Fri, 06 Feb 2026 02:02:00 GMT
Salute
Processo al caffè : i medici lo assolvono ma i dubbi restano

AGI - Il caffè è stato assolto, ma non senza polemiche e con qualche limitazione. È accaduto l'altra sera quando l'Ordine dei medici di Milano (OMCeOMI) ha portato simbolicamente sul banco degli imputati una delle bevande più amate dagli italiani, tanto che le stime parlano di 35 miliardi di tazzine bevute all'anno nel nostro Paese, 800 milioni solo nel capoluogo lombardo. L'obiettivo è stato analizzare in modo critico effetti, benefici e contraddizioni.

A presiedere il dibattimento del 'Processo al caffè ' è stato il presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia. Protagonisti il pubblico ministero Tiziana Siciliano, gli avvocati della difesa, Ilaria Li Vigni e Giorgia Andreis, il perito e medico legale Umberto Genovese e vari testimoni ed esperti medici. Il processo – dopo una introduzione storica di Elio Franzini, ordinario di Estetica all'Università di Milano – si è svolto a Milano alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Al termine la Corte ha assolto l'imputato ai sensi dell'articolo 530, comma 2, del Codice di procedura penale, rilevando che la responsabilità non è stata dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio. È stato quindi respinto il capo d'accusa ispirato all'articolo 444 del codice penale (pericolo per la salute pubblica).

Motivazione e limiti di consumo

Nella motivazione, è stato tuttavia chiarito che il tema richiede una lettura articolata e non semplificata. In particolare, il giudice ha sottolineato la necessità di distinguere tra caffeina e caffè , richiamando il principio secondo cui va evitato un consumo eccessivo e individuando, in linea con i parametri minimi delle linee guida, una soglia orientativa di non oltre tre tazzine di caffè italiano al giorno. È stata anche ribadita la differenza tra persone sane e persone con patologie cardiovascolari, neurologiche o con disturbi del sonno.

Il dibattito: il caffè fa bene o fa male?

"Abbiamo scelto ancora una volta - dichiara il presidente dell'Ordine, Roberto Carlo Rossi - di affrontare un tema molto concreto, che tocca tutti, partendo dalla domanda più semplice: il caffè fa bene o fa male? Abbiamo voluto offrire al pubblico gli elementi per farsi un'idea, e affidare alla comunità medica il compito di continuare il dibattito. Grazie ai giurati della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri FNOMCEO (...) il giudice, al termine di un grande lavoro processuale, ha deciso per l'assoluzione, pur con varie indicazioni su qualità e limiti di consumo".

L'accusa: rischi e vulnerabilità

Per l'accusa non si tratterebbe solo di un piacere, ma di una sostanza psicoattiva che merita cautela. "Ciò che viene considerato un gesto innocente - dice Stefano Carugo, direttore UOC di Cardiologia al Policlinico di Milano - può in realtà nascondere implicazioni serie. Nelle persone vulnerabili, il consumo di caffè può aumentare il rischio di ipertensione arteriosa, insonnia cronica, palpitazioni e crisi d'ansia. Nei bambini e negli adolescenti non dovrebbe nemmeno essere proposto e, in gravidanza, le principali società scientifiche raccomandano la massima prudenza. La caffeina ha effetti cardiologici e neurologici reali: il consumo non è mai del tutto privo di rischi, soprattutto in chi non ne percepisce il potenziale impatto. Anche le bevande ad alto contenuto di caffeina, oggi molto diffuse tra i giovani, possono comportare eventi avversi anche importanti".

L'accusa: l'impatto sulla salute orale

Un punto chiave che non deve rimanere escluso e riguarda l'accusa è l'effetto che il caffè ha a livello di salute del cavo orale. "Il consumo di caffè è tradizionalmente associato a effetti negativi ben noti, quali la pigmentazione dentale e il potenziale erosivo", spiega Lucia Giannini, odontoiatra e segretario della Commissione Albo Odontoiatri di Milano: "Ma il caffè e i suoi componenti esercitano anche un'influenza rilevante sul microbiota orale, sui tessuti parodontali e sul metabolismo dell'osso alveolare".

La difesa: benefici e consumo moderato

"Il caffè non è un veleno - spiega Nicola Montano, professore ordinario di medicina interna del Policlinico di Milano -. Studi recenti su oltre un milione di persone mostrano che il consumo moderato è associato a minore rischio di diabete tipo 2, ictus, depressione e mortalità generale. Non solo: la letteratura più solida evidenzia benefici significativi sul fegato, sulla funzione cognitiva e sulla qualità della vita. Negli adulti sani, bere tra i 3 e i 5 caffè al giorno può addirittura fare bene alla salute".

La difesa: l'importanza della qualità del caffè

Anche l'imputato, nella persona di Carlos Eduardo Bitencourt, founder e ceo di Cafezal, è stato ascoltato. E naturalmente ha difeso la posizione. "Quando si parla di caffè e salute, la prima domanda da porsi è di quale caffè stiamo parlando. Il caffè è una materia prima agricola complessa, come l'olio o il vino, e la sua qualità - sottolinea - dipende da ogni fase della filiera: dalla coltivazione alla tostatura, dalla conservazione fino al servizio. (...) Esiste purtroppo un caffè mal trattato, conservato in modo scorretto, ossidato o servito a temperature eccessive, che risulta sgradevole al gusto e potenzialmente dannoso. Ma esiste anche un'altra realtà , quella del caffè di qualità , basata su cura, competenza e attenzione all'impatto sociale e ambientale. È a questo tipo di caffè che fanno riferimento molti studi scientifici che ne evidenziano i benefici per la salute, dal cuore al cervello. Un caffè che racconta territori, culture e qualità , e che va valutato per ciò che è realmente, non come un prodotto indistinto".

Conclusioni del dibattito scientifico

"Questo processo ha rappresentato un'occasione di riflessione culturale e scientifica, capace di coinvolgere medici, cittadini, studenti e istituzioni", afferma Maria Teresa Zocchi, responsabile scientifica del processo con Maria Grazia Manfredi e Claudio Pagliani: "Un esercizio civile, e un modo per portare la medicina fuori dai congressi e dentro la vita reale, affrontando con rigore ma anche con ironia i temi della salute pubblica".



Thu, 05 Feb 2026 02:52:00 GMT
Salute
Nuovo vaccino anti-HIV funziona sugli animali dopo una sola dose

AGI - Un candidato vaccino contro l` HIV è riuscito a indurre anticorpi neutralizzanti già dopo una singola somministrazione, un risultato mai osservato prima nei modelli animali. È quanto dimostra uno studio di un equipe del Vaccine & Immunotherapy Center, The Wistar Institute, Philadelphia, pubblicato su Nature Immunology, che potrebbe aprire la strada a protocolli vaccinali molto più brevi e accessibili rispetto a quelli sperimentati finora.

Il risultato è stato ottenuto in primati non umani grazie a una nuova strategia di progettazione del vaccino, capace di superare un limite considerato finora strutturale nello sviluppo di un` immunizzazione efficace contro l` HIV. Attualmente, i protocolli sperimentali richiedono spesso sette, otto o più iniezioni prima di osservare una risposta neutralizzante. In questo caso, una sola dose è stata sufficiente per ottenere una risposta misurabile già dopo tre settimane.

L'immunogeno sperimentale WIN332

Lo studio si concentra su una proteina dell` involucro del virus HIV-1, chiamata Env, e in particolare su una sua regione chiave, l` epitopo V3-glicano. Contrariamente all` approccio tradizionale, i ricercatori hanno rimosso completamente uno zucchero specifico, il glicano Asn332, ritenuto finora indispensabile per il riconoscimento da parte degli anticorpi. Da questa scelta è nato l` immunogeno sperimentale WIN332.

Risposta immunitaria con una singola dose

Dopo una singola iniezione di WIN332, gli animali hanno sviluppato una neutralizzazione dell` HIV a bassa intensità ma chiaramente rilevabile. Una seconda immunizzazione con un immunogeno correlato ha poi aumentato in modo significativo il livello di neutralizzazione, suggerendo la possibilità di ridurre drasticamente il numero complessivo di dosi necessarie per ottenere una protezione efficace.

