Wed, 19 Feb 2020 16:13:00 GMT

Gli effetti del 'cibo spazzatura' sulla nostra memoria

Lo stile di vita - e in particolare l'alimentazione - occidentale potrebbe danneggiare la nostra memoria. A dirlo una ricerca pubblicata su Royal Society Open Science e condotta dalla Macquarie University di Sydney su 20 ragazzi volontari che, dopo una settimana di pasti ricchi di zuccheri e grassi hanno riportato un peggioramento nei test incentrati sulla memoria, nonché lo sviluppo di una sorta di dipendenza dal cosiddetto “cibo spazzatura” .

Attenzione: il problema potrebbe essere più psicologico che chimico. A portare avanti la ricerca e a spiegarla a The Guardian è Richard Stevenson, professore di psicologia: “Dopo una settimana di dieta occidentale, cibi appetibili come snack e cioccolato diventano più desiderabili anche quando si è sazi. Questo rende più difficile resistere, portandoti a mangiare di più , il che a sua volta genera più danni all'ippocampo e un circolo vizioso di eccesso di cibo” .

In realtà questo nuovo studio non fa che confermarne uno del 2017 condotto però sugli animali: il cibo spazzatura - è scientificamente provato . interviene in maniera dannosa e determinante sull'ippocampo, una regione del cervello coinvolta nei processi legati alla memoria e al controllo dell'appetito.

È interessante notare come queste due caratteristiche, appetito e memoria, siano strettamente legate. In pratica, l'ippocampo quando siamo sazi, in qualche modo blocca i ricordi piacevoli legati al cibo, che così ci appare meno attraente, meno desiderabile; se l'ippocampo però non fa il suo dovere, ecco che i ricordi legati a sapori, odori, esperienze culinarie passate, ci assalgono, così torna la fame anche quando il nostro corpo non ne ha necessità .

Per sviluppare questo upgrade gli scienziati hanno selezionato 110 studenti magri e sani, di età compresa tra i 20 e i 23 anni, che conducevano mediamente una buona dieta. Metà di questi ragazzi è stata assegnata a un gruppo che ha proseguito con la propria normale dieta, l'altra metà è andata avanti per una settimana con un regime alimentare che prevedeva una generosa assunzione di waffle e cibo da fast food.

I risultati sono chiari e, sempre secondo Stevenson, altamente allarmanti: “Dimostrare che certi alimenti possono portare a lievi menomazioni cognitive che influenzano l'appetito e promuovere l'eccesso di cibo nei giovani, altrimenti sani, dovrebbe essere una scoperta preoccupante per tutti” .

Naturalmente i problemi all'ippotalamo sono solo gli ultimi cronologicamente rilevati in tema di regime alimentare, è stato già ampiamente documentato come la nostra dieta dissennata contribuisca allo svilupparsi di problemi gravi come l'obesità e il diabete, che sono stati entrambi collegati al calo delle prestazioni cerebrali e al rischio di sviluppare demenza. Rachel Batterham, professoressa specializzata in obesità , diabete ed endocrinologia all'University College di Londra, non coinvolta nello studio, ha commentato: “Comprendere l'impatto di una dieta occidentale sulla funzione cerebrale è una questione urgente” .



Tue, 18 Feb 2020 14:51:24 GMT

Il primo grande studio sul coronavirus ne conferma la bassa letalità

"Il primo grande studio clinico relativo alla morbilità , quindi relativo all'intensità dei sintomi e della letalità del virus, conferma il quadro che si era già venuto a definire in queste ultime settimane: siamo di fronte a un'infezione che nell'80 per cento dei casi causa sintomi lievi e all'incirca il 95 per cento delle persone guarisce senza gravi complicazioni". Lo ha detto all'AGI Giovanni Maga, direttore dell'Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pavia, commentando il più grande studio condotto in Cina sul nuovo coronavirus.

"I dati ci dicono che soltanto un numero limitato di persone può avere conseguenze anche letali, soprattutto se si tratta di persone anziane e/o con problemi di salute come malattie cardiovascolari pregresse", spiega Maga. "La mortalità più apparentemente elevata nella provincia di Hubei, e in particolare nella città di Wuhan, dipende probabilmente - continua -  dalle difficoltà riscontrate soprattutto nelle prime fasi dell'epidemia a fornire un'assistenza puntuale ed adeguata a tutti i casi che si presentavano".

