Mon, 18 Nov 2019 17:44:06 GMT

Le nuove terapie per curare il tumore al pancreas

In Italia il cancro del pancreas è  la quarta causa di morte per tumore: ogni anno si ammalano circa 13.500 persone, nel 2016 i decessi per questo tipo di tumore sono stati più  di 12.000 e sappiamo che questo numero è  destinato ad aumentare. Per oltre la metà  dei pazienti la diagnosi avviene tardivamente, quando la malattia è  in stadio metastatico, ecco perché , pur avendo un'incidenza relativamente bassa (rappresenta circa il 3% dei tumori maligni), l'impatto sui pazienti e le loro famiglie è  devastante: la sopravvivenza a 5 anni è  pari all'8%.1

"La 'fatica di decidere' è  l'espressione che meglio cattura lo stato d'animo di chi si trova ad affrontare questo tipo di malattia, completamente impreparato, indipendentemente da grado di istruzione o status sociale - spiega Piero Rivizzigno, Presidente Associazione Codice Viola - Il nostro sforzo è  quello di alzare l'attenzione su questa patologia che allo stato attuale può  considerarsi una vera emergenza sanitaria che mette a rischio la vita dei pazienti, non solo perché  ha la peggiore prognosi fra tutti i tumori solidi, ma anche perché ci sono purtroppo un numero limitato di protocolli di cura e centri ospedalieri non sufficientemente specializzati per una presa in carico efficace del paziente".

La chemioterapia è , insieme alla chirurgia, la più  importante arma a disposizione contro il tumore del pancreas. Due recenti studi indipendenti hanno dimostrato l'efficacia di una nuova associazione di quattro farmaci, PAXG (cisplatino, nab-paclitaxel, capecitabina, gemcitabina), che è  stata approvata da AIFA a giugno 2019.

In uno studio randomizzato di fase II la quadruplice combinazione ha ottenuto un miglioramento significativo della sopravvivenza (sopravvivenza a 1 anno 62%, sopravvivenza a 2 anni 24%), rispetto allo schema a due farmaci AG (nab-paclitaxel e gemcitabina).

"La commissione Tecnico-Scientifica di AIFA ha autorizzato lo schema a inizio giugno 2019 e ci auguriamo che venga presto pubblicato in Gazzetta Ufficiale per poterlo utilizzare al più  presto nella pratica clinica - spiega Michele Reni, Direttore del Programma Strategico di Coordinamento Clinico, Pancreas Center, IRCCS Ospedale S. Raffaele, Milano - Questo cocktail di farmaci ha infatti degli indubbi vantaggi clinici, richiede solo 2 accessi ospedalieri mensili anziché  3 e, rispetto allo schema attuale, ha anche un costo inferiore di circa il 15%. Non ultimo, lo schema é  adatto anche per i pazienti con mutazione BRCA, consentendo di poter somministrare il platinante, ritenuto attualmente necessario per questi pazienti, senza rinunciare al nab-paclitaxel."

"Oltre alle nuove opzioni terapeutiche che sono di fondamentale importanza per i pazienti è  necessaria tuttavia una rivalutazione più  strutturale dei modelli organizzativi e di cura per migliorare il livello di adeguatezza degli ospedali italiani, anche per quanto riguarda il trattamento chirurgico al quale è  associata ancora una notevole incidenza delle recidive e della mortalità  ad un anno." - precisa Rivizzigno. La chirurgia per il tumore del pancreas può  essere molto utile, ma anche molto dannosa, se l'ospedale non è  adeguato.

Un nuovo studio ha evidenziato che ci sono 300 ospedali in Italia (il 77% delle strutture che eseguono resezioni pancreatiche) che realizzano in media solo 3 operazioni al pancreas all'anno, troppo poche considerando che si tratta di uno degli interventi piu' complessi di tutta la chirurgia addominale. "Se l'ospedale non ha l'esperienza sufficiente, il paziente potrebbe non ricevere un trattamento adeguato" - commenta Gianpaolo Balzano, Responsabile dell'Unità  Funzionale di Chirurgia Pancreatica, Pancreas Center, IRCCS Ospedale S. Raffaele, Milano e autore dello studio - Il rischio più grave è  la mortalità operatoria: lo studio ha evidenziato che in quei 300 ospedali la mortalità  per resezione pancreatica è  superiore al 10%, quindi 3 volte più  alta rispetto ai centri con maggiore esperienza, dove si attesta al 3.1%. In alcuni ospedali questo rischio può  essere addirittura superiore al 20 o 25%. 4 C'è  poi un altro rischio, meno evidente ma altrettanto grave per il paziente, cioè  che non vengano prese le decisioni corrette, come per esempio operare un paziente che non dovrebbe essere operato, non arrivare alla diagnosi in tempi adeguati o non gestire adeguatamente la chemioterapia".



