Fri, 15 Jan 2021 11:53:51 GMT

La variante brasiliana del covid reinfetta chi è guarito

AGI - Un'infermiera brasiliana si è  reinfettata con il virus Sars-Cov-2, con la nuova variante del Sud America, sollevando il timore che questa mutazione ostacoli l'immunità . La variante, che ha spinto il Regno Unito a vietare tutti i voli dal Sud America, è  caratterizzata da una mutazione che potrebbe rendere il virus in grado di superare l'immunità  sviluppata a seguito di una prima infezione con la versione del virus vecchia.

L'infermiera brasiliana, 45enne, si è  ammalata con la nuova variante a ottobre, cinque mesi dopo essersi ripresa da una precedente infezione Covid causata da un ceppo più  vecchio. Nella seconda infezione i sintomi della donna sono peggiorati. I ricercatori della Fondazione Oswaldo Cruz, un istituto di scienza di Rio de Janeiro, hanno avvertito che le mutazioni sulla nuova variante potrebbero aumentare il rischio di reinfezione.

"Le evoluzioni virali possono favorire le reinfezioni", spiegano gli esperti, sottolineando che le varianti individuate di recente "hanno sollevato preoccupazioni sul loro potenziale impatto sull'infettività ". A causa dei crescenti timori sulla variante sudamericana, il governo britannico ha bandito tutti i viaggi provenienti da Portogallo, Sud America, Panama e Capo Verde nel tentativo di proteggere la Gran Bretagna.

Il segretario ai trasporti Grant Shapps ha affermato di aver ampliato il divieto al solo Brasile per "ridurre il rischio di importare infezioni". E il principale consigliere scientifico del Regno Unito, Sir Patrick Vallance, ha ammesso ieri sera che "non sappiamo per certo" come la nuova variante influenzerà  i vaccini e l'immunità .

Il report della Fondazione Oswaldo Cruz afferma che la donna è  stata infettata la prima volta il 26 maggio scorso e all'epoca aveva diarrea, dolori muscolari e debolezza generale. Ha assunto un farmaco per l'asma chiamato prednisone e si è  ripresa in circa 3 settimane senza problemi. Successivamente, a ottobre si è  ammalata di nuovo con sintomi simili - diarrea, mal di testa, tosse e mal di gola - ed è  nuovamente risultata positiva al coronavirus. Rispetto alla prima volta, le sue condizioni sono peggiorate e ha sviluppato difficoltà  respiratorie, mancanza di respiro, dolori muscolari e insonnia.

Quando i ricercatori hanno confrontato i campioni dei test positivi effettuati a maggio e a ottobre, hanno scoperto che l'ultimo presentava mutazioni ora note per essere una componente chiave della variante brasiliana. La mutazione genetica, chiamata E484K, cambia la forma della proteina spike all'esterno del virus in un modo che potrebbe renderla meno riconoscibile a un sistema immunitario "addestrato" a individuare versioni del virus che non hanno la mutazione.

Si pensa che E484K modifichi il virus in un modo che renda più  difficile per gli anticorpi legarsi ad esso per impedirgli di entrare nel corpo. Gli anticorpi sono una parte del sistema immunitario che può  paralizzare i virus o attaccarsi ad essi e segnalarli come bersagli per altri globuli bianchi "killer".

In questo caso, la parte della proteina spike che viene modificata è  chiamata "dominio di legame del recettore", o RBD, che il virus utilizza per attaccarsi al corpo.

I ricercatori di Oswaldo Cruz hanno scritto: "L'analisi delle mutazioni ha dimostrato, per la prima volta, un caso di reinfezione con una variante virale che ospita la mutazione E484K, situata in un residuo chiave del dominio di legame del recettore, che sembra aumentare modestamente il legame tra la proteina Spike e il corpo".

Gli scienziati hanno detto che il caso dell'infermiera è  il primo di reinfezione con la variante. E suggeriscono che le differenze causate dalla mutazione alla proteina spike significano che l'immunità  naturale sviluppata dal suo corpo dopo la prima infezione non è  stata in grado di proteggerla dalla seconda.