Identificazione di nuove classi di anticorpi

L` analisi immunologica ha inoltre permesso di identificare due classi distinte di anticorpi neutralizzanti diretti contro la regione V3-glicano. Accanto agli anticorpi già noti, dipendenti dalla presenza del glicano Asn332, è emersa una nuova classe di anticorpi in grado di legarsi al virus anche in assenza di questo zucchero. Questa scoperta amplia il ventaglio di risposte immunitarie potenzialmente sfruttabili nello sviluppo di futuri vaccini contro l` HIV.

Prospettive future e sperimentazioni cliniche

I risultati hanno già attirato l` interesse di organizzazioni internazionali impegnate nella salute globale, con l` obiettivo di portare il candidato vaccino verso le prime sperimentazioni cliniche sull` uomo. Nel frattempo, sono in corso ulteriori studi preclinici per ottimizzare la sequenza di immunizzazione e aumentare ulteriormente l` efficacia della risposta neutralizzante.



Mon, 02 Feb 2026 02:36:00 GMT
Salute, Komposer
Nel sangue i primi segni biologici del Parkinson

AGI - I primi segni biologici del morbo di Parkinson possono essere individuati nel sangue, molto prima che compaiano i sintomi motori e quando il danno cerebrale non è ancora esteso. È quanto emerge da uno studio pubblicato su npj Parkinson` s Disease, guidato da un team della Chalmers University of Technology, in Svezia, in collaborazione con l` Oslo University Hospital. La ricerca identifica specifici biomarcatori legati a processi cellulari precocissimi della malattia, aprendo la strada a test ematici per la diagnosi anticipata e a nuove strategie terapeutiche.

Il lavoro è coordinato da Annikka Polster, professoressa associata al Dipartimento di Life Sciences di Chalmers, con primo autore Danish Anwer, dottorando nello stesso ateneo. I ricercatori hanno dimostrato che, nelle fasi iniziali del Parkinson – che possono precedere i sintomi clinici anche di 15-20 anni – avviene un` attivazione transitoria di meccanismi di riparazione del DNA e di risposta allo stress cellulare. Questi processi lasciano tracce misurabili nel sangue, ma solo per un periodo limitato.

L'importanza della diagnosi precoce

“Quando compaiono i sintomi motori, tra il 50 e l` 80% delle cellule nervose coinvolte è spesso già compromesso” , spiega Anwer. “Individuare la malattia prima di questo punto è fondamentale per avere reali possibilità di rallentarne la progressione” . Attraverso tecniche di machine learning, il team ha identificato un preciso profilo di attività genica associato a queste risposte cellulari, presente solo nei pazienti nella fase prodromica della malattia e assente sia nei soggetti sani sia in quelli con Parkinson già diagnosticato.

Una finestra di opportunità biologica

Secondo Polster, il dato chiave è proprio l` esistenza di una “finestra di opportunità biologica” : “Questi segnali compaiono solo all` inizio e scompaiono con l` avanzare della malattia. Questo li rende preziosi non solo per la diagnosi precoce, ma anche per comprendere i meccanismi da colpire con future terapie” . A differenza di altri approcci, basati su imaging cerebrale o analisi del liquido cerebrospinale, i biomarcatori individuati sono rilevabili nel sangue, rendendo possibile in prospettiva uno screening ampio, poco invasivo e a costi contenuti.

Prospettive future e nuove terapie

I ricercatori stimano che, entro cinque anni, test ematici basati su questi risultati potrebbero iniziare a essere sperimentati nei sistemi sanitari. Nel lungo periodo, lo studio potrebbe anche favorire lo sviluppo di nuovi farmaci o il riutilizzo di molecole già esistenti, mirate ai meccanismi cellulari attivi nelle primissime fasi della malattia.



Sun, 01 Feb 2026 15:05:21 GMT
Salute
Nelle nuove linee guida Usa sul cibo “meno demonizzazioni, più qualità ”
AGI -  “Un cambio di impostazione nelle politiche nutrizionali: meno demonizzazione dei singoli alimenti e maggiore attenzione alla qualità complessiva della dieta. Al centro tornano cibi semplici, riconoscibili e nutrienti, con un ruolo definito per le proteine” così la dottoressa Elisabetta Bernardi, biologa nutrizionista e docente di Biologia della nutrizione all` Università di Bari commenta le nuove Dietary Guidelines for Americans 2025–2030, le nuove linee guida alimentari in arrivo dagli USA che stanno accendendo un dibattito che va oltre la nutrizione.

Nelle linee si parla di 1,2–1,6 g/kg di proteine al giorno, una quota più alta rispetto a quella a cui siamo abituati… non sarà troppo?

Un apporto proteico adeguato non serve solo a “coprire il fabbisogno minimo” , ma ha effetti fisiologici rilevanti: aumenta la sazietà , aiuta a limitare l` iperconsumo calorico e contribuisce al mantenimento della massa muscolare, che è un fattore chiave della salute metabolica e della lotta all` obesità . Le nuove linee guida superano quindi la vecchia logica del “minimo indispensabile” , ma questo non significa che quella quota sia uguale per tutti: va sempre adattata all` età , al livello di attività fisica e alle condizioni cliniche. È un` indicazione di range funzionale, non una prescrizione rigida.

Non si corre il rischio di promuovere diete sbilanciate?

No, se si legge il documento nel suo contesto. Le linee guida non promuovono diete sbilanciate, né invitano a consumare carne in eccesso. Riconoscono piuttosto che, in una popolazione con alti tassi di obesità , diabete e perdita di massa magra, le proteine – incluse quelle animali – possono essere uno strumento efficace ed efficiente per aumentare la sazietà e migliorare il controllo dell` assunzione calorica. È importante però sottolineare che il documento include anche legumi, frutta a guscio e altre fonti proteiche vegetali: il messaggio è   pasti più strutturati e sazianti, costruiti con alimenti a basso contenuto di sale, zuccheri, grassi, additivi, eccetera.

Secondo lei queste linee quanto sono legate alle abitudini alimentari del Paese nel quale nascono?

Moltissimo, ed è un punto che spesso viene sottovalutato nel dibattito europeo. Le Dietary Guidelines for Americans 2025–2030 nascono in un Paese che vive una vera e propria crisi metabolica: oltre il 70% degli adulti è in sovrappeso, più del 40% è obeso, e la prevalenza di diabete e prediabete è tra le più alte al mondo. A questo si aggiunge una dieta fortemente dominata da alimenti molto ricchi di grassi, zuccheri, sale e additivi e bevande zuccherate, che forniscono circa il 60% dell` energia totale quotidiana.

In questo contesto, il problema principale  è l` eccesso calorico cronico e la perdita progressiva di massa magra, che accompagnano obesità e diabete. Le Dietary Guidelines for Americans 2025–2030 vanno lette come una strategia di sanità pubblica sviluppata in risposta a un contesto epidemiologico complesso, caratterizzato da obesità elevata, diabete e alterazioni della composizione corporea, puntando su alimenti più sazianti, nutrienti e riconoscibili, riducendo drasticamente il ruolo di prodotti ad alta densità energetica e basso valore nutrizionale.

 In questo contesto le proteine, soprattutto se derivate da carne, pesce, latte e derivati, uova e legumi, aumentano la sazietà , riducono l` introito calorico spontaneo e aiutano a preservare la massa muscolare, che è un determinante chiave della salute metabolica. 

Le nuove linee secondo lei sono conciliabili con la nostra idea di dieta mediterranea?

Sì , se vengono lette correttamente e contestualizzate; no, se vengono imitate in modo meccanico. Le linee guida americane nascono per correggere una dieta caratterizzata dall` assunzione elevata di alimenti ad alta densità calorica e basso potere saziante; la dieta mediterranea, invece, è storicamente un modello di prevenzione primaria, costruito su pasti strutturati, equilibrio energetico e integrazione di alimenti di origine animale in un modello prevalentemente vegetale.

Detto questo, molti principi sono sorprendentemente convergenti: riduzione degli zuccheri aggiunti, attenzione alla qualità dei grassi, valorizzazione degli alimenti proteici come parte del pasto. Anche nel modello mediterraneo tradizionale, carne, pesce, uova e latticini hanno sempre avuto un ruolo in un pattern ricco di vegetali, legumi e cereali.

La differenza è che, nel modello mediterraneo, le proteine non sono l` asse narrativo del pasto, ma una componente integrata; nelle DGA diventano invece uno strumento esplicito di contrasto all` obesità e alla perdita di massa magra.

In sintesi, le DGA non sono un modello da copiare, ma uno specchio che ci ricorda anche quanto sia importante comunicare con semplicità per far arrivare il messaggio a una porzione ampia della popolazione. 