Sun, 17 Nov 2019 08:17:36 GMT

Lo smog è tra le principali cause di morte in Italia

"Le principali minacce per l'Italia sono le morti per inquinamento atmosferico, le ondate di calore e la riduzione del potenziale di resa delle colture". Lo ha detto all'AGI Marina Romanello della University College London, una delle autrici del report pubblicato su The Lancet.

"Dagli anni '60, il potenziale di resa delle colture per il mais si è  ridotto del 10,2 per cento, quello per il grano invernale è  diminuito del 5 per cento, il potenziale del grano primaverile si è  ridotto del 6 per cento, quello della soia è  diminuito del 7 per cento e il potenziale di resa del riso è  diminuito del 5 per cento", riferisce la scienziata, secondo la quale i numeri parlano chiaro.

 "L'Italia è  esposta a livelli molto elevati di inquinamento atmosferico, che portano a circa 46.000 decessi prematuri a causa dell'esposizione al PM2,5. E' il più  alto tasso di mortalità d'Europa - riferisce Romanello - e l'undicesimo più  alto del mondo e ha causato una perdita di 20,2 milioni di euro in Italia".

Aggiunge la scienziata: "Inoltre, l'invecchiamento della popolazione italiana pone anche un rischio elevato di soffrire degli effetti negativi dell'esposizione a ondate di calore estreme, che colpiscono in particolare le persone di età  superiore ai 65 anni. L'esposizione al calore ha portato anche a oltre 1,7 milioni di potenziali ore di lavoro globali perse nel 2017, il 67 per cento delle quali è  andato perso nel settore agricolo". 



Tue, 12 Nov 2019 13:57:03 GMT

Google tratta i dati sanitari di milioni di persone a loro insaputa

Il motore di ricerca più usato al mondo punta ai dati sanitari per diventare anche il più usato in ambito sanitario. Una collaborazione tra Google e Ascension, una delle più grandi catene di ospedali degli Stati Uniti, sta raccogliendo e digitalizzando i dati sanitari di decine di milioni di pazienti in più di ventuno stati USA.

Il progetto si chiama “Nightingale” e il suo obiettivo sarebbe di raccogliere risultati di laboratorio, diagnosi e informazioni ospedaliere dei pazienti di oltre 2.600 strutture all'interno di un unico archivio, secondo documenti riservati citati dal Wall Street Journal. Il problema è che né i pazienti né il personale ospedaliero sarebbero stati informati del processo di archiviazione, che da questa estate ha subito una forte accelerazione. Le informazioni includono dati personali dei pazienti (nome, cognome, data di nascita) e sarebbero accessibili ad almeno 150 dipendenti di Google, secondo alcune fonti.

"At least 150 Google employees already have access to much of the data on tens of millions of patients, according to a person familiar with the matter and the documents." https://t.co/T4DjaRU4Ov

— The Tor Project (@torproject) November 11, 2019

La scoperta della collaborazione tra le due aziende ha sollevato pareri critici anche da parte dei dipendenti di Ascension, perplessi dal modo in cui i dati sono raccolti e condivisi, “sia dal punto di vista tecnologico che etico” , riporta il Journal. Tuttavia, l'intero procedimento sembra legittimo anche dagli esperti di privacy, in quanto conforme alla legge federale sulla portabilità dei dati sanitari del 1996, che consente agli istituti ospedalieri di condividere informazioni sanitarie con dei partner commerciali fintanto che queste sono utilizzate “esclusivamente per aiutare l'entità coinvolta a portare avanti le sue funzioni mediche” , come precisa Google in una nota stampa.

Le informazioni raccolte sono effettivamente utilizzate in parte per progettare nuovi software, caratterizzati da processi di machine learning e dall'impiego di intelligenze artificiali. Basate principalmente sull'impiego di grandi fonti di dati, queste tecnologie permettono di avanzare ipotesi diagnostiche basate su ricorrenti schemi statistici, migliorando così l'efficienza delle strutture sia dal punto di vista medico sia da quello economico.

“Migliorare definitivamente i risultati, riducendo i costi e salvando vite” : così il presidente dei servizi cloud di Google, Tarik Shaukat, aveva definito le iniziative dell'azienda Alphabet (proprietaria del motore di ricerca) nell'ambito sanitario. Ed è proprio sotto la sua divisione che attualmente si svolge l'operazione “Nightingale” . Ma oltre gli obiettivi di efficienza nell'ambito sanitario, il progetto solleva anche seri problemi dal punto di vista della riservatezza di informazioni così sensibili, che potrebbero essere utilizzate per scopi estranei a quello medico, per esempio profilando lo stato di salute di un utente anche per finalità commerciali.