La variante brasiliana è  già  nel Regno Unito. Lo ha confermato uno degli esperti di punta del Paese, la professoressa Wendy Barclay, dell'Imperial College di Londra, secondo la quale inoltre la mutazione rilevata in Brasile ha "due varianti" e solo di una per ora è  stata accertata la circolazione in Gran Bretagna. Lo riporta il Daily Mail. 



Wed, 13 Jan 2021 15:13:00 GMT

BioNTech sta sviluppando un potenziale vaccino contro la sclerosi multipla

AGI - La società biotecnologica tedesca che insieme a Pfizer ha realizzato il vaccino contro Covid-19 ha ora annunciato lo sviluppo di un'altra procedura immunizzante, questa volta utile a prevenire la sclerosi multipla (SM).

Pubblicati sulla rivista Science, i primi risultati ottenuti dall'azienda avrebbero portato al trattamento della SM in alcuni roditori. Stando a quanto affermato dagli esperti di BioNTech, questa procedura è simile a quella sviluppata in collaborazione con il gigante farmaceutico statunitense Pfizer per il vaccino contro Covid-19.

“In pratica– spiega Ugur Sahin, immunologo e docente di Oncologia presso l'Università di Magonza, nonché amministratore delegato di BioNTech – viene inoculata una sezione di RNA messaggero, materiale genetico che porta le cellule del corpo a produrre una proteina che conferisce l'immunità . Nel caso del vaccino contro Covid-19, il sistema immunitario riconosce il virus in caso di reinfezione, producendo gli anticorpi specifici e combattendo l'infezione prima che possa diffondersi, mentre per la SM la tecnologia impedisce al sistema di attaccare i neuroni nel cervello e nel midollo spinale, prevenendo l'eventuale perdita della funzione corporea” .

Gli studi clinici condotti sui topi, riportano gli autori, hanno portato all'arresto della progressione della malattia e al ripristino di alcune capacità motorie. “Il vaccino BioNtech per il coronavirus – dichiara l'esperto – ha un'efficacia del 95 per cento ed è stato il primo vaccino a RNA messaggero a ricevere l'approvazione per uso umano al di fuori di studi clinici. Oggi viene somministrato a migliaia di persone ogni giorno” .

La sclerosi multipla, aggiunge lo scienziato, insorge quando il sistema immunitario deteriora lo strato protettivo che circonda i neuroni, la guaina mielinica, che consente il passaggio di impulsi elettrici attraverso le cellule. Come risultato di questa interruzione, quindi, il paziente perde progressivamente delle funzionalità del corpo, fino all'arresto della respirazione.

“I trattamenti attuali – continua Sahin – prevedono lo smorzamento del sistema immunitario, per ritardare il degrado della guaina mielinica, ma questo rende la persona vulnerabile alle infezioni poiché non è in grado di combattere virus o batteri. Un vaccino contro la SM potrebbe introdurre informazioni genetiche in grado di educare il sistema immunitario a non attaccare la guaina mielinica” .

Il gruppo di ricerca ha somministrato il vaccino per la sclerosi multipla in alcuni topi affetti da encefalomielite autoimmune, l'equivalente animale della SM umana. “La nostra soluzione si è dimostrata in grado di bloccare tutti i segni clinici della malattia – dichiara l'amministratore delegato di BioNTech – mentre gli esemplari di controllo hanno mostrato tutti i sintomi della problematica. In alcuni roditori erano già state osservate manifestazioni evidenti e avanzate, come la paralisi della coda, prima della somministrazione del vaccino” . “In questi casi l'inoculazione ha portato a un'inversione della paralisi, ripristinando le funzioni motorie – conclude Sahin – saranno necessari ulteriori approfondimenti prima di avviare studi clinici su partecipanti umani, ma speriamo che questi risultati rappresentino il primo passo verso un vaccino efficace contro la sclerosi multipla” .



Tue, 12 Jan 2021 11:43:00 GMT

La stanchezza non è sintomo di un fegato malato

AGI - La stanchezza non è un sintomo riconducibile alla colangite biliare primitiva (CBP). Una ricerca condotta dal Centro delle Malattie Autoimmuni del Fegato dell'Ospedale San Gerardo di Monza e dai Dipartimenti di Medicina e di Psicologia dell'Università di Milano-Bicocca ha escluso una relazione diretta con la patologia del fegato, individuando in altri fattori una possibile causa di stanchezza e affaticabilità .    