Qual è il vero cuore di queste nuove linee guida?

Sicuramente la riduzione di alimenti ad alta densità calorica e basso potere saziante, insieme al contenimento degli zuccheri aggiunti, che contribuiscono in modo rilevante all` eccesso calorico cronico osservato negli Stati Uniti. In questo quadro, alimenti semplici e poco trasformati come carne fresca, uova, pesce, latticini non zuccherati e legumi vengono indicati come esempi di real food: cibi in grado di favorire la sazietà e di contribuire alla costruzione di pasti completi e nutrizionalmente densi. Il messaggio di fondo è quello di una strategia di sanità pubblica orientata a ridurre l` eccesso calorico e a migliorare la qualità complessiva della dieta, riportando l` attenzione su alimenti riconoscibili e su pasti strutturati, in un contesto alimentare fortemente obesogenico.

 

 



Thu, 29 Jan 2026 02:44:00 GMT
Salute
Una tazza al giorno di mirtilli selvatici fa bene al cuore e al metabolismo

AGI - I mirtilli selvatici non fanno bene solo al cuore, ma sembrano sostenere la salute dell'intero organismo, dal metabolismo al microbioma intestinale fino alle funzioni cognitive. È quanto emerge da una nuova revisione scientifica pubblicata sulla rivista 'Critical Reviews' in 'Food Science and Nutrition', che fa il punto su oltre vent'anni di ricerche cliniche sugli effetti cardiometabolici di questi frutti.

La revisione, guidata dalla nutrizionista Sarah A. Johnson della Florida State University e sviluppata a partire da un simposio internazionale promosso dalla Wild Blueberry Association of North America, analizza i risultati di 12 studi clinici condotti in quattro Paesi, insieme a numerose altre ricerche sperimentali e meccanicistiche.

Le evidenze più solide riguardano la funzione vascolare: diversi studi mostrano che il consumo di mirtilli selvatici migliora la capacità dei vasi sanguigni di dilatarsi e rispondere agli stimoli, talvolta già poche ore dopo una singola porzione e in altri casi dopo settimane o mesi di assunzione regolare.

Risultati incoraggianti emergono anche per la pressione arteriosa, i livelli di colesterolo e trigliceridi e il controllo della glicemia, soprattutto in persone con un rischio cardiometabolico elevato, anche se gli autori sottolineano la necessità di studi più ampi e controllati.

La revisione dedica ampio spazio al ruolo del microbioma intestinale: fibre e polifenoli dei mirtilli selvatici raggiungono il colon, dove vengono trasformati dai batteri in metaboliti bioattivi che possono spiegare una parte rilevante degli effetti osservati sul metabolismo e sulla circolazione. In uno studio clinico di sei settimane, ad esempio, il consumo quotidiano di mirtilli selvatici ha aumentato la presenza di batteri benefici come i 'Bifidobacterium'.

Secondo gli autori, questa interazione con il microbioma potrebbe contribuire fino al 40% dei composti attivi rilevati nel sangue dopo l'assunzione di alimenti ricchi di polifenoli. La revisione segnala inoltre possibili benefici cognitivi negli anziani, con miglioramenti in memoria e velocità di pensiero, probabilmente legati a un migliore stato circolatorio e metabolico generale.

"Ciò che rende i mirtilli selvatici particolarmente interessanti è che non agiscono attraverso un unico meccanismo, ma sembrano influenzare più vie biologiche contemporaneamente", spiega Johnson, citando il ruolo del segnale dell'ossido nitrico, della riduzione dell'infiammazione e dello stress ossidativo, e delle interazioni tra dieta e microbioma. Gli autori suggeriscono un consumo quotidiano di circa una tazza di mirtilli selvatici, facilmente reperibili anche surgelati, come parte di una dieta equilibrata. Nel complesso, la revisione rafforza l'idea che questi frutti possano rappresentare un supporto nutrizionale concreto per la salute cardiometabolica, pur evidenziando che gli effetti possono variare da persona a persona e che sono necessari ulteriori studi per identificare dosi ottimali e soggetti maggiormente responsivi.



Thu, 29 Jan 2026 02:02:00 GMT
Salute
Malattie cardiovascolari, uomini a rischio 10 anni prima delle donne

AGI - Il divario di genere nelle tempistiche legate allo sviluppo di problemi cardiovascolari, documentato da dati storici e letteratura scientifica, è ancora significativamente a sfavore degli uomini, che tendono a sperimentare malattie cardiache con 10 anni di anticipo rispetto alle controparti femminili. Questo, in estrema sintesi, è quanto emerge da uno studio, pubblicato sul *Journal of the American Heart Association*, condotto dagli scienziati della Northwestern University Feinberg School of Medicine.

Il team, guidato da Alexa Freedman, ha analizzato i dati del progetto CARDIA (Coronary Artery Risk Development in Young Adults), a cui hanno partecipato adulti statunitensi di età compresa tra 18 e 30 anni, arruolati nel 1985-1986 e seguiti fino ad agosto 2020. La coorte comprendeva 5.112 partecipanti con un'età media di 24,8 anni al momento dell'arruolamento e un follow up mediano di 34,1 anni.

Incidenza e sottotipi di malattie cardiovascolari

Nel complesso, riportano gli autori, gli uomini hanno mostrato un'incidenza cumulativa significativamente più elevata di malattie cardiovascolari, raggiungendo un'incidenza del cinque per cento sette anni prima delle controparti femminili. La cardiopatia coronarica era il sottotipo più frequente, con un'incidenza del due per cento, una media di 10,1 anni prima della coorte femminile. Non sono state rilevate differenze significative nell'età associata alla comparsa di ictus e insufficienza cardiaca.

L'importanza della prevenzione precoce

Le variazioni, commentano gli scienziati, sono emerse nella quarta decade di vita e non sono state spiegate dopo aver tenuto conto delle differenze nella salute cardiovascolare. "Le differenze di genere nel rischio di malattie cardiovascolari sono evidenti già a partire dai 35 anni - sottolinea Freedman - il che evidenzia l'importanza di avviare strategie di valutazione del rischio e prevenzione fin dalla giovane età adulta".



Tue, 27 Jan 2026 09:53:39 GMT
Salute, Komposer
Monitorare la salute del feto durante una operazione, ora si può

AGI - Monitorare in modo continuo la salute del feto durante un intervento chirurgico in utero è ora possibile grazie a un nuovo dispositivo flessibile e miniaturizzato, secondo uno studio pubblicato su Nature Biomedical Engineering. La ricerca, condotta negli Stati Uniti, introduce una sonda in grado di misurare in tempo reale più parametri vitali, durante interventi di chirurgia fetale minimamente invasiva, con l` obiettivo di aumentare la sicurezza e ridurre il rischio di complicanze intraoperatorie.

Tre volte un capello

Il dispositivo, sviluppato dai ricercatori della Northwestern University, ha una struttura morbida e filamentosa, con uno spessore pari a circa tre volte il diametro di un capello umano. Può essere inserito attraverso lo stesso accesso già utilizzato negli interventi fetoscopici, senza richiedere nuove incisioni né creare ulteriori rischi per il feto o la persona in gravidanza. Una volta all` interno dell` utero, la sonda mantiene un contatto stabile e delicato con il feto, consentendo di monitorare in modo continuo la frequenza cardiaca, la variabilità del battito, i livelli di ossigeno nel sangue e la temperatura corporea.

Gli studi

Negli studi condotti su un modello animale di grandi dimensioni, il sistema ha fornito misurazioni precise e di qualità clinica anche in presenza dei normali movimenti del feto e dell` utero durante l` intervento.  “Attualmente i medici dispongono solo di informazioni parziali sullo stato del feto durante la chirurgia” , ha spiegato John A. Rogers, che ha guidato lo sviluppo del dispositivo. “La nostra sonda flessibile entra da un accesso già utilizzato nelle procedure minimamente invasive e fornisce un monitoraggio continuo e completo senza aggiungere rischi” . 