Sebbene per ora non ci sia prova di ciò , anche le altre principali aziende tecnologiche hanno intrapreso la medesima strada: da Amazon ad Apple, gli investimenti nella capitalizzazione dei dati sanitari sono stati in costante crescita, proporzionalmente all'affinamento delle tecnologie di machine learning.

Un quadro nel quale Google ha la possibilità di avvantaggiarsi delle informazioni dei pazienti di Ascension, creando un “motore di ricerca omnicomprensivo per aggregare informazioni eterogenee di pazienti e strutture ricettive in un unico posto” , scrive il Journal, evidenziando l'interesse comune di Google e di Ascension. Eduardo Conrado, vice presidente esecutivo dell'azienda, ha commentato: “Con la continua e rapida evoluzione dell'ecosistema sanitario, anche noi dobbiamo evolverci per far meglio incontrare i bisogni e le aspettative di chi serviamo [i pazienti, ndr] così come quelle dei fornitori di prestazioni sanitarie” .

Ma a preoccupare ulteriormente sono anche i potenziali rischi che corrono i dati archiviati. In un contesto di crescente fragilità dei sistemi informatici, neanche Google ha dimostrato di essere immune dall'esposizione non autorizzata di informazioni personali. L'anno scorso l'azienda aveva scelto di non rivelare pubblicamente che, a causa di una vulnerabilità , i dati personali di migliaia di utenti del defunto social network Google Plus erano stati oggetto di una diffusione non autorizzata. L'episodio portò - o quantomeno contribuì - alla chiusura della stessa piattaforma. Mentre a settembre l'azienda aveva dovuto pagare una multa di 170 milioni di dollari per aver illecitamente acquisito informazioni di minorenni per finalità commerciali.  

Contattata da Agi, Google ha precisato che l'accordo sul trattamento di dati sanitari effettuato in collaborazione con la catena ospedaliera Ascension ne esclude l'utilizzo per finalità di marketing. Pur all'insaputa di pazienti e medici, l'acquisizione sembra essere consentita anche dalle leggi federali statunitensi, che permettono il trattamento e la condivisione di dati dei pazienti con il solo scopo di sviluppare miglioramenti utili all'offerta sanitaria.

Come chiarisce il presidente della divisione Cloud di Google, Tariq Shaukat, “Si tratta di una pratica standard nel settore sanitario, dal momento che i dati dei pazienti sono frequentemente utilizzati dai sistemi elettronici che infermieri e medici usano per fornire loro le cure. Per essere chiari: sotto questo accordo, i dati di Ascension non possono essere utilizzati per alcun altro scopo se non quello di fornire i servizi che offriamo sotto il medesimo accordo, e i dati dei pazienti non saranno combinati con alcun altro dato degli utenti di Google” . 

Riguardo la vulnerabilità di Google Plus, precedentemente riportata dal Wall Street Journal e richiamata da Agi, Google precisa che nomi, indirizzi email, occupazioni, età e genere degli utenti non sono stati diffusi, pur essendo stati esposti a causa di una vulnerabilità . Come già chiarito da Google in un precedente blogpost, non c'è alcuna prova dell'abuso di tali informazioni. 
 



Thu, 07 Nov 2019 14:28:03 GMT

Il 5 per cento degli adolescenti italiani soffre di emicrania con aura

La scuola è  iniziata da pochi mesi ma già  insegnanti e genitori registrano casi di bambini e adolescenti colpiti da emicrania con aura. Questa particolare forma della malattia presenta sintomi come disturbi della vista, formicolii, difficoltà  motorie e di linguaggio. Colpisce oltre il 5% dei giovanissimi italiani e ne rende difficile la vita quotidiana, in particolare quella scolastica, limita l'apprendimento oltre ad essere responsabile di molte assenze.

"Il mal di testa non è  solo un problema dell'adulto - afferma il prof. Cristiano Termine, docente di Neuropsichiatria Infantile dell'Università  dell'Insubria - La patologia si manifesta con attacchi dolorosi, spesso bilaterali e più  brevi. Nel periodo che va da settembre a giugno i nostri ambulatori e studi si affollano di piccoli pazienti che non riescono più  a svolgere le normali mansioni scolastiche a causa del dolore. Spesso siamo costretti ad intervenire in ritardo perché  i genitori si rivolgono allo specialista solo quando la patologia non permette piu' di studiare con serenità . Invitiamo quindi tutti a non sottovalutare il disturbo e a rivolgersi tempestivamente ad un medico in caso di ripetuta comparsa dei sintomi".

