Sat, 25 Apr 2026 02:08:00 GMT
Salute
L'IA impara a prevedere il rischio di cancro dalle cellule del seno

AGI - Si chiama MechanoAge, ed è un sistema di IA (intelligenza artificiale) che permette di prevedere il rischio di sviluppare un cancro al seno attraverso l` analisi delle cellule. A svilupparlo gli scienziati del City of Hope e dell` Università della California a Berkeley, che hanno pubblicato un articolo sulla rivista eBioMedicine di Lancet per rendere noti i risultati del proprio lavoro.

Il team, guidato da Mark LaBarge e Lydia Sohn, ha addestrato un sistema di intelligenza artificiale attraverso una piattaforma microfluidica in grado di valutare il rischio di cancro al seno nelle donne a livello cellulare. La tecnologia comprime le singole cellule epiteliali del seno, creando un ambiente stressante per misurare come si deformano, si riprendono e si comportano sotto pressione. Oltre il 90 per cento delle donne non presenta una predisposizione genetica nota né una storia familiare di cancro al seno. Questo approccio potrebbe pertanto colmare una lacuna fondamentale nella valutazione del rischio. “Traducendo i cambiamenti fisici nelle cellule in dati quantificabili – afferma LaBarge – questo strumento offre alle donne qualcosa di tangibile da discutere con i propri medici” .

Sviluppo dell` algoritmo

Il gruppo di ricerca ha sviluppato un algoritmo di apprendimento automatico che identifica e misura le cellule che mostrano segni di invecchiamento accelerato, quantificando un punteggio individuale di rischio di cancro al seno. La piattaforma utilizza componenti elettronici semplici, facili ed economici da replicare su larga scala. MechanoAge ha rivelato che le cellule del seno sono associate a un` età distinta dall` età cronologica.

Misurazione elettrica delle cellule

“In questo tipo di rilevamento – continua Sohn – una corrente elettrica viene misurata attraverso un canale riempito di liquido, in modo molto simile a come si misura la corrente attraverso un filo. Quando le cellule attraversano il canale, interrompono la corrente, generando misurazioni sulle dimensioni e sulla forma delle cellule stesse” .

Compressione e recupero cellulare

Restringendo notevolmente alcune parti del canale, i ricercatori comprimono le cellule e misurano il tempo impiegato da ciascuna cellula per riacquistare la sua forma normale. Gli algoritmi di apprendimento automatico sono utilizzati per rilevare le differenze tra le cellule delle pazienti in base alla loro età .

Differenze legate all` età

Le proprietà fisiche delle cellule del seno, ribadiscono gli autori, cambiavano con l` età : le cellule delle donne più anziane risultavano più rigide e impiegavano più tempo a tornare alla loro forma originale.

Mutazioni genetiche e rischio

Successivamente, gli studiosi hanno scoperto che un sottogruppo di donne più giovani presentava cellule che si comportavano come se provenissero da donne più anziane. Tali pazienti, commentano gli scienziati, erano associate a mutazioni genetiche che le esponevano ad alto rischio di cancro al seno.

Validazione del modello

Sulla base di queste informazioni, gli autori hanno perfezionato l` algoritmo, che è stato utilizzato per confrontare le cellule di un altro campione di partecipanti. “Grazie alla precisione dei nostri dati – conclude Sohn – siamo stati in grado di individuare quali donne presentavano un alto rischio di cancro al seno e quali, al contrario, non sembravano esserlo” .



Fri, 24 Apr 2026 10:04:54 GMT
Salute, Komposer
Anca, scoperti i geni chiave della displasia e dell'artrosi

AGI - Gli studiosi hanno identificato le varianti genetiche comuni tra displasia evolutiva dell` anca e artrosi dell` anca, aprendo la strada a terapie mirate per entrambe le condizioni. Lo dimostra una ricerca guidata da Ryosuke Yamaguchi della Kyushu University e Chikashi Terao del RIKEN Center for Integrative Medical Sciences, pubblicata sulla rivista Bone Research. L` analisi, la più ampia del suo genere, evidenzia come specifici loci genetici condivisi possano contribuire allo sviluppo e alla progressione delle due patologie.