"Si vede invece come nelle altre province, la gestione dei casi gravi ha consentito di abbassare il tasso di mortalità fino a livelli dello 0,1-0,3 per cento, confermando di nuovo che si tratta di una malattia infettiva in grado di dare conseguenze anche gravi ma in una fascia di persone ben definita e a cui invece l'assoluta maggioranza delle persone risponde senza andare incontro a gravi patologie e quindi risponde con la guarigione", conclude il virologo.



Mon, 17 Feb 2020 21:06:21 GMT

Un bimbo è stato curato per la leucemia con le Car-T senza effetti collaterali

Per la prima volta al mondo un bambino di 14 anni affetto da una grave forma di leucemia è stato trattato con successo al Bambino Gesù di Roma con una nuova terapia in associazione all'immunoterapia con cellule Car-t, con lo scopo di contenere gli effetti collaterali. I risultati, pubblicati sulla rivista Critical Care Explorations, migliorano significativamente una terapia che rappresenta la nuova frontiera nella lotta ai tumori solidi.

Allo stato attuale, infatti, l'immunoterapia con cellule Car-T è un'opportunità importante per combattere i tumori del sangue refrattari alla chemioterapia. Nel 25 per cento dei pazienti trattati - sia in ambito pediatrico, sia in ambito adulto - si sviluppano però gravi effetti collaterali, la cosiddetta Cytokine caratterizzata, analogamente a quanto avviene nei pazienti settici, da una risposta infiammatoria incontrollata e potenzialmente letale. 

Sino ad oggi, questa grave sindrome è stata trattata con farmaci che non sempre riescono a controllare lo stato infiammatorio, oltre a sopprimere il sistema immunitario e aumentando il rischio di infezione grave. Il team del Bambin Gesù  ha deciso quindi - in questo caso così  grave - di ricorrere alla terapia chiamata Aferetica CytoSorb, con l'obiettivo di depurare il sangue del paziente nella maniera più  efficace e rapida possibile.

In pratica, viene prelevato il sangue venoso che viene fatto passare attraverso delle colonne di assorbimento prima di reinfonderlo nel paziente in un circolo continuo. In questo percorso le citochine infiammatorie vengono assorbite da resine speciali filtrando in questo modo il sangue. Questa applicazione ha consentito di ridurre drasticamente i valori delle citochine, i mediatori dell'infiammazione e della sepsi, sino a livelli di equilibrio impensabili con le attuali terapie farmacologiche, tutto questo senza compromettere il sistema immunitario.

Lo studio attesta che il paziente è  stato salvato e dimesso dalla terapia intensiva, dopo 15 giorni. "Ne siamo felici e orgogliosi", commenta Mauro Atti, amministratore delegato di Aferetica che insieme a Cytosorb hanno sviluppato l'innovativa resina assorbente. "La combinazione con le cellule Car-T, terapia d'avanguardia contro i tumori, che il Ministero della Salute ha recentemente scelto come uno dei primissimi settori della ricerca su cui investire, da' concrete speranze di poterne contenere i gravi effetti collaterali, mantenendone l'efficacia", aggiunge.



Mon, 17 Feb 2020 12:12:41 GMT

Nell'olio d'oliva c'è una sostanza che ringiovanisce il cervello

Un componente dell'olio extravergine di oliva, l'idrossitirosolo, presente in abbondanza anche negli scarti di lavorazione, ha la capacità di "ringiovanire" il cervello degli anziani. Queste, in estrema sintesi, le conclusioni di uno studio dell'Istituto di biochimica e biologia cellulare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibbc) e dell'Università della Tuscia. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Faseb Journal. Nel cervello dei mammiferi, in particolare nell'ippocampo, vengono prodotti nell'arco di tutta la vita nuovi neuroni.

Questo processo denominato neurogenesi è indispensabile per la formazione della memoria episodica, come hanno dimostrato recenti ricerche: i nuovi neuroni dell'ippocampo vengono generati a partire da cellule staminali e durante l'invecchiamento ha luogo un calo progressivo di entrambi, che è all'origine di una drastica riduzione della memoria episodica. L'idrossitirosolo, composto naturalmente presente nell'olio extravergine di oliva, ha forti capacità antiossidanti e protettive sulle cellule, ed è noto che diversi fattori, tra i quali la dieta, sono in grado di stimolare la neurogenesi adulta. In particolare, i ricercatori italiani hanno dimostrato in un modello animale anziano che l'idrossitirosolo reverte il processo di invecchiamento neurale. 