Per trovare un rimedio efficace e privo di effetti collaterali è  stato condotto uno studio in cinque centri italiani (La Sapienza Sant'Andrea di Roma, Ospedale Gaslini di Genova, Ospedale Sant'Orsola-Malpighi di Bologna, Ospedale Businco di Cagliari e l'Ospedale Universitario di Sassari). È stato utilizzato per 16 settimane un prodotto naturale combinando tre diverse sostanze: due piante, la griffonia (o fagiolo africano), il partenio (una pianta molto diffusa in Italia) più  magnesio, chiamato Aurastop.

"È una cura che ha una dimostrata sicurezza e soprattutto non presenta effetti collaterali rilevanti - aggiunge l'esperto -. Il trattamento con il prodotto ha dimostrato di ridurre del 50% il numero di episodi di mal di testa. Il nutraceutico deve essere assunto, per avere un effetto terapeutico, due volte al giorno. In particolare riscontriamo come i genitori siano più  propensi e contenti di utilizzare un nutraceutico rispetto ad un farmaco tradizionale il quale va somministrato per molti mesi. Viene quindi considerato come una cura piu' leggera e meno invasiva. Questo favorisce l'aderenza alla terapia che rappresenta un grande problema quando bisogna trattare il mal di testa. Spesso, infatti, questo disturbo non viene considerato come una vera e propria malattia".

L'emicrania risulta in forte crescita in tutti i Paesi Occidentali e questo fenomeno interessa anche i giovanissimi. "I primi episodi si registrano sempre prima in quanto l'adolescenza e' piu' precoce rispetto al passato - conclude il prof. Termine - Diagnostichiamo emicrania con aura anche in bambini di 11 o 12 anni. Lo sviluppo precoce sta determinando un aumento dell'incidenza della malattia. Prima della puberta' colpisce in egual misura sia i maschi che le femmine. Dopo la comparsa del menarca le più  interessate sono invece le giovanissime. Per questo è  importante avere a disposizione diverse opzioni terapeutiche. Prodotti sicuri e di origine alimentare come Aurastop rappresentano quindi un'interessante alternativa. Le sue grandi potenzialità  devono essere approfondite con ulteriori studi clinici".



Thu, 07 Nov 2019 14:12:50 GMT

Gli uomini resistono meglio delle donne alle tentazioni alimentari

Per le donne obese, ben più  che per gli uomini, è  questione di cervello. Soltanto nei soggetti di sesso femminile un elevato indice di massa corporea (Bmi) è  associato a un aumento del metabolismo cerebrale nella corteccia orbito frontale (la parte anteriore dell'emisfero cerebrale, prevalentemente a destra) e a una connettività  neurale particolare: nei circuiti cerebrali legati al controllo e alla decisione si riscontra una ridotta connettività , che invece risulta aumentata nei circuiti legati alla gratificazione e alla ricompensa.

È quanto emerge da uno studio, recentemente pubblicato su Aging, dai ricercatori dell'IRCCS Policlinico San Donato, dell'Universita' Vita-Salute San Raffaele, dell'IRCCS Ospedale San Raffaele e dell'Università  degli Studi di Milano, che ha analizzato i correlati metabolici del cervello rispetto a diversi livelli di Bmi, in un gruppo di 222 soggetti anziani.

I risultati, ottenuti tramite Pet con fluoro deossi-glucosio, mostrano un legame, presente solo nei soggetti di sesso femminile, tra alto indice di massa corporea, alterato metabolismo cerebrale e connettività  neurale, che indica un forte effetto di genere nel sovrappeso e nell'obesità  in donne con età media di 74 anni. Oltre all'aumentato metabolismo della corteccia orbitofrontale (prevalentemente nell'emisfero anteriore destro), sono stati riscontrati aumenti di connettività nella corteccia frontopolare e nell'insula destra.

Mentre la prima è  una regione chiave per la motivazione e il controllo delle funzioni complesse, come il comportamento orientato agli obiettivi, la seconda è  associata ai processi di ricompensa legati al piacere di alimentarsi: si tratta di regioni del cervello coinvolte in maniera cruciale nella regolazione della cosiddetta "fame edonica".

"Sappiamo già  da tempo che l'obesità  differisce nelle donne e negli uomini per diversi aspetti: la prevalenza dell'obesità  è  più  elevata nelle donne (38,3 per cento) rispetto agli uomini (34,3 per cento), indipendentemente dall'età anagrafica e dall'etnia", spiega Livio Luzi, responsabile dell'area di Endocrinologia e Malattie Metaboliche dellIRCCS Policlinico San Donato e professore ordinario di Endocrinologia presso il Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell'Università  degli Studi di Milano.