Cos'è la displasia evolutiva dell` anca (DDH)

È un` anomalia dell` articolazione che può manifestarsi già nelle prime settimane di vita e che aumenta significativamente il rischio di sviluppare artrosi a causa dell` usura anomala dell` articolazione. Il ruolo della genetica è rilevante: chi ha un familiare affetto presenta un rischio fino a 12 volte maggiore. Per chiarire i meccanismi alla base della malattia, i ricercatori hanno condotto uno studio di associazione genome-wide (GWAS) su scala multinazionale, analizzando campioni provenienti da Giappone e Regno Unito e integrandoli con una meta-analisi su circa 350.000 campioni europei.

Questo approccio ha consentito di identificare varianti genetiche condivise tra displasia e artrosi, ma assenti nei soggetti sani. In particolare, sono stati individuati tre loci genetici comuni alle due condizioni: COL11A2, coinvolto nella produzione di collagene; CALN1, che codifica una proteina legante il calcio; e TRPM7, che regola i livelli di magnesio e calcio influenzando la rigenerazione ossea. “In totale sono stati identificati nove loci associati alla displasia e ai suoi sottotipi, con segnali genetici distinti tra displasia senza lussazione e con lussazione” , spiega Yamaguchi, sottolineando come esistano differenze genetiche tra le varianti della patologia.

Ulteriori analisi hanno evidenziato il coinvolgimento di geni legati alla crescita e al rimodellamento osseo, già noti per il loro ruolo nella progressione dell` artrosi. Anche regioni di DNA non codificante mostrano somiglianze tra le due condizioni, suggerendo che alterazioni nella regolazione genica possano rappresentare un meccanismo condiviso. Secondo Terao, “questi risultati evidenziano la necessità di studi multi-omici specifici per la displasia dell` anca, che integrino dati genetici con espressione genica e struttura della cromatina per chiarire i meccanismi funzionali” .

La ricerca conferma inoltre il forte legame tra displasia e artrosi: studi recenti indicano che circa il 70% dei pazienti giapponesi con artrosi dell` anca presenta una forma di displasia. Comprendere le basi genetiche di queste condizioni potrà favorire lo sviluppo di trattamenti personalizzati, rallentare la progressione della malattia e migliorare la qualità di vita dei pazienti.



Fri, 24 Apr 2026 00:35:00 GMT
Salute
Perché la riabilitazione post-ictus è più difficile per le donne?

AGI - Un insieme complesso di fattori nutrizionali, metabolici e cognitivi contribuisce a rendere le donne più vulnerabili nella riabilitazione post-ictus. Queste, in estrema sintesi, le conclusioni di uno studio condotto dall'IRCCS Fondazione Don Carlo Gnocchi ONLUS e pubblicato sulla rivista Neurology International. I risultati sono stati rilanciati in occasione della Giornata nazionale della salute della donna.

Fragilità femminile e malnutrizione all'ingresso in riabilitazione

Lo studio, che ha coinvolto su 87 pazienti in fase subacuta post-ictus, evidenzia una maggiore fragilità femminile già all'ingresso in riabilitazione: oltre la metà delle donne (52,4%) risultava malnutrita, rispetto a circa un terzo degli uomini. Dopo sei settimane di trattamento - convenzionale e robotico - le pazienti presentavano un recupero delle autonomie nella vita quotidiana significativamente inferiore, associato a livelli più elevati di stress ossidativo.