"L'assunzione orale di idrossitirosolo per un mese conserva in vita i nuovi neuroni prodotti durante tale periodo, sia nell'adulto che ancor più nell'anziano, nel quale stimola anche la proliferazione delle cellule staminali, dalle quali vengono generati i neuroni", spiega Felice Tirone, scienziato del Cnr che ha guidato lo studio. "Inoltre l'idrossitirosolo, grazie alla sua attività antiossidante, riesce a 'ripulire' le cellule nervose, perché porta anche ad una riduzione di alcuni marcatori dell'invecchiamento come le lipofuscine, che sono accumuli di detriti nelle cellule neuronali", aggiunge.

"Abbiamo poi verificato, grazie ad un marcatore di attività neuronale (c-fos), che i nuovi neuroni prodotti in eccesso nell'anziano vengono effettivamente inseriti nei circuiti neuronali, indicando così che l'effetto dell'idrossitirosolo si traduce in un aumento di funzionalità dell'ippocampo” , prosegue Laura Micheli, altra ricercatrice del Cnr. "La dose assunta quotidianamente durante la sperimentazione equivale alle dosi che un uomo potrebbe assumere con una dieta arricchita e/o con integratori (circa 500 mg/die per persona). Comunque l'assunzione di idrossitirosolo - aggiunge - avrebbe un'efficacia anche maggiore se avvenisse mediante consumo di un cibo funzionale quale è l'olio di oliva". Questi risultati confermano gli effetti benefici della dieta mediterranea, in particolare per l'anziano, e aprono a un potenziale risvolto ecologico.

"I residui della lavorazione delle olive, molto inquinanti, contengono una grande quantità di idrossitirosolo: migliorare le procedure di separazione delle componenti buone nella lavorazione consentirebbe di ottenere idrossitirosolo e ridurre l'impatto nocivo", conclude Tirone. 



Sat, 15 Feb 2020 09:02:00 GMT

Dall'ebola al dengue, i killer invisibili

"Non corrono, non camminano, non nuotano, non strisciano. Si fanno dare un passaggio". Sono i virus, nella definizione che ne ha dato il giornalista Dennis Quammen, che ha ricostruito la battaglia per sconfiggerli nel libro "Spillover", e che ne fa dei veri e propri autostoppisti della morte.

Marburg

Il più pericoloso, il più  letale e non ha nulla a che vedere con la città tedesca che si adagia sul fiume Lahn. Si manifesta con una febbre emorragica, causa convulsioni e sanguinamento delle mucose. Spietato, uccide nel 90% dei casi di contagio, nel giro di poco più di una settimana. È nato in Africa, spiega l'OMS, molto simile a Ebola nel decorso della malattia sebbene distinto da esso sul piano virologico.

Se ne ebbe notizia per la prima volta nel 1967, con una epidemia a Francoforte, in Germania, e a Belgrado, nella ex Yugoslavia. Il contagio non avviene tra umani, ma tra uomini e animali, e non è chiaro quale animale funga da serbatoio. Viaggiò con un gruppo di scimmie trasferite dall'Uganda, che contagiarono ricercatori in alcuni laboratori. Si lasciò dietro 7 morti, per riapparire nel 1975 in Sudafrica, nel 1980 e nel 1987 in Kenya, e poi, in modo più violento, tra il 1998 e il 2000 nella Repubblica democratica del Congo e nel 2004 in Angola, dove fece centinaia di morti.

Ebola

Alla stessa famiglia di Marburg, quella dei Filoviridae (Filovirus) appartiene Ebola, del quale sono conosciute almeno sei specie, a seconda della regione africana in cui è  stato localizzato: Bundibugyo ebolavirus (BDBV)
Zaire, il più  letale con un tasso di mortalità del 90%, e poi Reston, Sudan, Ti Forest, Bombali.

È il visur Zaire quello che sta attraversando Guinea, Sierra Leone e Liberia. Secondo alcune ricerche scientifiche, viaggia con i pipistrelli e si è introdotto in ambienti umani attraverso il contatto con sangue, secrezioni, organi o altri fluidi corporei di animali infetti. La trasmissione, spiega l'Iss, avviene per contatto interumano diretto con organi, sangue e altri fluidi biologici (es. saliva, urina, vomito) di soggetti infetti (vivi o morti) e indiretto con ambienti contaminati da tali fluidi.

Hantavirus

Questa denominazione racchiude diversi tipi di virus, e proviene dal fiume presso il quale i soldati americani ne vennero contagiati durante la Guerra di Corea nel 1950. Viene trasmesso all'uomo dai roditori. Il virus, spiega il manuale Msd, può  causare gravi infezioni ai polmoni (con tosse e respiro affannoso) o ai reni (con eruzione, dolore addominale e talvolta insufficienza renale).