La chirurgia fetale viene eseguita in casi selezionati per trattare condizioni congenite gravi prima della nascita, come la spina bifida, le ernie diaframmatiche severe, le ostruzioni delle vie urinarie o la sindrome da trasfusione feto-fetale. Negli ultimi anni, queste procedure si sono evolute verso approcci sempre meno invasivi, che riducono i rischi per la madre ma rendono più complesso il monitoraggio del feto.  “Quando operiamo un neonato dopo la nascita, monitoriamo costantemente numerosi parametri vitali. Per il feto, invece, le informazioni disponibili sono estremamente limitate” , ha osservato Aimen Shaaban, chirurgo fetale coinvolto nello studio. “La nostra capacità di monitoraggio non è cambiata da decenni. Questo dispositivo potrebbe colmare una lacuna critica” . 

Come funziona la sonda

La sonda integra più sensori miniaturizzati e trasmette i dati in modalità wireless a un monitor esterno, offrendo ai chirurghi una visione più completa e tempestiva delle condizioni del feto. In questo modo, eventuali segni di distress possono essere individuati precocemente, consentendo di modificare o sospendere la procedura prima che si verifichino complicazioni gravi. Secondo i ricercatori, il nuovo sistema potrebbe non solo migliorare la sicurezza degli interventi, ma anche offrire maggiore rassicurazione ai genitori durante procedure particolarmente complesse e delicate. La tecnologia rappresenta un passo avanti significativo nel campo della bioelettronica applicata alla medicina fetale e potrebbe aprire la strada a nuovi standard di monitoraggio intraoperatorio. 



Tue, 27 Jan 2026 02:58:00 GMT
Salute
I farmaci per la gotta riducono il rischio di infarto e ictus

AGI - I farmaci comunemente utilizzati per il trattamento della gotta, se assunti a dosaggi adeguati per ridurre l'acido urico nel sangue sotto i livelli raccomandati, possono abbassare in modo significativo il rischio di infarto e ictus. È quanto emerge da un nuovo studio guidato dall'University of Nottingham e pubblicato sulla rivista JAMA Internal Medicine.

La ricerca, coordinata dal professor Abhishek Abhishek, ha analizzato se il raggiungimento di un livello di uricemia inferiore a 360 micromol/L (6 mg/dL) attraverso farmaci ipouricemizzanti – principalmente allopurinolo – fosse associato a una riduzione degli eventi cardiovascolari maggiori nelle persone affette da gotta, una patologia infiammatoria cronica legata a un rischio cardiovascolare aumentato.

Metodologia dello studio

Lo studio ha utilizzato i dati dell'archivio britannico Clinical Practice Research Datalink Aurum, collegati a registri ospedalieri e di mortalità , coprendo il periodo dal 2007 al 2021. Sono stati inclusi quasi 110.000 pazienti adulti con diagnosi di gotta e livelli iniziali di uricemia superiori alla soglia raccomandata. I ricercatori hanno applicato un modello di "trial emulato", confrontando i pazienti che raggiungevano il target terapeutico entro 12 mesi dall'inizio del trattamento con quelli che non lo raggiungevano.

Risultati chiave e approccio "treat to target"

I risultati mostrano che i pazienti trattati secondo l'approccio "treat to target" presentavano una maggiore sopravvivenza a cinque anni e un rischio significativamente più basso di eventi cardiovascolari maggiori, inclusi infarto, ictus e morte per cause cardiovascolari. L'associazione era particolarmente marcata nei soggetti ad alto o altissimo rischio cardiovascolare. Una riduzione ancora più consistente del rischio è stata osservata nei pazienti che raggiungevano livelli di uricemia inferiori a 300 micromol/L (5 mg/dL).

Implicazioni cliniche e prevenzione

"Oltre a prevenire gli attacchi di gotta, questa strategia terapeutica offre un beneficio aggiuntivo riducendo il rischio di infarto e ictus", spiega Abhishek. "È la prima evidenza solida che dimostra come l'uso corretto dei farmaci per la gotta possa avere un impatto diretto sulla salute cardiovascolare". Secondo gli autori, i risultati rafforzano l'importanza di un trattamento personalizzato e mirato della gotta, non solo per il controllo dei sintomi articolari, ma anche come strategia di prevenzione cardiovascolare a lungo termine.



Tue, 27 Jan 2026 02:18:00 GMT
Salute
Dieta vegetale e EAT-Lancet: perchè ci guadagnano i reni

AGI - Seguire una dieta a base di alimenti di origine vegetale e limitare gli zuccheri e i grassi è associato a una probabilità inferiore di sperimentare la malattia renale cronica, o MRC. Lo dimostra uno studio, pubblicato sul Canadian Medical Association Journal, condotto dagli scienziati della Southern Medical University di Guangzhou e del Nanfang Hospital.

Il team, guidato da Xianhui Qin, ha valutato le informazioni relative a 179.508 partecipanti di età compresa tra 40 e 69 anni provenienti da Inghilterra, Scozia e Galles. In un follow-up mediano di 12 anni, 4.819 persone, pari al 2,7 per cento della coorte, ha sviluppato la MRC. Questa condizione colpisce il 10 per cento degli adulti a livello mondiale, e si prevede che diventerà la quinta causa di morte entro il 2040.

La dieta EAT-Lancet e la prevenzione della MRC

"Una maggiore aderenza alla dieta planetaria EAT-Lancet - afferma Qin - era significativamente associata a un rischio ridotto di incidenza di malattia renale cronica. L'associazione protettiva è risultata particolarmente evidente tra gli individui con scarsa esposizione a spazi verdi residenziali e specifiche varianti genetiche".

Caratteristiche e benefici della dieta planetaria

La dieta planetaria EAT-Lancet, spiegano gli esperti, è stata sviluppata per promuovere la salute umana e la sostenibilità ambientale. Questo regime alimentare si basa su un elevato apporto di frutta, verdura, legumi, poca carne e consumo limitato di zuccheri e grassi. "Sono stati proposti diversi modelli alimentari positivi per il pianeta e l'organismo - commenta Qin - e tutti sono basati sull'importanza di frutta, verdura, noci, e tutti promuovono un consumo ridotto di proteine di origine animale. La dieta EAT-Lancet è caratterizzata dalla specifica limitazione di zuccheri e grassi aggiunti, il che contribuisce a ridurre ulteriormente il rischio di problemi renali attraverso la modulazione dell'infiammazione e dei percorsi dello stress ossidativo".

Strategia efficace per la salute renale

"Questi risultati - conclude - sottolineano il potenziale della dieta EAT-Lancet come strategia alimentare efficace per la prevenzione della malattia renale cronica".



Mon, 26 Jan 2026 13:47:07 GMT
Salute, Komposer
Ridurre il sale fa bene al cuore

AGI - Limitare il consumo di sodio negli alimenti quotidiani potrebbe apportare notevoli benefici alla salute del cuore in tutte le popolazioni. A evidenziarlo è una coppia di studi, pubblicati sulla rivista Hypertension, condotti rispettivamente dagli scienziati dell'Agenzia Nazionale Francese di Sanità Pubblica di Saint-Maurice e dell'Università di Oxford.

Il team francese, guidato da Clé mence Grave, ha utilizzato dati nazionali e un modello matematico per stimare quanti casi di malattie cardio-cerebrovascolari (condizioni e patologie che colpiscono sia il cuore sia i vasi sanguigni del cervello), malattie renali e demenza potrebbero essere prevenuti se gli obiettivi di riduzione del sale fossero pienamente rispettati. I risultati mostrano che la diminuzione di sale nelle baguette e in altri tipi di pane potrebbero ridurre l'assunzione giornaliera di sale di 0,35 grammi a persona e ridurre i decessi a livello nazionale di oltre 1.000 unità . Il gruppo di ricerca inglese, guidato da Lauren Bandy, ha utilizzato dati di indagini nazionali per stimare la quantità di sale consumata dalle persone attraverso pasti precotti, confezionati e da asporto.

L'impatto della riduzione del sale: risultati chiave

Il lavoro dimostra che se si raggiungessero gli obiettivi di riduzione del sale, l'assunzione di sodio a livello nazionale potrebbe calare del 17,5 per cento, prevenendo potenzialmente circa 100 mila casi di cardiopatia ischemica e 25 mila ictus ischemici nell'arco di 20 anni. Entrambe le ricerche rafforzano l'importanza di sforzi coordinati tra decisori politici, industria alimentare e altri soggetti per rafforzare e far rispettare programmi di riduzione del sodio a livello globale, al fine di migliorare la salute a lungo termine. Il sodio, spiegano gli esperti, è un minerale presente nel sale, ed è associato a una serie di problematiche relative alla salute pubblica e ai costi sanitari. "L'approccio proposto - afferma Grave - è particolarmente efficace, perché non si basa sul cambiamento del comportamento individuale, ma crea un ambiente alimentare più sano".