"Queste differenze di genere, rispecchiate anche nella composizione corporea, sono dovute a una molteplicità  di fattori: ormonali, ambientali e anche dietetici, dato che sia i modelli alimentari sono diversi tra i sessi, sia il desiderio di cibo e la risposta cerebrale al tipo di gusto esperito. Anche se la spiegazione di queste diversità  - continua - è  ancora oggetto di studio, le ragioni più  probabili sono da imputare anche agli effetti degli ormoni sessuali nella risposta del cervello al cibo.

I dati analizzati in questo lavoro fanno pensare che l'esposizione a stimoli alimentari appetibili veda i maschi più  efficaci delle femmine nel limitare l'assunzione di cibo. Per le donne in sovrappeso sarebbe materialmente più  difficile esercitare un controllo inibitorio della fame e del comportamento alimentare".

I dati dello studio dovranno essere confermati in una popolazione di donne obese giovani. "Tuttavia la differenza di genere dimostrata qui nell'associazione tra BMI e metabolismo cerebrale - dice Luzi - ci porta a diverse considerazioni per la pratica medica e la politica sanitaria: considerando che i meccanismi neurofisiologici attraverso i quali riceviamo gratificazione dal cibo sono diversi, la cura e la prevenzione dell'obesità  dovranno in futuro essere modulate in maniera conforme a queste differenze, per offrire a ciascuno una soluzione più  appropriata ed efficace per il controllo dell'alimentazione".



Thu, 07 Nov 2019 05:54:15 GMT

Aids: dopo 19 anni scoperto un nuovo ceppo dell'Hiv. "Virus in continua trasformazione"

Gli scienziati annunciano di aver scoperto un nuovo ceppo dell'Hiv, il virus che provoca l'Aids, come non avveniva da 19 anni. Lo studio, pubblicano sul Journal of Acquired Immune Deficiency Syndrome, rivela come questo ceppo sia della famiglia M, la stessa che ha provocato la pandemia. Si tratta del primo nuovo ceppo identificato da quando nel 2000 sono state fissate le linee guida per la classificazione dei sottotipi.

È il decimo ceppo del gruppo M. "Questa scoperta ci ricorda come per porre fine alla pandemia si debba considerare questo virus in continua trasformazione ed utilizzare le più  avanzate tecnologie e risorse per monitorare la sua evoluzione", ha detto in una nota una delle autrici della ricerca, Carole McArthur, dell'università  del Missouri, a Kansas City.

Anthony Fauci, direttore dell'Istituto nazionale di allergie e malattie infettive, ha assicurato che gli attuali trattamenti per l'Hiv sono efficaci contro questo ceppo. "Non c'è  motivo di farsi prendere dal panico o addirittura preoccuparsene", ha affermato Fauci. "Non molte persone ne sono infette. Questo è  un valore anomalo".

Secondo l'Abbott Laboratories, che ha condotto la ricerca insieme all'Università  del Missouri, sono solo tre le persone contagiate da questo nuovo ceppo. La versione del gruppo M del virus dell'Hiv è  responsabile del 90% dei 37,9 milioni di contagi attuali, secondo i dati dell'Organizzazione mondiale della sanità . Unaids stima che nel 2016 circa 1,8 milioni di persone sono state infettate. Affinché  gli scienziati possano stabilire che si tratta di un nuovo sottotipo, tre casi devono essere rilevati in modo indipendente.

I primi due casi di questo nuovo ceppo sono stati trovati nella Repubblica Democratica del Congo nel 1983 e nel 1990. Il terzo campione, riscontrato sempre in Congo, è  stato raccolto nel 2001 come parte di uno studio volto a prevenire la trasmissione del virus da madre a figlio.



Wed, 06 Nov 2019 14:49:00 GMT

Cos'è l'Ittiosi Arlecchino, la malattia che ha colpito il piccolo Giovannino

Giovannino è un bimbo di 4 mesi affetto da una malattia genetica rara e incurabile, la "Ittiosi Arlecchino", che colpisce una persona su un milione e trasforma la pelle del neonato, squamosa e simile a quella dei pesci, in una sorta di corteccia dura, che si spacca al minimo movimento e che necessita di continue cure. Quando il piccolo è  nato i genitori hanno deciso di non occuparsene, lasciandolo all'ospedale Sant'Anna di Torino che da allora è  diventata la sua casa. Solitamente i neonati colpiti dalla malattia muoiono nelle prime settimane, ma Giovannino continua a lottare nel reparto di terapia intensiva diretto da Daniele Farina.

"È un bimbo sveglio che sorride e ama essere portato in giro - spiega il medico -. Nelle ultime ore sono giunte molte telefonate di famiglie disposte ad adottarlo, ma occorre essere consapevoli che il piccolo necessita di molte cure, la pelle si spacca facilmente e deve essere trattata almeno tre volte al giorno con olio e crema idratante. Il rischio di contrarre infezioni è  molto alto".