H5N1 o Influenza aviaria

Viaggia con gli uccelli, il suo tasso di mortalità è del 70%, ma il rischio che gli umani ne vengano colpiti è relativamente basso. Il contagio avviene solo a contatto con il pollame, e non è un caso che la gran parte dei casi sia stata localizzata in Asia, dove la popolazione delle diverse regioni vive spesso a contatto con questi animali.

Febbre di Lassa

Ne sono vettori, anche in questo caso, i roditori: almeno il 15% in Africa occidentale lo contiene. La prima a esserne infettata fu un'infermiera nella città di Lassa, in Nigeria. Come per tutte le febbri emorragiche, spiega l'Iss, gli uomini non sono serbatoi naturali per il virus, ma possono essere infettati attraverso il contatto con animali infetti.

In alcuni casi, dopo la trasmissione accidentale, può avvenire la trasmissione da uomo a uomo, per contatto diretto con sangue, tessuti, secrezioni o escreti di persone infette, soprattutto in ambito familiare e nosocomiale. Patologia lieve nell'80% dei casi, può diventare grave nel restante 20%. Ha colpito, di recente, in Liberia, e ucciso qualche decina di persone.

Junin

Come la Febbre di Lassa, fa parte della famiglia degli Arenaviridae. È una febbre emorragica. Prende il nome dalla città di Junin, in Argentina, in cui venne individuato il primo caso. Viene trasmesso da escrementi di roditori, se si viene a contatto con essi. Non è immediatamente letale, ma i suoi sintomi possono essere scambiati per altre patologie meno gravi o difficilmente riconducibili, in un primo momento, al virus.

Febbre di Congo-Crimea

Il modo in cui la malattia procede nel contagiato è simile a quello rilevato in Ebola e Marburg. Trasmesso dalle zecche, l'infezione si manifesta, nei primi giorni, con le tracce dei loro morsi su faccia, bocca e faringe. La febbre Congo-Crimea è una febbre virale emorragica provocata da un virus del genere Nairovirus.

La malattia fu descritta per la prima volta nel 1944 tra i contadini e i soldati della Crimea, ma solo nel 1969 si scoprì che il virus era uguale a quello identificato in un bambino del Congo nel 1956: è questo il motivo del nome di febbre Congo-Crimea. La malattia nell'uomo, afferma l'Iss, è piuttosto grave e ha un'elevata letalità , ma la sua incidenza è  limitata. Tra gli animali, invece, può avere una diffusione più ampia.

Zika

Fu scoperto per la prima volta nel 1947 in Uganda, e di recente ha colpito nel nord del Brasile. È una malattia virale trasmessa dalla puntura di zanzare infette di alcune specie appartenenti al genere Aedes. Zika, infatti, è un Flavivirus, simile al virus della febbre gialla, della dengue, dell'encefalite giapponese e dell'encefalite del Nilo occidentale. All'uomo lo trasmettono le zanzare, le stesse responsabili della dengue.

L'ospite serbatoio non è noto, ma, secondo l'Iss, è ragionevole ipotizzare che si tratti una scimmia. Il soggetto punto da una zanzara portatrice e nuovamente punto da una zanzara non infetta, può dunque innescare una catena in grado di dare origine a un focolaio endemico. Il contagio interumano è possibile e può avvenire attraverso i liquidi biologici (via sessuale, trasfusioni, passaggio materno-fetale). I sintomi sono simili all'influenza, ma raramente è necessario il ricovero in ospedale.

Dengue

È una minaccia costante. Chiunque abbia intenzione di viaggiare nei tropici, dovrebbe informarsi sulla modalità di trasmissione e di prevenzione. Trasmesso agli esseri umani dalle punture di zanzare che hanno, a loro volta, punto una persona infetta, il virus trova nell'uomo il suo serbatoio. Tra 50 e 100 milioni di persone lo contraggono ogni anno, tra chi viaggia in Thailandia o in India e chi, soprattutto, vi abita.

Sars e Mers

La SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome) ha rappresentato la prima minaccia globale del XXI secolo. Comparsa nella provincia cinese meridionale del Guangdong negli ultimi mesi del 2002, approdava poi a Hong Kong e Hanoi, provocando improvvisi focolai epidemici. Tra il 12 e il 15 marzo 2003, l'Oms, per la prima volta nella sua storia, ha lanciato un allarme mondiale, raccomandando di rimandare i viaggi provenienti da aree affette o verso le aree infette.