Il caso della Francia: ridurre il sale nel pane

L'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda agli adulti di consumare meno di 2 grammi di sodio al giorno, tuttavia l'assunzione globale reale risulta molto più elevata. Il pane, in particolare la baguette, è un alimento culturalmente e nutrizionalmente centrale in Francia, ma può essere ricco di sale. Nel 2019, la Francia ha fissato un obiettivo nazionale di salute pubblica per ridurre il consumo di sale del 30 per cento. Stando a quanto emerge dall'indagine, mantenendo invariato il consumo di pane, una minore quantità di sale nelle baguette e nel pane ridurrebbe l'assunzione giornaliera di 0,35 g a persona, con conseguente abbassamento della pressione sanguigna in tutta la popolazione.

Nello specifico, l'analisi ha rivelato che i decessi potrebbero diminuire dello 0,18 per cento annuo, mentre i ricoveri ospedalieri per cardiopatia ischemica calerebbero dell'1,04 per cento. Il modello mostra benefici in tutte le fasce d'età maschile, mentre per le donne l'impatto maggiore era più evidente tra le pazienti di età compresa tra 55 e 64 anni. "Riformulare i prodotti alimentari - afferma Grave - può avere un impatto significativo sulla salute pubblica, anche se si tratta di piccole modifiche impercettibili. Nei prossimi step sarà importante considerare modelli per proiezioni su un periodo più lungo".

La situazione nel Regno Unito: pasti precotti e asporto

Per lo studio inglese, i ricercatori hanno esaminato 84 categorie di prodotti alimentari di largo consumo, tra cui pane, formaggi, carni e snack, più 24 tipologie di opzioni da asporto, come hamburger e pizza. La modellazione ha anche analizzato come questi cambiamenti potrebbero influire su malattie cardiache, ictus, qualità della vita e costi sanitari. I risultati suggeriscono che il pieno raggiungimento degli obiettivi di riduzione del sodio ridurrebbe l'assunzione media di sale da circa 6,1 a 4,9 grammi al giorno, che si traduce in una media stimata del 17,5% in meno al giorno a persona.

Secondo la modellazione, in un periodo di 20 anni nel Regno Unito si potrebbero prevenire circa 103 mila casi di cardiopatia ischemica e circa 25 mila ictus. "Siamo consapevoli - sostiene Bandy - che l'industria alimentare ha ancora molti progressi da fare in termini di riduzione del sale, per cui c'è un ampio margine di miglioramento".

Benefici a livello di popolazione

"Entrambi gli studi - dichiara Daniel Jones, presidente delle linee guida 2025 dell'American Heart Association - dimostrano il potenziale beneficio nel ridurre il rischio di malattie cardiache e ictus riducendo il consumo di sodio. Sebbene la riduzione del sodio apporti piccoli miglioramenti alla pressione sanguigna a livello individuale, quest



Thu, 22 Jan 2026 11:42:43 GMT
Salute, Komposer
Come la chemioterapia riprogramma il microbiota e riduce le metastasi

AGI - La chemioterapia non si limita a distruggere le cellule tumorali, ma riprogramma il microbiota intestinale e il sistema immunitario, contribuendo a ostacolare la diffusione metastatica. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Nature Communications da un team guidato da Tatiana Petrova dell'Università di Losanna, con Ludivine Bersier come prima autrice. I ricercatori hanno dimostrato che il danno indotto dalla chemioterapia alla mucosa intestinale altera la disponibilità di nutrienti per i batteri, costringendo il microbiota ad adattarsi e aumentando la produzione di acido indolo-3-propionico (IPA), un metabolita derivato dal triptofano.

L'IPA non agisce localmente, ma funziona come un segnale sistemico che dall'intestino raggiunge il midollo osseo, dove riprogramma la mielopoiesi riducendo la produzione di monociti immunosoppressori, cellule che favoriscono l'evasione immunitaria e la crescita delle metastasi. "Siamo rimasti sorpresi da come un effetto collaterale spesso considerato un danno collaterale della chemioterapia possa innescare una risposta sistemica così organizzata", spiega Bersier, sottolineando che il rimodellamento del microbiota avvia una cascata di eventi che rende l'organismo meno permissivo alla diffusione tumorale. Nei modelli preclinici, questa riconfigurazione immunitaria aumenta l'attività delle cellule T e modifica le interazioni immunitarie nei siti metastatici, in particolare nel fegato, inducendo uno stato refrattario alle metastasi.

L'asse intestino-midollo osseo e la migliore sopravvivenza

I risultati trovano riscontro anche nei pazienti: in collaborazione con l'Ospedale Universitario di Ginevra, i ricercatori hanno osservato che nei pazienti con tumore del colon-retto livelli più elevati di IPA dopo la chemioterapia sono associati a una riduzione dei monociti circolanti e a una migliore sopravvivenza. Secondo Petrova, "questo lavoro dimostra che gli effetti della chemioterapia si estendono ben oltre il tumore stesso", rivelando un asse funzionale intestino-midollo osseo-metastasi che potrebbe essere sfruttato per sviluppare strategie adiuvanti basate sui metaboliti del microbiota. Lo studio suggerisce inoltre che la chemioterapia possa indurre una sorta di "memoria" biologica capace di limitare a lungo termine la progressione metastatica, aprendo nuove strade per potenziare l'efficacia delle terapie oncologiche.



Wed, 21 Jan 2026 12:04:32 GMT
Salute, Komposer
Dall` infanzia alla mezza età : la dieta giusta per ogni età

AGI - Mangiare bene è importante a ogni età , ma ciò che mettiamo nel piatto non ha lo stesso impatto durante l` infanzia, l` adolescenza o la mezza età . Secondo esperti citati dalla Bbc, alcune scelte alimentari possono influenzare in modo decisivo lo sviluppo, la salute mentale e persino il rischio di malattie croniche molti anni dopo.

Perché l` alimentazione cambia con l` età

È ormai assodato che seguire una dieta equilibrata sia una delle azioni più efficaci per tutelare la salute. Alcuni principi valgono sempre – come limitare snack e zuccheri – ma altri dipendono fortemente dalla fase della vita.

Un` alimentazione ricca di grassi, ad esempio, è fondamentale per neonati e bambini piccoli, ma non sarebbe considerata altrettanto salutare per un adulto tra i 20 e i 30 anni. I bisogni nutrizionali cambiano perché cambiano metabolismo e stile di vita.

Infanzia: il cibo costruisce corpo e cervello

Secondo Federica Amati, nutrizionista presso l` Imperial College di Londra, i bambini hanno un fabbisogno energetico elevato e necessitano di alimenti ad alta densità nutrizionale. "Durante l` infanzia, il cibo contribuisce letteralmente a costruire il corpo e il cervello", spiega Amati. Oltre a calorie di qualità , sono fondamentali ferro, iodio, vitamine e micronutrienti per sostenere sistema immunitario, sviluppo cerebrale e crescita muscolare.

La dieta ideale prevede quindi abbondanza di frutta e verdura, cereali integrali, legumi, grassi buoni (come noci e semi) e un consumo minimo di alimenti ultra-processati.

Calcio e vitamina D: una finestra cruciale

Dal concepimento ai primi anni di scuola, i bambini accumulano gran parte della futura massa ossea. "È per questo che calcio e vitamina D sono nutrienti prioritari", sottolinea Amati. Un adeguato apporto riduce il rischio di osteoporosi e fratture in età adulta.

In pratica, questo significa consumare regolarmente latte, yogurt, formaggi, tofu o bevande vegetali arricchite, oltre a garantire una corretta esposizione al sole e includere alimenti come pesce e uova.

Le evidenze scientifiche sono solide: uno studio del 2023 ha mostrato che i bambini che seguivano almeno tre raccomandazioni della Guida Eatwell del Regno Unito a sette anni presentavano, a 24 anni, un rischio cardiovascolare più basso rispetto ai coetanei con una dieta meno equilibrata.

Adolescenza e vent` anni: salute futura e mente

Anche l` adolescenza e la prima età adulta rappresentano una fase decisiva. "È un` altra grande finestra di opportunità per l` alimentazione", afferma Amati. In questo periodo si completano lo sviluppo di ossa e muscoli e si gettano le basi per la salute cardiovascolare e cerebrale.