La CBP è una malattia del fegato che, benché rara, in Italia colpisce più di 10.000 persone, soprattutto donne oltre i 40 anni di età . Da più di 30 anni studiosi del Nord Europa sostengono che pazienti affetti da CBP soffrono molto di stanchezza ed affaticabilità ( “fatigue” in inglese), sintomi che non trovavano riscontro nell'esperienza clinica di altri medici e studiosi che operano in altre parti nel mondo. A rendere ancora più complessa la comprensione del problema ha contribuito per lungo tempo la mancanza di strumenti adeguati per valutare la “stanchezza ed affaticabilità ” . Una scarsa chiarezza che ha creato e crea molti problemi ai pazienti ed ai loro medici curanti.     

Il lavoro di ricerca si è articolato in due fasi. Nella prima è stato elaborato un questionario (chiamato PBC-27 perché composto da 27 domande) per valutare l'impatto della CBP sulla qualità della vita e rilevare la presenza e la rilevanza di sintomi soggettivi come la stanchezza.

Successivamente, sono stati analizzati i dati ricavati da un ampio studio multicentrico internazionale che ha coinvolto centinaia di pazienti italiani, giapponesi, spagnoli, e britannici, e che ha permesso di capire che la stanchezza era presente solo o soprattutto in pazienti britannici e non in quelli che vivono in Spagna, Italia, e Giappone. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Translational Autoimmunity.     

"Questionari per valutare la qualità della vita e sintomi come la stanchezza stanno diventando strumenti sempre più importanti ed utilizzati in medicina, per poter operare confronti tra i pazienti e valutare l'andamento dei singoli in una concezione di salute che mette al centro il benessere complessivo della persona, che noi chiamiamo qualità della vita", spiega Lorenzo Montali, professore in Psicologia sociale dell'Università di Milano-Bicocca e primo autore dello studio. "È stata vincente l'idea di confrontare la qualità della vita e la frequenza di stanchezza ed affaticabilità in popolazioni molto distanti e diverse tra loro da tanti punti di vista: pensiamo alle differenze genetiche, ma anche culturali tra noi europei e la popolazione giapponese", afferma Pietro Invernizzi, professore in Gastroenterologia dell'Università di Milano-Bicocca.     

"Questo studio ci ha permesso in primis di escludere che la stanchezza fosse un sintomo necessariamente presente in tutti i malati affetti da CBP, ma anche di speculare su quali possano essere i fattori scatenanti in quei pazienti che ne soffrono. L'avere osservato, ad esempio, che ne soffrono soprattutto i pazienti che vivono a latitudini più settentrionali come la Gran Bretagna fa pensare che l'esposizione al sole, e quindi i livelli nel sangue di vitamina D, possa avere un ruolo", aggiunge. "Ci spiace per i pazienti con CBP che vivono in altre parti del mondo, ma per noi pazienti italiani questo studio è molto tranquillizzante", commenta Davide Salvioni, presidente di AMAF Onlus, l'associazione italiana di pazienti dedicata alle malattie autoimmuni del fegato. "Da ora penseremo ad altri motivi e non più solo alla nostra malattia di fegato quando ci sentiremo stanchi. Può sembrare poco, ma per i pazienti affetti da CBP è molto, molto importante", aggiunge. 



Tue, 12 Jan 2021 06:23:15 GMT

Arriva un nuovo test sierologico che misura gli anticorpi Covid 

AGI - DiaSorin lancia un nuovo test sierologico quantitativo disponibile nei mercati che accettano la marcatura CE per misurare gli anticorpi IgG contro il Sars-CoV-2.

Il nuovo test, a completamento degli studi clinici sui vaccinati, potrà essere utilizzato per valutare i livelli di anticorpi al fine di determinare l'efficacia dei vaccini Covid-19. Il test è stato sottoposto alla Food and Drug Administration americana per richiederne l'autorizzazione all'Uso di Emergenza nel mercato statunitense.

Il test Liaison Sars-CoV-2 TrimericS IgG - afferma una nota - è stato sviluppato utilizzando l'intera proteina Spike del Sars-CoV-2 nella sua forma trimerica che imita perfettamente la conformazione nativa della proteina.