Fa parte della famiglia dei coronavirus (CoV), virus respiratori che possono causare malattie da lievi a moderate, dal comune raffreddore a sindromi respiratorie come la MERS (sindrome respiratoria mediorientale, Middle East respiratory syndrome). Sono chiamati così per le punte a forma di corona che sono presenti sulla loro superficie. La Mers ha colpito la penisola arabica; la Sars, tra il 2002 e il 2003, ha registrato 8098 casi probabili e fatto, ufficialmente, 774 morti.

Covid-19

Il nuovo coronavirus arriva da Wuhan, nella provincia cinese dello Hubei, con un primo caso isolato il 31 dicembre 2019. Il luogo di trasmissione è  stato individuato in un mercato alimentare. Si trasmette tra umani, ma non è stato ancora individuato con certezza l'animale su con cui ha viaggiato. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato una emergenza globale. I morti sono oltre 1.400.



Wed, 12 Feb 2020 13:42:00 GMT

"L'epidemia rallenta, il picco è vicino". Parla un virologo del Cnr

"Negli ultimi 2-3 giorni sembra che l'aumento di nuovi casi confermati nelle regioni epicentro dell'epidemia stia rallentando. Questo è un fatto che tutti ci aspettavamo, o meglio in cui tutti speravamo. Perché se le misure di contenimento di un'epidemia funzionano e quindi si interrompe la catena di trasmissione ci si aspetta di vedere un decremento dei nuovi casi". Lo ha spiegato all'AGI Giovanni Maga, direttore dell'Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pavia.

"Potremmo quindi essere vicini alla fase di massima intensità dell'epidemia e, se effettivamente questo trend si confermerà , già nella prossima settimana o fra due settimane si dovrebbe vedere una diminuzione. Questo significa che ci stiamo avviando verso il controllo dell'epidemia". Altra buona notizia è che fuori dalla Cina la situazione non sembra grave.

"Fortunatamente i casi fuori dalla Cina continentale rimangono molto limitati. Il numero di vittime aumenta, ma non in maniera così intensa come nei primi giorni e soprattutto aumenta sempre di più il numero delle persone guarite - continua Maga - e dimesse che oggi è 5 volte superiore al numero dei decessi. Il numero delle persone guarite è destinato ad aumentare, considerato che possiamo aspettarci che le persone che si sono ammalate dieci giorni fa o due settimane fa stiano meglio". 



Tue, 11 Feb 2020 17:28:07 GMT

Secondo Burioni, ci vorranno anni per un vaccino contro il coronavirus

"Immaginare di ottenere un vaccino contro il Coronavirus in pochi mesi è  una sciocchezza, non sappiamo neppure se trovare la cura sarà  cosi' facile". Lo ha detto Roberto Burioni, medico e professore dell'Università  San Raffaele, che oggi pomeriggio a Torino ha partecipato alla tavola rotonda "Omeopatia e fake news in medicina" organizzato dal Centro Medico Diagnoatico del capoluogo piemontese.

"Anche pensare di ottenere un vaccino prima di due anni è  una proiezione di un ottimismo ingiustificato" ha aggiunto Burioni, osservando poi che "l'Hiv lo conosciamo dagli anni Ottanta e un vaccino non ce l'abbiamo ancora. Questo è  un virus pericoloso perché  molto contagioso - ha spiegato - anche se ancora non sappiamo di preciso quale sia il tasso di letalità . Di certo il virus dà una sindrome molto seria, ci sono casi di persone sane che si trovano da parecchi giorni in rianimazione, è  un virus che arriva fino alla parte più  profonda dei polmoni".

Quali rischi per l'Italia?

Sul pericolo contagio in Italia, Burioni è  cauto. "Il virus si sta diffondendo e contro di esso non abbiamo alcuna immunità , ma in Italia al momento non c'è e dobbiamo fare di tutto affinché  non arrivi. L'unica strada è l'isolamento, bisogna tenere isolate le persone che arrivano dai luoghi in cui la malattia prolifera. Il razzismo qui non c'entra, il virus colpisce tutti senza alcuna distinzione. Intanto continuiamo a mangiare nei ristoranti cinesi senza alcun timore".

Burioni, infine, ha consigliato di lavarsi più  volte e bene le mani "basti pensare che se un malato infetto tossisce su una maniglia e poi qualcuno apre quella maniglia e porta la mano alla bocca, può  contagiarsi. Ogni individuo infetto può  contagiare due persone, con il tempo di raddoppio che sembra essere di 6-7 giorni".



Tue, 11 Feb 2020 08:14:27 GMT

Qual è la differenza tra epidemia, endemia e pandemia 

L'Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato il coronavirus, nato in Cina, "non ancora una pandemia". Resta quindi classificato come epidemia di emergenza sanitaria globale. La pandemia, dal greco pan-demos, "tutto il popolo", è un'epidemia che si espande rapidamente diffondendosi in più aree geografiche del mondo.