Bambini con la Ittiosi Arlecchino in Italia ne nascono uno ogni due anni e mezzo e l'ultimo caso al Sant'Anna risale a oltre trent'anni fa. "Stiamo girando le tante richiesta di adozione alla Casa dell'affido del Comune che farà  le proprie valutazioni - conclude Farina - di certo si è  attivata una catena di solidarietà che ha sorpreso tutti".

Cos'è l'ittiosi Arlecchino

L'ittiosi arlecchino è una malattia genetica rara che affligge all'incirca un neonato su un milione. Viene chiamata così  a causa delle placche di tipo squamoso e secco e di forma quadrangolare che si formano sulla pelle del neonato: la cute si ispessisce e si irrigidisce, la naturale elasticità  cutanea viene persa per cui la pelle va a formare una specie di corazza che puo' arrivare a gradi di rigidità  tali da impedire qualsiasi movimento. Colpisce in genere tutto il corpo per la sua intera superficie.

Questo significa che a essere coinvolte possono essere anche le labbra e le palpebre, ad esempio, che si rovesciano verso l'esterno, o anche le orecchie. In genere, i neonati con ittiosi arlecchino non sopravvivono che pochi giorni per le difficoltà  respiratorie, infezioni batteriche e difficoltà  di nutrizione. In seguito all'affinamento di cure intensive neonatali adeguate, si è  ottenuta la sopravvivenza di alcuni pazienti i quali manifestano successivamente sintomi dermatologici simili a quelli delle persone affette da forme severe di Eritrodermia Ittiosiforme Congenita non bollosa (CIE), cioè pelle arrossata e desquamante ma senza vesciche.

Contro questa malattia non c'è  cura. Somministrare sistemicamente retinoidi durante la fase più  acuta (l'immediato post-partum) consente, pur senza aver debellato la patologia, di averne una sintomatologia più  blanda. La causa genetica è  una alterazione del gene ABCA 12 del cromosoma 2. Questo gene, oltretutto, è  coinvolto anche nella ittiosi lamellare, forma assai meno grave di quella arlecchino. La scoperta della causa genetica consente nell'immediato di fare diagnosi sul Dna fetale, tipicamente nel secondo trimestre di gravidanza.  

La proposta del Cottolengo di Torino

La Piccola Casa della Divina Provvidenza, conosciuta come Cottolengo, si è  resa disponibile ad accogliere Giovannino. Don Carmine Arice, padre generale del Cottolengo, ha scritto una lettera indirizzata direttamente al bimbo: "Quando questa mattina abbiamo letto la tua storia, così  breve ma già  così importante, ci è venuto subito, nel cuore il desiderio di accoglierti tra noi".

E ancora: "Sai, don Giuseppe Cottolengo ha voluto una casa proprio per quanti fanno fatica a trovarne una perché  la loro situazione di vita o di salute era particolarmente difficile", prosegue la lettera. "E così  vogliamo continuare a fare anche noi. Sai, alcuni pensano ancora a casa nostra come un luogo dove abita gente che e' bene non mostrare in giro, o che è segregata chissà  in che modo", scrive don Carmine al piccolo.

"In realtà , sempre di più  la Piccola Casa che, se sarà  necessario, è  disposta ad essere la tua casa, sta modulando risposte diverse a domande diverse. C'è  chi ha bisogno di una struttura sanitaria, chi ha bisogno di una casa di cura o di assistenza perché  non autosufficiente, chi di una scuola, chi di una casa famiglia, chi di una comunità  di accoglienza".

"Anche per te, caro Giovannino, vorremmo pensare un'accoglienza degna del valore infinito della tua esistenza", conclude il padre generale del Cottolengo, "con tutto ciò  che sarà  necessario e nelle modalità  che richiede una situazione così particolare come la tua: insomma una casa con persone che ti vogliono bene e si prendono cura di te fino a quando sarà necessario. Se poi ci sarà  una famiglia, con un papà  e una mamma che vorranno essere tuoi genitori, saremo contenti di affidarti a loro".



Wed, 30 Oct 2019 13:32:19 GMT

Dormire poco potrebbe aumentare il rischio di Alzheimer 

Oltre a far male al sistema cardiovascolare e a quello immunitario, dormire male per lunghi periodi di tempo potrebbe aumentare il rischio di sviluppare demenza. È quanto emerso in occasione di un incontro nell'ambito del Future of Health Summit del Milken Institute a Washington. "I disturbi del sonno e l'insufficienza di sonno contribuiscono all'Alzheimer decenni prima che le persone sviluppino il disturbo", spiega Ruth Benca, psichiatra dell'Università  della California, Irvine.