La letteratura scientifica disponibile ha dimostrato che la proteina Spike trimerica utilizzata nel nuovo test DiaSorin è in grado di rilevare l'intero spettro della risposta immunitaria naturale al virus, invece di limitare la rilevazione agli anticorpi contro singoli epitopi, ovvero piccole parti dell'antigene che legano l'anticorpo specifico quale il Receptor Binding Domain, comunemente usati da altri test disponibili sul mercato.

Ciò consente di rilevare una popolazione più ampia di anticorpi generati dalla risposta immunitaria, riducendo il rischio di risultati falsi negativi. Di conseguenza, il test è uno strumento diagnostico che potrebbe essere utilizzato per valutare l'efficacia dei vaccini Covid-19.

Negli studi clinici condotti, il test ha dimostrato una sensibilità del 98,7% e una specificità del 99,5% e sarà disponibile per l'utilizzo nei laboratori di tutto il mondo. 

“Ci aspettiamo un'importante domanda per questo nostro nuovo test, in quanto potrà essere utilizzato sia nel monitoraggio post-vaccinazione che come strumento di screening preventivo per valutare il livello iniziale di anticorpi di ciascun paziente” , ha commentato Chen Even, Chief Commercial Officer del Gruppo DiaSorin. 

“Il nostro test avrà , inoltre, un ruolo fondamentale nei prossimi mesi, aiutando a massimizzare le campagne vaccinali e posizionandosi, nel medio termine, in maniera strutturale per la valutazione dei titoli anticorpali contro il Sars-CoV-2” .

“Siamo veramente orgogliosi di questo nuovo test che pensiamo saprà svolgere un ruolo fondamentale nella lotta al Covid-19” , ha commentato Carlo Rosa, Ceo del Gruppo. “Abbiamo dimostrato, ancora una volta, di esserci mossi ed adattati rapidamente alle esigenze del mercato, facendo leva sulla qualità dei nostri ricercatori che lavorano senza sosta per rendere disponibili soluzioni diagnostiche innovative, confermando il nostro posizionamento di specialisti della diagnostica” . 



Mon, 11 Jan 2021 16:40:12 GMT

L'intensità del sesso orale aumenta le probabilità di cancro orofaringeo

Il papillomavirus umano, o HPV, può infettare anche bocca e gola e provocare neoplasie del cavo orofaringeo, e il contagio può avvenire anche in caso di rapporti sessuali orali frequenti con diversi partner. A evidenziarlo uno studio, pubblicato sulla rivista Cancer, a cura dell'American Cancer Society, condotto dagli esperti della Johns Hopkins University, che hanno scoperto che un numero di partner di rapporti orali maggiore di dieci sembra associato a una probabilità 4,3 volte maggiore di sviluppare un cancro orofaringeo correlato all'HPV.

“Praticare rapporti orali in giovane età – afferma Virginia Drake della Johns Hopkins University – e con un'intensità elevata, quindi con diversi partner in brevi periodi di tempo, potrebbe essere associato a un rischio maggiore di neoplasie del cavo orofaringeo” . Il team ha condotto un sondaggio su 508 partecipanti, 163 dei quali affetti da cancro della bocca e della gola correlato all'HPV, chiedendo loro informazioni sull'intensità , la tempistica e la frequenza con cui avevano praticato rapporti orali.

“Dai risultati – riporta l'esperta – emerge che gli individui che avevano avuto partner più anziani da giovani e quelli che avevano avuto rapporti extraconiugali avevano maggiori probabilità di sviluppare un cancro orofaringeo correlato all'HPV. Il nostro studio si basa su ricerche precedenti per dimostrare che il solo numero di partner non è sufficiente a determinare l'incidenza di neoplasie, ma che esiste una serie di fattori precedentemente poco considerati che influenzano queste eventualità ” .

“Dato che l'incidenza del cancro orofaringeo correlato all'HPV continua ad aumentare negli Stati Uniti – conclude Drake – il nostro studio offre una valutazione contemporanea dei fattori di rischio per questa malattia. Abbiamo scoperto ulteriori sfumature di come e perché alcune persone possono sviluppare questa problematica, il che può aiutare a identificare i soggetti potenzialmente più vulnerabili” .