"Questi dati evidenziano quanto sia fondamentale considerare le differenze di genere nei fattori nutrizionali e metabolici - sottolinea Irene Giovanna Aprile, direttore del Dipartimento di Riabilitazione Neuromotoria della Fondazione Don Gnocchi - per la loro possibile associazione con gli esiti di recupero e con lo stato di salute complessivo della persona".

l ruolo dello stress ossidativo e delle tecnologie robotiche

Il lavoro portato avanti nella sede romana della Provvidenza si inserisce in un approccio riabilitativo avanzato e multidisciplinare, che integra tecnologie innovative - come la robotica - con una valutazione clinica sempre più personalizzata. In questo contesto, lo stress ossidativo assume un ruolo chiave: lo squilibrio tra radicali liberi e difese antiossidanti può infatti innescare processi infiammatori che ostacolano il recupero e aumentano il rischio di complicanze.

Differenze cognitive tra uomini e donne nel post-ictus

Accanto agli aspetti metabolici, anche la dimensione cognitiva evidenzia differenze rilevanti. Un'analisi su un sottogruppo di pazienti con ictus ischemico ha mostrato nelle donne un profilo cognitivo globale inferiore rispetto agli uomini sia all'inizio sia al termine della riabilitazione, pur in presenza di miglioramenti in entrambi i gruppi. Le differenze nei singoli domini - funzioni esecutive, attenzione, abilità visuospaziali e linguaggio - suggeriscono la necessita' di percorsi riabilitativi cognitivi sempre più mirati.

L'impegno della Fondazione Don Gnocchi a Roma non si limita alla fase riabilitativa, ma si estende anche alla prevenzione. In questa direzione si inserisce un recente progetto finanziato dall'INAIL, volto a sviluppare un modello multidisciplinare per la valutazione dei fattori di rischio modificabili, come stato nutrizionale, composizione corporea e stress ossidativo.

Lo studio, condotto su lavoratori della filiera alimentare, ha evidenziato come il sovrappeso - presente nel 50% dei soggetti - si associ nelle donne a un aumento dei radicali liberi e a una riduzione della capacità antiossidante. "Abbiamo osservato una stretta interconnessione tra stato nutrizionale, metabolismo e qualità della vita percepita - spiega Mariacristina Siotto, responsabile del Laboratorio di biochimica e biologia molecolare del centro - aprendo nuove prospettive anche in ottica preventiva". 



Thu, 23 Apr 2026 23:05:00 GMT
Salute
Filler e Botulino: il boom dei "ritocchini" e i rischi nascosti

AGI - Sempre più richiesti, sempre più diffusi. I trattamenti iniettabili - dai filler alla tossina botulinica - sono oggi tra le procedure cosmetologiche più praticate in dermatologia. Non solo per il ringiovanimento, ma anche per migliorare esiti cicatriziali con tecniche minimamente invasive. Un successo che porta con se' una sfida chiara: garantire la massima sicurezza per i pazienti. Come ogni atto medico, anche i trattamenti iniettabili possono comportare complicanze, soprattutto se eseguiti senza adeguata valutazione clinica o da personale non sufficientemente formato.

È questo il focus del 99esimo congresso nazionale SIDeMaST, Societa' Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse organizzato a Rimini fino al 24 aprile, che vede i dermatologi italiani e internazionali a confronto su prevenzione delle complicanze e innovazione tecnologica, con particolare attenzione alla diagnostica non invasiva.

"Le procedure iniettive sono veri e propri atti medici - afferma Nicola Zerbinati, ordinario di Dermatologia Universita' degli Studi dell'Insubria-Varese e membro del consiglio direttivo della SIDeMaST - e richiedono diagnosi, conoscenza approfondita dell'anatomia e formazione specifica. La sicurezza del paziente dipende dalla corretta indicazione del trattamento e dalla capacita' di prevenire e gestire eventuali complicanze".

Boom di richieste in Italia

Ogni anno viene eseguito un numero di procedure con iniettabili estremamente elevato. Secondo i dati dell'International Society of Aesthetic Plastic Surgery (ISAPS), in Italia nel 2024 i trattamenti iniettabili - in particolare tossina botulinica, filler a base di acido ialuronico e idrossiapatite di calcio - superano complessivamente le 760 mila procedure.