Durante l` adolescenza aumentano i fabbisogni di calcio, vitamina D, ferro (soprattutto per chi ha le mestruazioni), proteine e vitamine del gruppo B. La dieta consigliata resta prevalentemente vegetale, con frutta, verdura, cereali integrali, legumi, noci e semi, e una quota adeguata di proteine a ogni pasto, anche di origine vegetale.

Dieta e salute mentale: un legame sempre più chiaro

Le scelte alimentari non incidono solo sul corpo. "Emergono sempre più prove che le abitudini alimentari nell` adolescenza influenzino anche la salute mentale", spiega Amati.

Le diete ricche di cibi ultra-processati e povere di alimenti vegetali sono associate a tassi più elevati di ansia e depressione, mentre modelli alimentari di tipo mediterraneo sembrano avere un effetto protettivo. La dieta mediterranea privilegia verdure, legumi, noci e olio d` oliva, con un consumo moderato di pesce, latticini e pollame.

Fertilità e alimentazione tra i 20 e i 40 anni

Questo modello alimentare può essere utile anche per chi desidera formare una famiglia. Studi citati dalla Bbc indicano che la dieta mediterranea è associata a una migliore fertilità , mentre una dieta occidentale – ricca di grassi saturi, carne e carboidrati raffinati – è collegata all` infertilità sia maschile che femminile.

Per le donne, un apporto adeguato di folati può favorire la fertilità . Le principali fonti includono verdure a foglia verde scuro, germogli, broccoli e ceci.

Mezza età : cuore, ossa e muscoli al centro

Secondo Elizabeth Williams, professoressa di nutrizione umana all` Università di Sheffield, la mezza età è il momento giusto per ottimizzare la dieta in funzione dell` invecchiamento.

Questo è particolarmente rilevante per le donne, che affrontano una perdita accelerata di densità ossea, massa muscolare e un aumento del rischio di osteoporosi, obesità , diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari legati alla menopausa.

"Avvicinandosi ai 40 e 50 anni, emergono due grandi priorità nutrizionali: la salute del cuore e quella di ossa e muscoli", riassume Amati.

Mangiare bene per invecchiare meglio

Una dieta sana può fare la differenza. Un ampio studio su oltre 100.000 adulti statunitensi sopra i 39 anni ha mostrato che un` alimentazione ricca di frutta, verdura, cereali integrali, grassi insaturi, legumi, noci e latticini a basso contenuto di grassi è fortemente associata a un invecchiamento sano.

Per i ricercatori, “invecchiare bene” significa arrivare almeno a 70 anni senza malattie croniche, mantenendo buone funzioni fisiche, cognitive e una buona salute mentale.



Tue, 20 Jan 2026 12:36:16 GMT
Salute, Komposer
Quanto spesso si può mangiare il prosciutto cotto?

AGI – L` affettato magro per un pasto leggero, l` alimento jolly di ogni dieta, l` evergreen di ogni piano alimentare dei bambini è cancerogeno. La condanna era già annunciata da 10 anni, ma il 18 gennaio è arrivata sentenza: l` Oms ha ufficialmente inserito il prosciutto cotto (e le altre carni lavorate) nel gruppo 1 degli agenti cancerogeni.

Una validazione che associa il consumo regolare di questi prodotti a un maggiore rischio di insorgenza del tumore del colon-retto.

E il problema non è l` abbuffata: studi epidemiologici indicano che una porzione quotidiana di circa 50 grammi di carne trasformata può aumentare il rischio relativo di circa il 18%.

Perché è dannoso

La colpa è del processo di lavorazione: il prosciutto cotto è sottoposto a salagione a cui si aggiungono conservanti come nitriti e nitrati. Sostanze fondamentali per la sicurezza igienica, ma potenzialmente dannosi. A questo si aggiunge l` elevato apporto di sodio e grassi saturi, che contribuiscono a sviluppare ipertensione e colesterolo alto.

E` necessario eliminarlo dalla tavola? Quanto mangiarne?

Secondo l` Associazione europea consumatori indipendenti, non esiste una soglia “a rischio zero” .
Tuttavia, le linee guida nutrizionali concordano che la strada migliore è limitare l` assunzione di carni lavorate e non farne un alimento quotidiano. In base agli studi, fino a una porzione da 50 g (2–3 fette sottili) una o due volte a settimana mantiene il rischio più contenuto. In generale ecco alcune regole di buonsenso da tenere a mente:

  • non superare 1–2 porzioni a settimana,
  • alterna con proteine fresche,
  • preferisci prodotti “alta qualità ” quando lo consumi,
  • controlla il sale nel resto della giornata.

Le alternative

Se invece si vuol essere davvero al sicuro ecco alcune alternative sane al prosciutto cotto

Tacchino arrosto fatto in casa

È probabilmente l` alternativa più simile in termini di uso quotidiano

Perché è meglio:

  • carne fresca, non lavorata;
  • senza nitriti né conservanti;
  • puoi controllare sale e aromi.

Pollo grigliato o arrostito

Preparato in anticipo, si conserva bene per 2–3 giorni ed è perfetto per panini, piadine e insalate proteiche.

Benefici:

  • fonte magra di proteine;
  • niente additivi;
  • saziano di più dei salumi


Tue, 20 Jan 2026 02:44:00 GMT
Salute
Il grasso 'beige' protegge i vasi sanguigni e la pressione

AGI - Un particolare tipo di tessuto adiposo, noto come grasso 'beige', svolge un ruolo attivo nel mantenere la funzionalità dei vasi sanguigni e nel controllare la pressione arteriosa, anche in condizioni di obesità .

È quanto emerge da uno studio condotto su modelli animali da Masha Koenen e colleghi della Rockefeller University e pubblicato sulla rivista Science.

Ipertensione e tipologie di grasso

L'ipertensione è una delle principali cause di infarto e ictus e rappresenta un fattore di rischio chiave per la mortalità precoce. Sebbene il tessuto adiposo sia da tempo considerato un elemento centrale nella regolazione della pressione sanguigna, crescenti evidenze indicano che non conta solo la quantità di grasso, ma soprattutto la sua tipologia. L'eccesso di grasso bianco è associato a valori pressori più elevati, mentre il grasso bruno e quello beige, noti per la loro funzione termogenica, risultano correlati a un minor rischio di ipertensione. In particolare, il grasso beige perivascolare (perivascular adipose tissue, PVAT), che circonda i vasi sanguigni, presenta caratteristiche intermedie tra grasso bianco e bruno.

Il ruolo cruciale del PVAT beige e PRDM16

Tuttavia, fino a oggi, non era chiaro quale fosse il suo ruolo specifico nel legame tra biologia del tessuto adiposo e regolazione della pressione. Utilizzando topi geneticamente modificati privi di tessuto adiposo beige funzionale, i ricercatori hanno dimostrato che il PVAT beige è essenziale per la salute vascolare. Nei topi privi della proteina PRDM16, un regolatore chiave del processo di 'beiging' del grasso, sono stati osservati un marcato rimodellamento del tessuto adiposo perivascolare, un aumento della vasocostrizione, fibrosi vascolare e un innalzamento della pressione arteriosa, anche in assenza di obesità .

Meccanismo molecolare e riscontro umano

Lo studio mostra inoltre che la perdita di PRDM16 riduce i livelli circolanti dell'enzima QSOX1. L'eliminazione di Qsox1 nei topi carenti di Prdm16 ha però prevenuto la fibrosi vascolare, normalizzato la funzione dei vasi e ridotto la pressione sanguigna, indicando un meccanismo molecolare diretto alla base di questi effetti. I risultati sperimentali trovano riscontro anche nei dati umani. In una meta-analisi di studi di associazione genome-wide basata su tre biobanche, gli autori hanno osservato che varianti del gene PRDM16 sono associate a valori più elevati di pressione arteriosa.

Implicazioni cliniche future

Secondo Mandy Grootaert e Aernout Luttun, che commentano i risultati in una Perspective collegata, "i dati suggeriscono che l'attivazione del tessuto adiposo bruno, attraverso il potenziamento o la stabilizzazione dell'espressione di PRDM16, potrebbe avere benefici cardiovascolari". Tuttavia, sottolineano gli autori, "saranno necessari studi clinici ben controllati per stabilire se stimolare il beiging del tessuto adiposo possa ridurre effettivamente la frequenza di eventi cardiovascolari avversi nei pazienti". Nel complesso, lo studio rafforza l'idea che il tessuto adiposo non sia un semplice deposito energetico, ma un attore biologico attivo, capace di influenzare in modo diretto la salute cardiovascolare.