Sun, 10 Jan 2021 06:14:51 GMT

Accordo tra Cuba e Teheran per il vaccino contro il Covid

AGI - Cuba testerà in Iran il suo Soberana 02, il progetto vaccinale più avanzato. L'Istituto Finlay dei Vaccini e l'Istituto Pasteur in Iran hanno firmato un accordo che consentirà "di completare le prove cliniche del candidato vaccino Soberana 02 e di avanzare più rapidamente verso l'immunizzazione dal Covid-19 in entrambi i Paesi", ha scritto su Twitter il centro cubano.

Cuba spera di immunizzare contro il Covid-19 tutta la popolazione entro l'anno.

La firma dell'intesa ha coinciso con un tweet della guida suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, che considera impossibile confidare nei vaccini americano o britannico. "È vietato importare vaccini prodotti negli Stati Uniti o nel Regno Unito. Non possiamo fidarci di loro", ha detto Khamenei nel messaggio, che è stato poi soppresso da Twitter, in quanto lo considerava una violazione delle sue regole. 

Soberana 02 è è il più avanzato dei progetti di vaccino contro il coronavirus a cui gli scienziati dell'IFV stanno lavorando, l'altro è Soberana 01. Entrambi sono affidabili in termini di sicurezza e risposta immunitaria, ma "Soberana 02 in particolare, per le sue caratteristiche, ha mostrato una risposta immunitaria precoce (a 14 giorni)", ha spiegato il direttore dell'IFV Vicente Verez a dicembre quando ha annunciato il suo ingresso nella fase 2 degli studi clinici.

Il direttore ha poi sottolineato che le trattative per sviluppare la fase 3 delle sperimentazioni cliniche di Soberana 02 in altri Paesi stavano procedendo, a causa della bassa prevalenza di Covid-19 nella popolazione cubana, e ha annunciato che Cuba sarà in grado di immunizzare tutta la sua popolazione con il proprio vaccino covid-19 nella prima metà del 2021.

Il Centro di ingegneria genetica e biotecnologia sta lavorando anche su altri due candidati contro il coronavirus, chiamati Mambisa e Abdala

Gli scienziati cubani hanno esperienza nell'ottenere e produrre vaccini: il programma nazionale di vaccinazione infantile ha 11 vaccini contro 13 malattie, otto dei quali sono prodotti sull'isola.



Sat, 09 Jan 2021 15:53:58 GMT

Arrivano le lenti intelligenti per rallentare la miopia

AGI - Per rallentare la corsa della miopia, che in Italia riguarda circa un milione e mezzo tra bimbi e adolescenti, arrivano le lenti per occhiale 'intelligenti'. Altamente innovative sono in grado di correggere e allo stesso tempo ridurre in media del 60% la progressione della miopia, in modo efficace, semplice e non invasivo, con particolare vantaggio per i più piccoli, che soprattutto negli ultimi mesi si sono ritrovati causa lockdown a trascorrere gran parte della giornata con due nemici della vista: pc e smartphone.

La buona notizia arriva dai massimi esperti italiani riuniti al convegno digitale "Nuove Prospettive nell'Evoluzione della Progressione Miopica", alla luce dell'efficacia dei fatti registrata da uno studio della Polytechnic University di Hong Kong, centro di eccellenza per la miopia e pubblicati sul British Journal of Ophthalmology.

Frutto della ricerca di Hoya, azienda leader mondiale per le lenti oftalmiche in collaborazione con la Polytechnic University di Hong Kong, le lenti con tecnologia D.I.M.S. oltre a correggere la miopia, come qualsiasi altra lente, inibiscono l'allungamento del bulbo oculare, grazie a circa 400 'isole', cioè microscopici segmenti capaci di generare una particolare 'sfocatura' nella retina periferica, in modo da rallentare l'allungamento del bulbo oculare e la progressione della miopia.

I dati raccolti su 160 bambini dagli 8 ai 13 anni con miopia fino a - 5.00 diottrie, dimostrano in due anni una riduzione in media del 60% dello sviluppo della miopia in chi ha portato occhiali con queste lenti speciali.

