella disperazione si cerca di provarle tutte, ma sarei cauto sull'uso preventivo di un farmaco che sappiamo avere pesanti effetti collaterali", dice. "Anzi trovo quello che sta facendo il presidente Trump pericoloso: si lancia alla popolazione un messaggio sbagliato che può  avere ripercussioni sulla loro salute", aggiunge Garattini. Dal canto suo l'Agenzia italiana del farmaco ha dato di recente il via libera a uno studio multicentrico e multinazionale sull'assunzione dell'idrossiclorochina in via preventiva. "Un conto però è  assumere il farmaco in studi clinici controllati, un altro è  assumerlo di testa propria", precisa Garattini. "Bisogna stare molto attenti", conclude. 



Mon, 18 May 2020 10:55:29 GMT

La matematica applicata alla prevenzione delle malattie cardiache

Da una migliore comprensione delle artimie ad aiuto per delicati interventi di miectomia fino a strumento per la mappatura dei ventricoli per l'inserimento di cateteri contro lo scompenso cardiaco. Questi sono i primi risultati del progetto "iHEART" del Politecnico di Milano, giunto al suo terzo anno dopo aver vinto un ERC Advanced Grant di 2.350.000 Euro.

L'obiettivo del progetto è quello di realizzare un modello matematico completo per lo studio del comportamento del cuore umano e delle sue patologie, una sorta di "microscopio virtuale", in cui siano integrati tutti i processi della funzione cardiaca: la propagazione dell'impulso elettrico, l'attivazione cellulare, la contrazione e il rilassamento del miocardio durante le fasi sistolica e diastolica, la fluidodinamica nel sangue nei ventricoli e negli atrii, la dinamica di apertura e chiusura delle quattro valvole cardiache.

Le ricerche sviluppate finora hanno già permesso di rendere operativi alcuni moduli che stanno suscitando un grande interesse nella comunità medica; dagli studi di fattibilità si è quindi passati alle prime prove sul campo, in cui matematici e medici lavorano fianco a fianco nella ottimizzazione di questi nuovi strumenti all'interno di delicate procedure di intervento per far fronte ad alcune patologie cardiache di grande rilevanza.

Grazie ai modelli matematici sviluppati in iHEART, ad esempio, è stato possibile produrre indicazioni quantitative sui fattori che favoriscono l'innesco e il mantenimento di aritmie, come la tachicardia ventricolare. Le tradizionali modalità di intervento consistono nell'effettuare ablazioni trans-catetere, che permettono, tramite l'erogazione di radiofrequenza, di rendere inattive le aree anomale che causano l'aritmia.

In collaborazione con l'Unità di aritmologia ed elettrofisiologia cardiaca dell'IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, si è verificato come la matematica cardiaca riesca a supportare e a consolidare lo studio elettrofisiologico nella localizzazione delle zone di intervento sulla parete del cuore. Sono inoltre in avanzata fase di sviluppo algoritmi sempre più rapidi, che consentiranno di effettuare questo tipo di analisi in tempo reale, velocizzando in maniera significativa il processo decisionale dell'intervento.

 

Evoluzione del potenziale transmebranale  in atri (in alto) e ventricoli (in basso) in diverse fasi del battito cardiaco (Credit: R.Piersanti, Politecnico di Milano)

In collaborazione con l'Ospedale Sacco di Milano viene attualmente sviluppato un modello che fornisce indicazioni precise al cardiochirurgo su come effettuare la miectomia (rimozione) di una porzione del setto interventricolare, mediante un'analisi non invasiva e a bassissimo costo. Questo trattamento è il più usato per curare la cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva, che consiste nell'ispessimento del setto a tal punto da rendere difficoltosa l'espulsione del sangue dal ventricolo sinistro nell'aorta ascendente.

La simulazione matematica si inserisce nella fase pre-operatoria, ed è stata considerata dai medici come efficace strumento di guida per il delicato intervento. Un ulteriore strumento computazionale è stato sviluppato in collaborazione con la cardiologia e radiologia dell'Ospedale S. Maria del Carmine di Rovereto (TN), riguardo all'ottimizzazione della terapia di risincronizzazione cardiaca (CRT) che consiste nell'impianto di un device in grado di ripristinare la corretta sincronia del battito cardiaco compromessa da disturbi di conduzione o dalla presenza di cicatrici.

Campo di pressione nella rete coronarica (sinistra), rate di perfusione (destra) (Credit: S. Di Gregorio, Politecnico di Milano)

A tal fine i cardiologi devono effettuare un mappaggio del ventricolo sinistro per rilevarne l'attività elettrica, che consiste nell'inserimento di un catetere- elettrodo attraverso i vasi della circolazione. Lo strumento matematico, attualmente validato, permetterà di ridurre considerevolmente il tempo di mappaggio e quindi i tempi di esposizione del paziente ad un trattamento invasivo, e di guidare il posizionamento del catetere nel posto più curativo per il paziente scompensato.

Come questi esempi dimostrano, iHEART ha aperto nuovi orizzonti fra matematica e medicina traslazionale e ha istituito un'azione coordinata e sistematica fra Università e ospedali creando una nuova figura professionale all'interfaccia fra matematica, bioingegneria, medicina e data science.

"Grazie a tutte le nuove collaborazioni cliniche e all'attività integrata dei nostri giovani ricercatori (dottorandi e post doc) con quella dei ricercatori operanti presso strutture ospedaliere, riteniamo di riuscire a tracciare una pista importante in Italia in una disciplina nuova, la Medicina Computazionale", riassume Alfio Quarteroni, responsabile del progetto.