Mon, 19 Jan 2026 02:45:00 GMT
Salute
Paracetamolo in gravidanza, nessun rischio di autismo o di ADHD

AGI - L` assunzione di paracetamolo durante la gravidanza non è associata a un rischio più elevato di autismo, disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) o disabilità intellettiva nella prole. A confermarlo è uno studio, pubblicato sulla rivista The Lancet Obstetrics, Gynaecology, & Women` s Health, condotto dagli scienziati dell` Università di Chieti, dell` Università di Ferrara, dell` Università di Liverpool e dell` Università di Oslo.

Il team, guidato da Francesco D` Antonio e Maria Elena Flacco, ha esaminato 43 lavori precedenti, e gli autori hanno considerato solo analisi più ampie e metodologicamente più rigorose. Nel settembre 2025, spiegano gli esperti, l` amministrazione statunitense ha dichiarato che l` assunzione di paracetamolo durante la gravidanza potrebbe aumentare il rischio di disturbi dello sviluppo cognitivo nei bambini.

Contesto e nuova revisione sistematica

Precedenti meta-analisi avevano evidenziato leggere associazioni tra i due fattori, ma spesso queste indagini si basavano su studi soggetti a bias. La nuova revisione sistematica dimostra che il paracetamolo assunto durante la gestazione non è correlato ad autismo, ADHD o disabilità intellettiva.

Metodologia e valutazione della qualità

Gli autori hanno considerato le principali banche dati mediche come MEDLINE, Embase e Cochrane Library, esaminando pubblicazioni uscite fino a settembre 2025. La qualità dei lavori è stata valutata utilizzando lo strumento QUIPS (Quality In Prognosis Studies).

Fattori confondenti e sicurezza

I ricercatori sottolineano che le associazioni precedentemente segnalate tra paracetamolo durante la gravidanza e autismo, ADHD o disabilità intellettive potrebbero essere dovute ad altri fattori materni, come dolore latente, disagio, febbre o predisposizione genetica, piuttosto che a un effetto diretto del paracetamolo. “Questo lavoro – scrivono gli scienziati – supporta la sicurezza del paracetamolo, se utilizzato in modo appropriato durante la gravidanza, e rafforzano le indicazioni degli enti regolatori e professionali” .

Ricerca futura

La ricerca futura, commentano gli autori, dovrebbe concentrarsi sul miglioramento della misurazione relativa all` esposizione al paracetamolo, sulla standardizzazione delle definizioni degli esiti e sull` integrazione di disegni di studio meccanicistici e basati sulla famiglia per chiarire eventuali incertezze residue.



Fri, 16 Jan 2026 14:43:03 GMT
Salute, Komposer
E' a 40 anni il picco del desiderio sessuale maschile

AGI - Il picco del desiderio sessuale maschile si raggiunge intorno ai 40 anni d'età . È quanto emerge da una nuova ricerca dell'Università di Tartu, in Estonia, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports.

Secondo lo studio, che ha coinvolto oltre 67mila adulti di età compresa tra 20 e 84 anni, la libido maschile aumenta intorno ai 20 anni e raggiunge il picco all'inizio dei 40. Dopo si assisterebbe a un graduale ma costante declino.

Fattori che influenzano il desiderio sessuale

Il declino, tuttavia, non è drastico: gli esperti sottolineano che fattori come lo stile di vita, lo stress, la dieta e l'attività fisica giocano un ruolo cruciale nel mantenere alto il desiderio anche nelle decadi successive.

Salute vascolare e benessere mentale

Gli autori della ricerca spiegano che "L'età è solo un indicatore biologico", ma la salute vascolare e il benessere mentale restano i veri motori della funzione sessuale a lungo termine.

Discrepanza tra picco maschile e femminile

Lo studio evidenzia inoltre una discrepanza con il picco femminile, che solitamente viene collocato tra i 20 e i 30 anni, suggerendo nuove riflessioni sulle dinamiche di coppia e sulla biologia evolutiva.



Fri, 16 Jan 2026 02:30:00 GMT
Salute
Perchè il succinato aiuta a prevenire il diabete e i disturbi dell'umore

AGI - Un team di scienziati ha scoperto che il succinato, un composto chiave del metabolismo energetico, può mediare gli effetti benefici del digiuno intermittente sul metabolismo, e soprattutto sul comportamento e sull'infiammazione cerebrale nelle persone obese. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Acta Physiologica ed è frutto di una collaborazione internazionale tra Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa, Università di Pisa, Scuola Normale Superiore e University of California Irvine.

"Grazie a questo studio, potremmo sviluppare approcci nutrizionali o farmacologici mirati a modulare il succinato per prevenire non solo il diabete e altre malattie cardiometaboliche, ma anche i disturbi dell'umore e il declino cognitivo associati all'obesità , offrendo una protezione neurobiologica superiore a quella della semplice restrizione calorica" dichiara Paola Tognini, ricercatrice presso il Centro Health Science della Scuola Sant'Anna e coordinatrice dello studio.

L'obesità e il rischio cerebrale

L'obesità è un fattore di rischio noto per malattie cardiometaboliche, tra cui il diabete di tipo 2 e l'ipertensione. Tuttavia, l'obesità non pesa solo sulla bilancia: colpisce il cervello, aumentando il rischio di disturbi cognitivi, malattie neurodegenerative e neuropsichiatriche. Il digiuno intermittente ha mostrato effetti positivi, ma i meccanismi con cui la dieta influenza la salute cerebrale sono rimasti a lungo oscuri.

I risultati del modello sperimentale

Il team di ricerca ha utilizzato un modello sperimentale di obesità indotta da dieta ad alto contenuto di grassi, confrontandolo con una dieta bilanciata assunta giornalmente e con gli effetti del digiuno intermittente, un particolare regime dietetico che intervalla il consumo della dieta bilanciata a periodi di digiuno di 24 ore. I risultati principali hanno dimostrato che il passaggio da una dieta ricca di grassi a una dieta bilanciata o al digiuno intermittente riduce peso corporeo e massa grassa e migliora la tolleranza al glucosio. Tuttavia, solo il digiuno a intermittenza migliora significativamente il comportamento esplorativo e diminuisce i livelli di ansia, effetti associati a ridotta infiammazione nel cervello.

Il succinato: la molecola chiave

"Grazie a tecniche avanzate di metabolomica, siamo riusciti a individuare il succinato come una molecola chiave che mette in comunicazione il metabolismo del corpo con il cervello", spiega Amalia Gastaldelli, dirigente di ricerca dell'Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa, responsabile del gruppo di ricerca sulle Malattie Metaboliche e di analisi Multi-Omiche, che insieme a Paola Tognini ha ideato lo studio.

L'analisi dei metaboliti nei diversi tessuti e nel circolo sanguigno ha infatti rivelato una firma metabolica specifica del digiuno a intermittenza caratterizzata da una riduzione del metabolita succinato nel plasma e da un suo aumento nel fegato e nel tessuto adiposo bruno. "Sorprendentemente, somministrare succinato da solo riproduce gran parte degli effetti del digiuno a intermittenza, soprattutto a livello di cambio di comportamento e diminuzione di ansia; come se la molecola fosse il 'segreto' del digiuno intermittente" spiega Andrea Tognozzi, studente del corso di dottorato in Scienze cliniche e traslazionali dell'Università di Pisa, collaboratore del Laboratorio di Biologia (Bio@SNS) della Scuola Normale Superiore e primo autore dello studio.

Questi risultati suggeriscono che la modulazione del succinato, in particolare il suo incremento nel fegato e nel tessuto adiposo bruno, e la riduzione nel circolo sanguigno, rappresenti un nuovo correlato biochimico dei benefici del digiuno intermittente su metabolismo, comportamento e infiammazione cerebrale.



Thu, 15 Jan 2026 04:18:00 GMT
Salute
Individuate le cause all'origine della sclerosi multipla

AGI - All'origine della sclerosi multipla non c'è una singola causa, ma dall'interazione precisa tra un'infezione virale molto diffusa e una predisposizione genetica specifica. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Cell, che chiarisce per la prima volta il meccanismo molecolare attraverso cui il virus di Epstein-Barr e una variante genetica associata alla malattia cooperano per innescare la risposta autoimmune alla base della patologia.