Tenere sotto controllo la miopia è un problema di salute pubblica in crescita esponenziale negli ultimi decenni, già denunciato dall'Oms secondo cui attualmente, sono un 1,5 miliardi le persone miopi in tutto il mondo che si stima possano salire a 2,5 miliardi da qui a 10 anni e a 5 miliardi entro il 2050. Numeri spaventosi che fanno già parlare di un'epidemia di miopia. Un pericolo serio in quanto il disturbo che compare in età scolare tende a peggiorare in età adulta, con il rischio di sviluppare possibili complicazioni come la cataratta, il glaucoma, il distacco di retina e la maculopatia.

Tuttavia la maggior parte dei genitori considera la forte miopia come un inconveniente piuttosto che un rischio per la salute. In Italia la miopia riguarda 15 milioni di adulti e circa un milione e mezzo tra bambini e adolescenti, che rischiano di peggiorare la loro visione da lontano, anche a causa del troppo tempo passato al chiuso e all'utilizzo smodato di pc, TV e smartphone in aumento durante i mesi di isolamento.

"La miopia è il disturbo della vista più comune e si verifica quando l'occhio è troppo lungo e la luce non si concentra correttamente sulla retina, che trasmette al cervello le impressioni luminose, facendo apparire sfocati gli oggetti distanti. Il maggior tempo trascorso durante questi mesi in attività 'da vicino' può aumentare il rischio di problemi agli occhi anche in chi non sarebbe portato a svilupparli per il continuo sforzo di accomodamento della vista per cui alla fine l'occhio non riesce più a trovare la messa a fuoco per vedere da lontano - spiega Paolo Nucci, Ordinario di Oftalmologia all'Università Statale di Milano - Quando si corregge la miopia con un occhiale o con una lente a contatto si porta a fuoco l'immagine che arriva alla parte centrale dell'occhio ma non si ottiene lo stesso grado di messa a fuoco sulle immagini della periferia. Il risultato di questa scarsa correzione periferica è l'invio di un messaggio al cervello che segnala come l'occhio sia troppo corto per vedere bene a sufficienza. 

L'inevitabile reazione è una spinta all'allungamento oculare e quindi al peggioramento della miopia. Le lenti con tecnologia D.I.M.S. - precisa Nucci - generano una particolare sfocatura della retina periferica, detta 'defocus miopico perifericò , che 'ingannà il cervello facendogli credere che l'occhio è già cresciuto abbastanza dando il segnale di mantenere corto il bulbo oculare, rallentando cosi' in media del 60% la progressione della miopia. Un risultato iniziale ma molto incoraggiante che sarà completato con un ulteriore studio clinico osservazionale condotto in Francia e Regno Unito". 



Sat, 09 Jan 2021 15:19:27 GMT

Contro il Covid avviata la sperimentazione clinica con l'albumina 

AGI - In attesa dello sviluppo di un vaccino per sconfiggere la malattia, il gruppo di ricerca coordinato da Francesco Violi della Sapienza ha iniziato la sperimentazione dell'uso di albumina come supporto alla tradizionale terapia anticoagulante nel trattamento delle complicanze trombotiche. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Thrombosis and Haemostasis. Nei pazienti con infezione da SARS-CoV-2 è ormai accertato l'elevato rischio legato alla formazione di trombi che possono determinare conseguenze devastanti come ostruzioni polmonari (embolie), infarto cardiaco e ictus con una frequenza più  elevata di quella riscontrata nella polmonite comunitaria.

Per tale ragione la comunità scientifica ha cercato di identificare una terapia mirata, a supporto di quelle tradizionali, per far fronte alle complicanze dovute alla formazione di trombi riducendo il ricorso alla terapia intensiva.

Lo studio

Il nuovo studio coordinato da Francesco Violi del Dipartimento di Scienze cliniche internistiche, anestesiologiche e cardiovascolari, ha indagato se l'impiego di albumina in pazienti Covid-19 con concomitante ipoalbuminemia, inibisse la coagulazione del sangue. Per una settimana, a 10 pazienti Covid-19, già in trattamento con anticoagulanti, è stata somministrata albumina endovena e si è osservata una ridotta coagulazione rispetto a quella di 20 pazienti in terapia con il solo anticoagulante.