Il lavoro di Benca ha tracciato la relazione tra il sonno, in particolare il sonno profondo noto come Rem, e lo sviluppo della demenza piu' avanti nella vita. Nel 2017, il suo team ha pubblicato uno studio in cui sono stati seguiti individui sani con una variante di un gene chiamato APOE che li espone a un rischio maggiore di sviluppare l'Alzheimer.

Hanno così  scoperto che gli individui che hanno riportato un sonno di qualità  inferiore tendevano ad avere accumuli piu' grandi di proteine associate alla malattia di Alzheimer, chiamate amiloide e tau, nel liquido che circonda il cervello rispetto a quelli che hanno riferito di dormire bene. 

Sembrava, pensavano, che il processo del sonno potesse cancellare alcuni di questi accumuli. Studi successivi hanno sostenuto questa teoria. Lo stesso anno, un altro studio ha scoperto che in un gruppo di adulti di eta' superiore ai 60 anni, coloro che impiegavano piu' tempo ad entrare nel sonno Rem e sognavano di meno avevano un elevato rischio di sviluppare demenza.

L'anno scorso, i ricercatori del National Institutes of Health di Bethesda, nel Maryland, hanno pubblicato i risultati di uno studio che ha scoperto che i partecipanti sani che accettavano di essere svegliati ogni ora per una notte avevano livelli piu' elevati di amiloide il giorno seguente.

E all'inizio di quest'anno, un gruppo separato della Washington University School of Medicine ha scoperto che gli adulti più  anziani che hanno avuto una fase Rem minore durante il sonno avevano anche maggiori quantità  di tau. Anche la relazione inversa potrebbe essere vera e cioè  che accumuli di amiloide e tau potrebbero contribuire alla mancanza di sonno.

La ricerca ha anche dimostrato che le persone con Alzheimer hanno cicli di sonno interrotto. Detto questo, se il sonno gioca un ruolo causale nella demenza, potrebbe essere un obiettivo futuro per nuove terapie o interventi preventivi per la malattia. Ne frattempo, secondo gli studiosi, dormire a sufficienza dovrebbe essere considerata una modifica dello stile di vita a favore della salute cognitiva e fisica, proprio come l'esercizio fisico e l'astensione dal fumo e dall'eccessivo consumo di alcolici.



Thu, 24 Oct 2019 10:35:18 GMT

Il governo ha investito 60 milioni sulle terapie anticancro CAR-T. Ecco cosa sono

"Il governo ha deciso di investire 60 milioni di euro sulle terapie CAR-T, 10 milioni per ciascuna delle 6 officine farmaceutiche". Lo ha dichiarato il ministro della Salute, Roberto Speranza, illustrando davanti alle Commissioni congiunte di Senato e Camera le linee programmatiche del suo dicastero. Ma di cosa si tratta?

La terapia a base di cellule CAR-T consiste nella manipolazione genetica delle cellule del sistema immunitario per renderle in grado di individuare e contrastare efficacemente le cellule tumorali. In particolare, “CAR-T cells” , sono linfociti del paziente “educati geneticamente” a cercare, riconoscere e eliminare le cellule di leucemia o linfoma, dalle quali il paziente è affetto.

La tecnica Car-T utilizza cellule ottenute dal sangue, del paziente stesso o di un donatore volontario, e modificate geneticamente in laboratorio, con le metodiche dell'ingegneria molecolare. Questa procedura, estremamente delicata, va condotta in un laboratorio adeguatamente attrezzato e dedicato. Le cellule, opportunamente modificate, possono essere re-iniettate nell'organismo malato, dove potranno svolgere l'attività terapeutica desiderata e programmata.

Questo è quello che fa “tisagenlecleucel” , la terapia cellulare di Novartis, l'unica oggi disponibile. Tisagenlecleucel è  l'unico CAR-T a essere indicato in bambini e ragazzi con Leucemia Linfoblastica Acuta (LLA) a cellule B e in adulti con Linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL), che siano diventati resistenti alle altre terapie, o nei quali la malattia sia ricomparsa dopo una risposta ai trattamenti standard. Una nuova occasione per questi pazienti con forme aggressive di tumori ematologici per i quali non vi sarebbero più altre opzioni di cura.

Si tratta infatti di un "trattamento vivo", una immunoterapia cellulare autologa, prodotta a partire dai linfociti T del paziente, riprogrammati per identificare ed eliminare le cellule esprimenti CD19, in modo altamente personalizzato. Tisagenlecleucel è infatti in grado di restituire al sistema immunitario del paziente, attraverso un processo altamente personalizzato per ogni individuo, la sua naturale capacità di riconoscere ed eliminare le cellule tumorali. Con tecniche di ingegneria genetica si inserisce un gene nei linfociti T che così esprimeranno il recettore chimerico per l'antigene (CAR -Chimeric Antigen Receptor).