La ricerca, condotta da un team dell'Università di Zurigo guidato da Roland Martin, mostra come l'infezione da Epstein-Barr virus (EBV) – presente in quasi tutta la popolazione – diventi un fattore scatenante della sclerosi multipla solo in presenza dell'aplotipo genetico HLA-DR15, uno dei principali fattori di rischio noti per la malattia.  

Il meccanismo molecolare: EBV e HLA-DR15

Gli scienziati hanno osservato che EBV altera l'attività genetica delle cellule B infettate, inducendole a produrre una proteina della mielina, il rivestimento protettivo delle fibre nervose. Frammenti di questa proteina vengono poi esposti sulla superficie delle cellule insieme alla molecola HLA-DR15 e riconosciuti dai linfociti T. In questo modo, un meccanismo nato per controllare l'infezione virale finisce per attivare una risposta immunitaria contro strutture proprie del sistema nervoso.

Sintomi e conseguenze dell'attacco alla mielina

Il risultato è un attacco progressivo alla mielina nel cervello e nel midollo spinale, che compromette la trasmissione dei segnali nervosi e porta ai sintomi tipici della sclerosi multipla, come disturbi motori, problemi visivi e affaticamento.

Prevenzione e nuove strategie terapeutiche

Lo studio spiega così perché l'infezione da EBV, pur essendo quasi universale, porta alla malattia solo in una minoranza di persone geneticamente predisposte. Secondo gli autori, la scoperta rafforza l'ipotesi che prevenire o modulare l'infezione da Epstein-Barr possa avere un ruolo chiave nella prevenzione della sclerosi multipla e apre la strada a nuove strategie terapeutiche mirate ai meccanismi immunitari identificati.



Thu, 15 Jan 2026 02:15:00 GMT
Salute
Il vaccino contro l'Hpv evita 3mila morti l'anno, ma in pochi lo scelgono

AGI - Il vaccino per l'Hpv, il Papilloma virus responsabile del cancro del collo dell'utero, potrebbe prevenire quasi tremila morti l'anno in Italia dovuti ai tumori correlati all'infezione. Tuttavia, nel nostro Paese, sette genitori su dieci credono che questa forma di prevenzione non sia utile, e per otto su dieci l'Hpv non è una malattia grave.

Il risultato di questa scarsa consapevolezza è che in Italia la copertura vaccinale è ancora molto bassa, con appena metà della popolazione target, ragazze e ragazzi sotto i 12 anni, che è effettivamente protetta. Questi numeri sono stati presentati durante il convegno "Promuovere la Salute, Educare alla Prevenzione: il Ruolo Condiviso contro l'Hpv" tenutosi presso la sede dell'Iss.

Disuguaglianze regionali

"Siamo purtroppo ancora lontani dall'obiettivo di vaccinare il 95% dei ragazzi e delle ragazze di 11-12 anni entro il 2030 - sottolinea il presidente dell'Iss, Rocco Bellantone in apertura dell'evento -, e restano ampie differenze nella copertura vaccinale tra una regione e l'altra. Diseguaglianze culturali e territoriali non possono né devono impedire l'accesso a questo strumento così importante.

Pediatri, medici di famiglia, genitori, insegnanti, ginecologi, devono promuovere la vaccinazione perché la prevenzione è un diritto di tutti. È necessario spiegare ai ragazzi che vaccinandosi, proteggono innanzitutto se stessi e che, riducendo la circolazione delle infezioni, proteggono anche gli altri. A loro, e alle loro famiglie, chiediamo di compiere questo atto di responsabilità , che diventa anche, poi, sempre, un atto d'amore".

La scarsa fiducia dei genitori 

A indagare sull'atteggiamento dei genitori è stato il progetto europeo Perch, appena concluso, di cui l'Iss è stato capofila italiano. Alla scarsa fiducia nell'efficacia del vaccino Hpv si aggiungono dubbi sulla sicurezza, con il 40% dei genitori intervistati che dichiara di aver paura degli effetti avversi. A questo si aggiunge inoltre una difficoltà nel raggiungere i centri vaccinali, percepita dal 70% degli intervistati, e anche il fatto che 6 su 10 non sanno che il vaccino è gratuito.

Il risultato è che, come dimostrano i dati del ministero della Salute, in Italia nessuna regione ha raggiunto il 95% delle coperture, che variano da un massimo del 77% raggiunto dalla Lombardia al 23% della Sicilia. "I motivi della bassa diffusione della vaccinazione - spiega Raffaella Bucciardini, responsabile scientifica del progetto Perch - sono legati soprattutto a una consapevolezza non sempre completa sulla pericolosità del virus e sul suo legame con lo sviluppo di tumori che causano migliaia di morti. A questo si aggiungono timori legati alla sicurezza del vaccino e ai possibili effetti collaterali. La fiducia nella sua efficacia è invece generalmente buona. Il lavoro è quindi, innanzitutto, quello di capovolgere queste percezioni attraverso un'informazione corretta e basata su evidenze".

L'efficacia della vaccinazione a scuola

I risultati dell'indagine sono stati riassunti anche in un video, presentato durante l'evento, che cerca di dare risposta alle principali perplessità . Per il filmato sono stati intervistati anche alcuni studenti di una scuola media di Roma, che hanno di fatto confermato le principali criticità nell'informazione.

Un modo efficace per aumentare le coperture vaccinali è portare la vaccinazione direttamente a scuola, come ha dimostrato un'esperienza pilota condotta sempre nell'ambito di Perch dalla Asl di Taranto sotto la supervisione del dipartimento di Prevenzione della Regione Puglia. Il vaccino Hpv è stato somministrato in 29 scuole, e la copertura del ciclo completo negli 11 e 12enni è salita per le ragazze da una media regionale del 57% al 73%, mentre per i maschi, sempre per il ciclo completo, dal 45% al 67,4%.



Wed, 14 Jan 2026 02:20:00 GMT
Salute
Il cancro al seno lascia "tracce" nel Dna anni prima del tumore

AGI - Nelle donne portatrici di mutazioni BRCA1 e BRCA2 il cancro al seno comincia molto prima della comparsa del tumore, con specifiche rotture del DNA che colpiscono geni chiave della trasformazione tumorale. Lo dimostra uno studio della Hebrew University of Jerusalem pubblicato sulla rivista Cell Death & Disease, che identifica i primi eventi molecolari alla base dell'oncogenesi mammaria.

La ricerca ha analizzato cellule epiteliali mammarie sane, ma ad alto rischio, provenienti da donne con mutazioni BRCA, tracciando per la prima volta una mappa completa delle rotture a doppio filamento del DNA (DSB) prima che si sviluppi qualsiasi lesione tumorale. Queste rotture rappresentano una delle forme più pericolose di danno genetico e sono normalmente riparate attraverso meccanismi compromessi nelle portatrici BRCA.

La firma molecolare: rotture del DNA nelle cellule BRCA-mutanti

I risultati mostrano che il profilo delle rotture del DNA nelle cellule BRCA-mutanti è profondamente diverso da quello delle cellule sane e, in modo sorprendente, molto simile a quello osservato nei tumori mammari conclamati. Le "zone fragili" si concentrano in geni oncogeni e oncosoppressori noti, che risultano anche più attivi dal punto di vista trascrizionale, rendendoli al tempo stesso funzionali e vulnerabili.

Molti dei geni che presentano un'elevata frequenza di rotture precoci sono gli stessi che, negli stadi successivi, risultano mutati nei tumori al seno. Questo crea un collegamento diretto tra i difetti iniziali di riparazione del DNA e le mutazioni che guidano la progressione del cancro, rafforzando il ruolo centrale della perdita della ricombinazione omologa mediata da BRCA.

Implicazioni per la diagnosi precoce e la prevenzione

"Abbiamo identificato una vera e propria firma molecolare che precede di anni lo sviluppo del tumore", spiega Rami Aqeilan, coordinatore dello studio. "Comprendere questi eventi iniziali ci permette di immaginare nuove strategie per individuare il cancro nelle sue fasi più precoci, quando è più curabile".

Secondo gli autori, la possibilità di individuare regioni genomiche sistematicamente danneggiate prima dell'insorgenza del tumore apre la strada a nuovi biomarcatori di rischio e a interventi preventivi mirati, offrendo alle donne ad alto rischio alternative più personalizzate rispetto alla sola sorveglianza intensiva o alla chirurgia preventiva.