Allo studio, pubblicato sulla rivista Thrombosis and Haemostasis, hanno collaborato anche Francesco Pugliese del Reparto di Terapia intensiva, Claudio Maria Mastroianni e Mario Venditti del Reparto di Malattie Infettive del Policlinico Umberto I e Francesco Cipollone dell'Università degli studi "Gabriele Annunzio" di Chieti. In un precedente lavoro il gruppo di Violi, aveva osservato che i pazienti Covid-19 presentano livelli ridotti di albumina, proteina che viene prodotta dal nostro organismo e che è tra i più potenti antinfiammatori oltre a svolgere anche un'azione anticoagulante.

"Questa osservazione - dichiara Violi - ha fatto supporre che i bassi livelli di albumina potessero facilitare la coagulazione e dunque contrastare anche l'efficacia della terapia anticoagulante". Partendo da queste basi, il team di ricerca è passato alla osservazione clinica degli effetti dell'infusione di albumina, ottenendo risultati incoraggianti.

"Oggi, dai primi dati preliminari, sembrerebbe che il trattamento determina una minor comparsa di eventi vascolari - conclude Violi - Seppure sia necessario un numero maggiore di pazienti per confermare questo dato preliminare, lo studio apre la strada all'uso dell'albumina in pazienti Covid-19 per valutare se la sua infusione, associata alla terapia anticoagulante classica, riduca il rischio trombotico e quindi la mortalità ". 



Sat, 09 Jan 2021 15:11:46 GMT

In gravidanza e allattamento ci si può vaccinare contro il Covid

AGI - Nonostante non siano disponibili dati per valutare gli effetti dei vaccini Covid-19 in gravidanza e allattamento, la vaccinazione non è controindicata. Le donne ad alto rischio di contrarre la malattia in forma grave dovrebbero discutere i potenziali benefici e rischi della vaccinazione con i professionisti sanitari che le assistono, mentre se una donna scopre di essere incinta dopo la prima o la seconda dose non c'è alcuna motivazione per interrompere la gravidanza.

Sono queste le principali indicazioni del documento ad interim su "Vaccinazione contro il Covid-19 in gravidanza e allattamento" elaborato dall'Italian Obstetric Surveillance System (ItOSS) dell'Istituto Superiore di Sanità , condiviso e sottoscritto dalle principali società scientifiche del settore (Sigo, Aogoi, Agui, Agite, Fnopo, Simp, Sin, Sip, Acp e Siaarti). Il documento passa in rassegna le principali indicazioni adottate a livello internazionale e nazionale, oltre alle evidenze scientifiche emerse fino a questo momento sul tema. "In Italia - sottolinea - si offre alle donne in gravidanza e allattamento la possibilità di scegliere, con il supporto dei professionisti sanitari, se sottoporsi o meno alla vaccinazione dopo una valutazione individuale del profilo rischio/beneficio.

La scelta di non escludere la vaccinazione in gravidanza riguarda le donne che presentano un alto rischio di esposizione al virus Sars-CoV-2 e/o hanno condizioni di salute che le espongono a un rischio di grave morbosità materna e/o feto/neonatale a seguito dell'infezione. In questi casi selezionati le donne sono invitate a discutere individualmente i potenziali benefici e rischi con i professionisti sanitari che le assistono, al fine di prendere una decisione informata e consapevole".

Quando sceglierlo

Queste le principali indicazioni: le donne in gravidanza e allattamento non sono state incluse nei trial di valutazione dei vaccini Pfizer-BioNtech mRNA (Comirnaty) e Moderna per cui non disponiamo di dati di sicurezza ed efficacia relativi a queste persone. Gli studi condotti finora non hanno evidenziato nè suggerito meccanismi biologici che possano associare i vaccini a mRNA ad effetti avversi in gravidanza e le evidenze di laboratorio su animali suggeriscono l'assenza di rischio da vaccinazione. Al momento le donne in gravidanza e allattamento non sono un target prioritario dell'offerta di vaccinazione contro il Covid-19 che, ad oggi, non è raccomandata di routine per queste persone.