Il confronto con il 2023 evidenzia una crescita molto marcata: la tossina botulinica passa da 194.335 a 316.385 trattamenti (+62,8%), mentre i filler a base di acido ialuronico crescono da 190.606 a 430.598 procedure (+125,9%), confermandosi come il segmento più dinamico. Complessivamente, nel nostro Paese, dal 2023 al 2024 procedure sono quasi raddoppiate.

Complicanze e gestione dei rischi

Le complicanze sono complessivamente rare e nella maggior parte dei casi lievi e transitorie (come edema ed ecchimosi) in particolare per la tossina botulinica, per la quale numerosi studi documentano un'incidenza bassa di eventi avversi.

Per quanto riguarda i filler, pur mantenendo un elevato standard di sicurezza, possono verificarsi asimmetrie, noduli, irregolarità e migrazione del filler; le complicanze vascolari rappresentano quelle più severe (come le compressioni e, nei casi più gravi, le occlusioni arteriose), con un'incidenza stimata compresa tra circa 0,004% e 0,5%, confermandone comunque la rarità . Anche questi rischi possono essere ulteriormente ridotti grazie alla formazione, all'esperienza del medico e all'utilizzo di tecniche avanzate, come la guida ecografica.

L'innovazione delle iniezioni ecoguidate

Tra le innovazioni al centro del congresso nazionale, l'ecografia cutanea si conferma infatti sempre più protagonista. Uno strumento fondamentale non solo per diagnosticare eventuali problemi, ma anche per pianificare interventi mirati, come la gestione di accumuli di filler o alterazioni dei tessuti che possono causare compressioni e irregolarità .

"Le nuove tecnologie - aggiunge Zerbinati - permettono oggi di visualizzare in tempo reale pelle e tessuti sottostanti, individuando anche materiali precedentemente iniettati". Una delle innovazioni più promettenti è rappresentata dalle iniezioni ecoguidate, che consentono di eseguire il trattamento osservando in diretta le strutture anatomiche. Un approccio che migliora la precisione permette di evitare aree sensibili e può contribuire a ridurre il rischio di complicanze.

"L'ecografia non serve solo a valutare eventuali problemi dopo il trattamento, ma può diventare uno strumento fondamentale per prevenirli", spiega Stefania Guida, professore associato di Dermatologia presso l'Università Vita-Salute San Raffaele e membro del Direttivo SIDeMaST.

"Le iniezioni ecoguidate rappresentano una delle innovazioni più rilevanti degli ultimi anni per aumentare la sicurezza delle procedure. L'utilizzo di queste tecniche richiede pero' competenze specifiche, sia nella lettura delle immagini sia nell'applicazione pratica durante le procedure stesse", aggiunge.

La competenza medica come garanzia di sicurezza

Nonostante i progressi tecnologici resta un punto fermo: la sicurezza dei trattamenti iniettabili è strettamente legata alla competenza del medico. "La tecnologia è un supporto prezioso, ma non sostituisce la formazione e l'esperienza clinica - concludono Zerbinati e Guida - per questo è fondamentale che i trattamenti iniettabili vengano eseguiti da medici adeguatamente formati".

Da qui l'impegno di SIDeMaST nel promuovere formazione continua e aggiornamento in dermatologia estetica, per garantire pratiche sempre piu' sicure, appropriate e basate su evidenze scientifiche. 

 



Thu, 23 Apr 2026 04:53:00 GMT
Salute
Arriva Ally, il laser per operare la cataratta guidato dall'IA

AGI - L'intelligenza artificiale diventa la guida 'intelligente' del femtolaser, il laser robotico per la cataratta, potenziandone la precisione micrometrica e adattando il trattamento alle caratteristiche specifiche dell'occhio di ciascun paziente, grazie a sofisticati algoritmi che elaborano migliaia di scansioni oculari e mappano le strutture anatomiche dell'occhio in tempo reale. Con questa evoluzione del sistema, che non sostituisce il chirurgo, ma ne potenzia la precisione, la chirurgia della cataratta compie un fondamentale passo in avanti e segna un nuovo primato nazionale per l'Irccs di Negrar. Infatti, con l'adozione di Ally (Adaptive cataract treatment system), l'istituto veronese introduce, per la prima volta in Italia, una tecnologia di ultima generazione, attualmente con meno di 200 installazioni nel mondo, che integra intelligenza artificiale, robotica avanzata ed esperienza chirurgica.