"Si definisce pandemia un'epidemia che si diffonde tra i Paesi", spiega David Jones, professore di cultura della medicina all'Università di Harvard, citato da Health.com. In base alla suscettibilità della popolazione e alla circolazione del germe - scrive l'Istituto superiore di sanità - una malattia infettiva puo' manifestarsi in una popolazione in forma epidemica, endemica o sporadica.

EPIDEMIA 

Si verifica quando un soggetto ammalato contagia più di una persona e il numero dei casi di malattia aumenta rapidamente in breve tempo. L'infezione si diffonde, dunque, in una popolazione costituita da un numero sufficiente di soggetti suscettibili. Spesso si riferisce al termine di epidemia con un aumento del numero dei casi oltre l'atteso in un particolare area e in uno specifico intervallo temporale.

"Le epidemie", spiega sempre Jones, "sono considerate tali caso per caso". Per comprendere meglio, vengono considerati due esempi: Hiv e febbre tifoide. "L'Hiv è chiaramente una malattia diffusa ma" - continua Jones - "non è  necessariamente un'epidemia negli Stati Uniti in questo momento. Dal momento che ci sono stati 50 mila nuovi casi di Hiv ogni anno negli Stati Uniti, e questo numero è stato abbastanza stabile per decenni, non c'è davvero un'epidemia di Hiv perché è il numero previsto di casi".

La febbre tifoide, d'altra parte, fece ammalare 51 persone a Long Island nel 1906. È un numero estremamente piccolo, relativamente parlando, ma all'epoca e in quella specifica area, 51 casi di febbre tifoide erano un picco abbastanza drammatico da essere considerato un'epidemia.

ENDEMIA

Una malattia si considera endemica quando l'agente responsabile è stabilmente presente e circola nella popolazione, manifestandosi con un numero di casi più o meno elevato ma uniformemente distribuito nel tempo.

SPORADICITÀ 

Il caso sporadico - scrive l'Iss - è quello che si manifesta in una popolazione in cui una certa malattia non è stabilmente presente. Tuttavia, alcune malattie infettive non contagiose, abitualmente sporadiche (come il tetano), sono causate da microrganismi stabilmente presenti nel territorio. In questi casi, i germi sono confinati nei loro serbatoi naturali e solo eccezionalmente penetrano in un ospite umano dando luogo alla malattia.  



Sat, 08 Feb 2020 14:41:36 GMT

Che cosa possono fare gli smartwatch contro le epidemie

C'è una giacimento (quasi) inesplorato che potrebbe aiutare in caso di epidemia: i dati dei pazienti. Sfruttarlo non è semplice: di mezzo ci sono costi, norme, privacy, tecnologia e resistenze incrociate. Gli strumenti per estrarli sono già sui polsi di milioni di persone: smartwatch e le smartband, i bracciali per il fitness.

La prospettiva (per ora è una prospettiva) che possano dare una mano c'è . Attenzione però : niente auto-diagnosi. Il ruolo dei dispositivi indossabili in un'epidemia sarebbe un altro: raccogliere e diffondere informazioni utili. Mica poco. Perché , come dimostra il coronavirus, la tempestività non è tutto ma è tanto.

Smartwatch per tracciare i contagi: uno studio

Il 16 gennaio, The Lancet Digital Healt ha pubblicato uno studio in cui un team americano ha osservato la diffusione di “infezioni stagionali, come l'influenza” , attraverso i dati raccolti con bracciali Fitbit. I ricercatori sono partiti da 200 mila utenti, le cui informazioni sono state rese anonime prima di essere elaborate. Hanno poi osservato 47.249 individui, che in cinque Stati (California, Texas, New York, Illinois e Pennsylvania) hanno indossato smartwatch e band identici a quelli in commercio. Nessun sensore particolare, quindi.

L'obiettivo è stato predire la diffusione dei contagi analizzando il battito cardiaco (che accelera in caso di infezione) e il ritmo sonno-veglia. Comparando le stime degli Us Centers for Disease Control, i ricercatori sono riusciti a fornire previsioni più efficaci. Ma, soprattutto, sono riusciti a farlo – in tutti e cinque gli Stati - in tempo reale, senza quello scostamento di uno-tre settimane degli organi ufficiali. Sapere subito vuol dire agire prima. Informazioni come queste, si legge nello studio, “potrebbero essere vitali per attuare misure tempestive di risposta alle epidemie e prevenire l'ulteriore trasmissione di casi” .