Dai dati dello studio ItOSS - relativi alla prima ondata pandemica in Italia - emerge che le donne in gravidanza non presentano un rischio aumentato di infezione rispetto alla popolazione generale. Le donne di cittadinanza africana, asiatica, centro e sud-americana ed est-europea e quelle affette da comorbidità pregresse (obesità , ipertensione) presentano un rischio significativamente maggiore di sviluppare una polmonite da Covid-19 che, complessivamente, riguardano una minoranza di madri e neonati. La vaccinazione dovrebbe essere presa in considerazione per le donne in gravidanza che sono ad alto rischio di complicazioni gravi da Covid-19.

Le donne in queste condizioni devono valutare, con i sanitari che le assistono, i potenziali benefici e rischi e la scelta deve essere fatta caso per caso. Se una donna vaccinata scopre di essere in gravidanza subito dopo la vaccinazione, non c'è evidenza in favore dell'interruzione della gravidanza. Se una donna scopre di essere in gravidanza tra la prima e la seconda dose del vaccino puo' rimandare la seconda dose dopo la conclusione della gravidanza, eccezion fatta per i soggetti ad altro rischio. Le donne che allattano possono essere incluse nell'offerta vaccinale senza necessità di interrompere l'allattamento. 



Sat, 09 Jan 2021 07:21:00 GMT

Gran parte dei pazienti Covid ha sintomi anche dopo sei mesi

AGI - Più di tre quarti delle persone ricoverate in ospedale per Covid-19 soffrivano ancora di almeno un sintomo sei mesi dopo essersi ammalate, secondo uno studio che evidenzia la necessità  di ulteriori ricerche sul effetti persistenti del coronavirus. Stanchezza o debolezza muscolare sono i sintomi più  comuni. Sono stati osservati anche disturbi del sonno, ansia o depressione, secondo lo studio, pubblicato sulla rivista The Lancet, che include più  di mille pazienti della città  cinese di Wuhan. Inoltre, alcuni pazienti hanno sviluppato problemi renali dopo la dimissione dall'ospedale. I pazienti che erano i più  gravemente ammalati in ospedale più  spesso avevano una funzione polmonare compromessa e anomalie rilevate sull'imaging del torace.

Lo studio ha incluso 1.733 pazienti con Covid-19, di età  media 57 anni, dimessi dal Jin Yin-tan Hospital di Wuhan tra gennaio e maggio 2020. Hanno avuto una visita medica tra giugno e settembre e hanno risposto a domande sui loro sintomi e sulla qualità  della vita. Sono stati effettuati anche test di laboratorio. 

"Poiché  il Covid-19 e' una nuova malattia, stiamo solo iniziando a comprendere alcuni dei suoi effetti a lungo termine sulla salute dei pazienti", commenta l'autore principale dello studio, il professor Bin Cao del National Center for Respiratory Medicine. Questo lavoro evidenzia la necessità  di cure post-dimissione, soprattutto per i pazienti con infezioni gravi. "Il nostro lavoro sottolinea anche l'importanza di condurre studi di follow-up più  lunghi in popolazioni più  ampie al fine di comprendere l'intero spettro di effetti che Covid-19 può  avere sulle persone", ha aggiunto. Per l'Organizzazione mondiale della sanità , il virus presenta un rischio di gravi effetti duraturi in alcune persone, anche in giovani altrimenti sani che non sono stati ricoverati.

Secondo lo studio, il 76% dei pazienti che hanno partecipato al follow-up (1.265 su 1.655) ha affermato di avere ancora sintomi. Stanchezza o debolezza muscolare è  stata segnalata dal 63% di loro, mentre il 26% ha avuto problemi a dormire. Lo studio ha incluso anche 94 pazienti i cui livelli di anticorpi nel sangue sono stati registrati al culmine dell'infezione. Sei mesi dopo, i loro livelli di anticorpi neutralizzanti contro il virus erano diminuiti di oltre la metà . In un commento pubblicato su The Lancet, Monica Cortinovis, Norberto Perico e Giuseppe Remuzzi, dell'Istituto per le ricerche farmacologiche Mario Negri (Italia), sottolineano l'incertezza sulle conseguenze a lungo termine della pandemia sulla salute. La ricerca multidisciplinare a lungo termine, come quella condotta negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, dovrebbe aiutare a migliorare la comprensione e sviluppare terapie per "mitigare le conseguenze a lungo termine del Covid-19 su diversi organi e tessuti".