Wed, 23 Oct 2019 09:51:00 GMT

Parte la campagna di vaccinazione contro l'influenza

Inizia domani la campagna antinfluenzale 2019-2020. Tutti, a partire dall'età di sei mesi, possono vaccinarsi, tranne in quelle pochissime situazioni in cui il vaccino è controindicato. Come per gli anni scorsi la vaccinazione è particolarmente indicata per le persone con 65 e più anni, per i portatori di particolari situazioni di rischio, per chi (familiari e personale di assistenza) è a stretto contatto con queste persone ricopre ruoli essenziali di pubblica utilità .

L'influenza rappresenta un serio problema di sanità pubblica e una rilevante fonte di costi diretti e indiretti per l'attuazione delle misure di controllo e la gestione dei casi e delle complicanze della malattia ed è tra le poche malattie infettive che, di fatto, ogni essere umano sperimenta più volte nel corso della propria esistenza, indipendentemente dallo stile di vita, dall'età e dal luogo in cui vive. La scorsa influenza ha colpito tutte le regioni italiane, con 8.104.000 casi stimati di sindrome influenzale in tutto il Paese. Il picco epidemico è stato osservato tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio. Dal 28 gennaio al 3 febbraio 2019 si sono registrati 13,8 casi per mille assistiti.

Durante la scorsa stagione in Italia si sono verificati 812 casi gravi, di cui 205 seguiti da decesso. Sono risultate colpite tutte le età fra 0 e 105 anni, con un'età media di 63 anni. Nell'83% dei casi gravi e nell'90% dei deceduti era presente almeno una condizione di rischio preesistente (diabete, tumori, malattie cardiovascolari, malattie respiratorie croniche, obesità , ecc.) e l'80% dei casi risultava non vaccinato. Otto casi gravi si sono verificati in donne in stato di gravidanza.

Tutti questi casi sono stati ricoverati in una Unità di Terapia Intensiva o subintensiva, 44 hanno necessitato del supporto Ecmo (Ossigenazione extracorporea a membrana) e 602 sono stati intubati. In Friuli Venezia Giulia il picco stagionale è stato raggiunto nella prima metà di febbraio, con 8,6 casi per 1000 assistiti. Sono stati confermati 24 casi gravi di influenza (tra cui 13 decessi). Il Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc) stima che, in media, circa 40 mila persone muoiano prematuramente ogni anno a causa dell'influenza in Unione europea. Il 90% dei decessi si verifica in soggetti di età superiore ai 65 anni, specialmente tra quelli con condizioni cliniche croniche di base.

Per ridurre la trasmissione del virus dell'influenza è bene applicare due presidi semplici, ma importantissimi: l'igiene respiratoria (contenimento della diffusione derivante dagli starnuti e dai colpi di tosse con la protezione della mano o di un fazzoletto); il lavaggio frequente delle mani, un gesto, semplice ed economico, che costituisce l'intervento preventivo di prima scelta ed è una pratica riconosciuta dall'Organizzazione mondiale della sanità tra le più efficaci per il controllo della diffusione delle infezioni anche negli ospedali.

Il mezzo più efficace e sicuro per prevenire l'influenza e ridurne le complicanze è la vaccinazione e poichè i virus dell'influenza cambiano spesso, la vaccinazione va ripetuta ogni anno. In inverno, però , circolano anche altri virus che provocano febbre e raffreddore, spesso scambiati per influenza. Contro questi virus il vaccino non è efficace, perché protegge solo da quelli influenzali.

I vaccini antinfluenzali contengono solo virus inattivati o parti di questi, pertanto non possono essere responsabili di infezioni da virus influenzali. è importante sapere che, particolarmente nella stagione fredda, infezioni respiratorie e sindromi con sintomatologie simili a quelle dell'influenza possono essere provocate da molteplici altri agenti batterici e virali, nei cui confronti il vaccino antinfluenzale non ha nessuna efficacia protettiva.

Gli effetti indesiderati provocati dalla vaccinazione sono rari e comunque lievi: gonfiore-arrossamento nella sede dell'iniezione, malessere generale, febbricola e lievi dolori muscolari. In genere si risolvono tutti spontaneamente. Come ogni farmaco, anche il vaccino antinfluenzale può causare reazioni allergiche, comunque rare. Per questo, la vaccinazione deve essere effettuata da personale sanitario esperto. Ciò nonostante ci si vaccina ancora troppo poco. L'obiettivo ottimale nei gruppi target (fra cui le persone che hanno compiuto 65 anni), è del 95%, il minimo auspicabile 75%. Anche in questo caso vaccinarsi serve non solo per se stessi, ma anche per gli altri.