Non si tratta però di una soluzione pronta all'uso. Come ammettono gli stessi autori, la strada è ancora lunga. Per diversi motivi. La platea degli utenti analizzati è stata, tutto sommato, contenuta. Lo studio si è concentrato sulla diffusione di disturbi simil-influenzali (cioè generici, con febbre e tosse) e ha rivelato sintomi già palesi.

I nuovi confini del benessere

“Dobbiamo essere seri e dire che i dispositivi consumer, oggi, non possono fornire una diagnosi” , spiega Antonio Bosio, product e solutions director di Samsung Italia. Il punto di vista che il gruppo ha sui propri dispositivi è chiaro: “I sensori che equipaggiano smartphone e wearable sono adatti al mondo del wellness perché non hanno apparati medicali” . Questo non vuol dire che non possano essere comunque utile. Ma l'indirizzo, almeno per i dispositivi di largo consumo, è un altro: “Realisticamente, nel rispetto della normativa, l'obiettivo è allargare il perimetro del wellness. Il maggior numero di sensori ci aiuterà a capire se abbiamo la febbre e misurerà le pulsazioni” . Niente diagnosi, quindi, ma – come nel caso dello studio americano - valorizzazione dei dati: “È possibile avere informazioni in tempo reale e veicolarle opportunamente” . Il pensiero va subito a smartphone e smartwatch. “Ma - sottolinea Bosio - potrebbero essercene molti altri. Ad esempio, un frigorifero connesso che suggerisca un'alimentazione e il trattamento del cibo più adatti” . Anche in caso di infezioni.

Non solo raccolta ma anche divulgazione

Bosio insiste quindi sul concetto di “benessere” , ma lo allarga. La tecnologia indossabile diventa lo strumento non solo per raccogliere ma anche per diffondere informazioni. Da una parte si potrebbero divulgare con più facilità “suggerimenti sui comportamenti virtuosi” . Dall'altra c'è il “monitoraggio dei parametri che, in momenti come questo, potrebbero essere d'aiuto agli specialisti per comprendere se il paziente merita approfondimenti” . Partendo dalla mappatura del proprio benessere, quindi, non sono escluse (in modo indiretto) ricadute sanitarie, anche in casi di emergenza. Se gli utenti sono monitorati a distanza, “non intaserebbero gli ospedali solo per ansia e si ridurrebbero i tempi di attesa e di intervento” .

I freni: tecnologia e costi

Sia chiaro: si parla ancora di prospettive e potenzialità , per quanto le cure da remoto siano già una realtà . Ampliarle però a interi Paesi e applicarle a un'epidemia è un discorso assai più complesso. Le criticità sono tante. “Se penso a situazioni critiche, come quella che stiamo vivendo" afferma Bosio "si deve avere la certezza che la tecnologia affidata agli utenti sia non solo perfettamente funzionante, ma anche semplice. Il pericolo, in caso contrario, è non rispecchiare lo stato reale di salute, facendo emergere falsi positivi o falsi negativi” .

Un altro problema tecnica riguarda l'evoluzione dei sensori. “Dovrebbero essere capacità di rilevare le condizioni in casi di emergenza. Non è detto che quelli per misurare la temperatura siano sufficienti” . C'è poi un aspetto economico: anche se, nel lungo periodo, l'efficienza potrebbe tradursi in risparmi sanitari, vanno valutati “i costi dei dispositivi e quelli per il funzionamento della piattaforma che li gestisce” .

Una piattaforma comune per i dati

Quando si parla di salute, si parla sempre di dati sensibili. Una volta raccolti, dove vanno a finire, chi li gestisce e come? Per Bosio è “fondamentale” costruire “una piattaforma nazionale o macroregionale, dove far confluire le informazioni” . Non è solo una questione di sicurezza del dato ma anche di funzionalità . “I dati devono far parte di un percorso strutturato e ben definito, che deve conciliarsi con il lavoro del medico e non ostacolarlo. Oggi invece il mondo della sanità è molto frammentato. In alcune regioni c'è già una gestione digitale e la possibilità di condividere il referto. In altre no. Manca l'analisi dei dati e la loro conversione in informazione” . In altre parole: non c'è una piattaforma comune. E senza un'ampia mole di dati condivisi, è difficile pensare di poter intercettare un'epidemia. O, senza arrivare alle emergenze globali, sfruttare quella materia prima digitale per trasformarla in cure più efficaci.