Fri, 15 May 2020 12:57:16 GMT

Più che il caldo, è il sole che può indebolire il coronavirus

Potrebbe non essere il caldo in quanto tale ad aiutarci questa estate a ridurre l'impatto del coronavirus, quanto i raggi UVB, i raggi ultravioletti prodotti dal sole capaci di "destabilizzare" il virus. Lo sottolinea il professor Vincenzo Bruzzese, Direttore UOC Medicina Interna e Rete Reumatologica del Presidio Nuovo Regina Margherita a Roma. "In questi mesi si è  più  volte discusso - spiega l'esperto - se il caldo estivo potesse influenzare in senso positivo la riduzione del contagio da Coronavirus. Più  opinioni sono state espresse da vari infettivologi e nella maggior parte dei casi la risposta è  stata negativa. Le risposte sono state le più  varie e spesso hanno incrementato ulteriori dubbi ed incertezze. Cerchiamo allora di fare un po' di chiarezza su un argomento in cui sicuramente certezze non si possono avere".

Il caldo, ricorda Bruzzese, "uccide i virus in generale ad una temperatura intorno ai 90 gradi centigradi. È quindi evidente che il caldo estivo non può  uccidere il coronavirus o influenzare il suo ciclo vitale. Si è  anche ipotizzato che il caldo estivo possa influenzare positivamente il contagio perché  ci sarebbe un maggior distanziamento sociale. Questa ipotesi è  veramente singolare, se si pensa che l'estate è  il momento in cui c'è  più  aggregazione, anche se in ambienti esterni. Ciò  andrebbe in contraddizione con tutto quello che abbiamo raccomandato e fatto fino ad adesso: distanziamento anche nei luoghi esterni. Si è  ipotizzato che le goccioline di saliva, meglio conosciute ormai come droplets, con il caldo perderebbero la loro componente acquosa e si "essicherebbero" prima di poter contagiare un individuo, Questa è  un'altra ipotesi inverosimile se si pensa a quale velocità  viaggiano le goccioline di uno starnuto. Si è  inoltre evidenziato che, siccome durante l'estate ci sono meno infezioni del tratto bronco-polmonare, questo potrebbe diminuire il contagio. Ma il Coronavirus non "bada" alle infezioni broncopolmonari ed infetta chiunque".

Allora il caldo non fa niente? "No - afferma Bruzzese - bisogna intendere il caldo come irradiazione solare. Non è  il caldo che influenza il ciclo vitale del virus, ma sono i raggi ultravioletti del sole che destabilizzano il virus. Tutti i virus ed in particolare i coronavirus sono sensibili ai raggi UVB del sole. Durante la stagione estiva, in particolare da giugno ad agosto il sole, alla nostra latitudine, splende ed irradia per molte ore la nostra superficie terrestre, distribuendo raggi UVB molto potenti. Questi possono destabilizzare la struttura del coronavirus ed influenzare il suo ciclo vitale, rendendolo meno contagioso e virulento. Ci dobbiamo aspettare quindi, in questi mesi estivi, un calo notevole dei contagi e soprattutto una malattia diversa, meno aggressiva e con meno complicazioni. Sarà  inoltre inverosimile, durante il periodo estivo, una seconda ondata di contagio".

La speranza, conclude Bruzzese, "è che il coronavirus, come è  successo per la Sars, dopo l'estate perda il suo potere di contagiosità  e di aggressività ; se ciò  non dovesse accadere e se dovessero permanere focolai quiescenti in Italia od attivi, soprattutto nell'emisfero australe, allora una seconda ondata e' verosimile che avvenga da ottobre in poi, quando l'irradiazione solare diminuisce e con essa l'azione dei raggi UVB. Occorre quindi mantenere la massima allerta , anche in questo periodo estivo, ed essere prudenti nello smantellare presidi ed ospedali Covid. In questo momento è  un'operazione improvvida che va evitata".



Fri, 15 May 2020 11:55:04 GMT

Il collutorio protegge dal coronavirus, dice uno studio

Distruggendo lo strato lipidico che avvolge il virus, il collutorio ha il potenziale per proteggere dall'infezione prima che questa raggiunga le cellule umane.

Lo ha scoperto un gruppo internazionale di ricercatori che ha riportato i risultati delle analisi sulla rivista Function. "Sars-CoV-2 rientra nella categoria dei 'virus avvolti', il che significa che è ricoperto da uno strato di lipidi, vulnerabili a determinate sostanze chimiche. Il collutorio potrebbe compromettere questo strato e impedire la replicazione del virus nella bocca e nella gola", spiega O'Donnell del Systems Immunity Research Institute presso l'Università di Cardiff, nel Regno Unito.

"Non ci sono prove che l'uso del collutorio protegga dalle infezioni del nuovo coronavirus", dichiara l'Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), mentre gli autori dello studio ribadiscono che è necessario condurre ulteriori studi per verificare questa possibilità . 

"Dalle analisi cliniche di laboratorio è emerso che alcuni collutori contengono concentrazioni di sostanze sufficienti a compromettere l'integrità dello strato esterno di alcuni virus. Non sappiamo ancora se questo è applicabile alla conformazione di Sars-CoV-2, ma dobbiamo studiare in tal senso", prosegue il ricercatore. Lo studio gallese è supportato da virologi e specialisti della School of Medicine dell'Università di Cardiff e delle università di Nottingham, Colorado, Ottawa, Barcellona, nonché del Babraham Institute di Cambridge.

“Il potenziale del collutorio non è stato ancora studiato appieno, ma sarebbe opportuno analizzare gli effetti di ingredienti come clorexidina, cetilpiridinio cloruro, perossido di idrogeno e povidone-iodio sulla membrana lipidica, che tra l'altro non cambia al mutare del virus, il che significherebbe che il collutorio non perderebbe efficacia contro i nuovi ceppi", osservano gli esperti.