Il paradosso di un mondo interconnesso

Si crea così un paradosso: il coronavirus ha fatto capire plasticamente quanto i continenti siano legati l'uno all'altro. Eppure, su un pianeta che non ha mai prodotto tanti dati come oggi, sembra mancare proprio la loro condivisioni. Tra Stati che li tengono per sé e compagnie che li privatizzano. “Il mondo è interconnesso – spiega il manager di Samsung – e c'è condivisione nel mondo scientifico, ma non a livello di circolazione dei dati. Con gli open data, resi anonimi, è possibile avere grandi benefici. Le smart city che funzionano meglio sono quelle che usano dati aperti. Certo, è importante garantire che siano trattati adeguatamente ma si potrebbero evitare ritardi che ci sono stati anche nel caso del coronavirus” .

Norme e tecnologie in cerca di equilibrio

Insomma, la matassa è di quelle intricate. E a stringere ulteriormente i nodi è una questione di “ritmo” : “Parlando di salute, la politica opera sempre con grande cautela. Non è detto che sia un approccio sbagliato, ma provoca differenti velocità tra tecnologie e norme. Serve un punto di equilibrio” . È un tema che non si limita al contenimento delle epidemie, ma riguarda – più in generale – il rapporto tra innovazione e salute. Bosio usa un esempio datato che però rende l'idea: “Se ci fosse stata la Federal aviation administration, l'agenzia che gestisce l'aviazione civile negli Stati Uniti, il primo volo dei fratelli Wright non sarebbe esistito. Ma senza i fratelli Wright non esisterebbe la Federal aviation” .  



Thu, 06 Feb 2020 13:19:19 GMT

I farmaci usati allo Spallanzani contro il coronavirus

Sono due i farmaci che lo staff medico dell'Irccs Spallanzani di Roma ha iniziato a somministrare ai due pazienti cinesi ricoverati a seguito di una infezione da coronavirus. Si tratta di due antivirali: il lopinavir/ritonavir e il remdesivir. Il primo in realtà  è  una associazione farmacologica, ovvero un farmaco che nella stessa capsula contiene due diversi principi attivi.

I due farmaci vengono somministrati congiuntamente per potenziare gli effetti che hanno sull'organismo e vengono utilizzati per la terapia anti HIV negli adulti e nei bambini di età  superiore almeno ai due anni. L'effetto collaterale più  comune registrato nel corso della terapia con lopinavir/ritonavir è  la nausea e la diarrea, quest'ultima raramente di intensità  tale da richiedere la sospensione del trattamento. Altri eventi relativamente comuni sono il dolore addominale, l'astenia, il vomito, la cefalea e, in genere nei bambini, il rash cutaneo. In alcuni soggetti sono stati segnalati alcuni casi di ipertrigliceridemia e pancreatite.

Il secondo farmaco che verrà  somministrato ai due pazienti è  invece il remdesivir. Si tratta di un nuovo farmaco più  sperimentale prodotto da Gilead come farmaco contro il virus di Ebola e Marburg. È stato sviluppato molto velocemente (non è  ancora stato ufficialmente brevettato) per poter essere impiegato nell'epidemia di Ebola del 2013-2016 in Africa Occidentale, e dopo i test sugli animali, venne somministrato a un paziente.

Il farmaco è  stato poi utilizzato nel corso dell'epidemia di Ebola del 2018 in Congo dove è  stato dichiarato inefficace dai funzionari sanitari congolesi dopo la sperimentazione di altri farmaci a base di anticorpi monoclonali. In occasione di questa nuova emergenza legata al coronavirus, Gilead ha messo a disposizione il suo farmaco, che in fase sperimentale si era dimostrato attivo nei confronti dei virus Sars e Mers (della stessa famiglia di 2019-nCOV, quello responsabile dell'attuale focolaio epidemico in Cina) per per l'uso in un piccolo numero di pazienti con il coronavirus ha avviato trattative con la Cina proprio per sviluppare questa sperimentazione.

Tra i pazienti affetti da coronavirus cui è  stato somministrato il remdesivir c'è  stato anche il primo paziente americano cui è  stato somministrato "per uso compassionevole" (ossia prima che fosse completato l'iter autorizzativo, viste le condizioni critiche del paziente) dopo che aveva sviluppato la polmonite.

La Cina ieri ha presentato richiesta di brevettazione per il farmaco per le sue applicazioni terapeutiche contro le infezioni da coronavirus. La richiesta arriva a valle di alcune sperimentazioni che sono state effettuate proprio a Wuhan in cui il farmaco è  stato somministrato insieme ad un'altra molecola, la clorochina, un farmaco esistente per la malaria.