"La nuova piattaforma contribuisce a rendere la chirurgia della cataratta più efficiente, precisa e sicura, confermando la nostra posizione come polo d'eccellenza, all'avanguardia nell'innovazione tecnologica", spiega Claudio Cracco, amministratore delegato del 'Sacro Cuore Don Calabria' di Negrar. "L'aggiornamento del femtolaser - continua -, il primo in versione robotica, assistito dall'intelligenza artificiale, potenzia un'Unità operativa di Oculistica che oggi comprende 15 aree specialistiche a copertura dell'intero spettro delle patologie oculari". "La cataratta consiste nell'opacizzazione del cristallino, la lente naturale dell'occhio", spiega Grazia Pertile, direttrice oculistica Irccs di Negrar: "Con il tempo, l'alterazione delle proteine rende questa lente meno trasparente, impedendo alla luce di raggiungere la retina. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità , la cataratta - continua - è la principale causa di cecità e disturbi visivi al mondo, con circa 20 milioni di persone che hanno perso la vista a causa di questa patologia".

I numeri della patologia e l'evoluzione tecnologica

Con circa 650mila procedure l'anno, l'intervento di cataratta è il più eseguito nel nostro Paese, e si stima che gli impianti supereranno i 900mila all'anno entro il 2030, a causa dell'invecchiamento della popolazione tenuto conto che tra il 60 e il 70% degli over 70 presenta questo disturbo visivo, percentuale che supera l'80% tra gli ottantenni. "Attualmente, l'unica cura definitiva è la chirurgia, che sostituisce il cristallino opaco con una lente intraoculare artificiale (Iol)", ricorda Pertile: "In questo scenario, la nuova piattaforma rivoluziona l'approccio chirurgico, fungendo da assistente intelligente che potenzia le capacità del chirurgo. Grazie a sofisticati algoritmi di IA e alla capacità di imaging avanzato che sfrutta sei telecamere integrate, il sistema è in grado di ottenere una scansione dettagliata del cristallino, identificando automaticamente e in tempo reale la densità , la posizione e gli strati della cataratta, consentendo trattamenti personalizzati.

Precisione e benefici per i pazienti

Il flusso di lavoro così ottimizzato consente di eseguire la procedura di frammentazione laser del cristallino in pochi secondi e l'intero processo può essere completato in tempi molto rapidi. Ma, ancora più della velocità di esecuzione, conta la precisione con cui vengono pianificate ed eseguite le incisioni". Per Pertile, "I benefici del nuovo approccio emergono in modo particolare nell'impianto di lenti intraoculari progettate per simulare la capacità del cristallino naturale di mettere a fuoco a diverse distanze. Queste lenti, a differenza di quelle standard, correggono non solo la miopia o ipermetropia, ma anche la presbiopia e l'astigmatismo, consentendo nella maggior parte dei casi di ridurre o addirittura eliminare la necessità degli occhiali nelle attività quotidiane". "La chirurgia della cataratta entra così in una nuova era in cui la competenza medica, la chirurgia e l'intelligenza artificiale collaborano per ottenere risultati sempre più affidabili e una visione sempre più vicina a quella naturale", conclude Pertile.



Thu, 23 Apr 2026 01:30:00 GMT
Salute
Prurito: cause, impatto psicologico e nuove cure

AGI - Fastidioso, persistente, talvolta insopportabile: il prurito è uno dei sintomi più diffusi nella popolazione generale e, nelle forme croniche, può incidere sulla qualità della vita in modo paragonabile al dolore cronico. Non solo un disturbo cutaneo, ma una condizione complessa che può nascondere patologie sistemiche, influenzare profondamente il benessere psicologico e richiedere un approccio clinico altamente specializzato.

Una sfida clinica articolata che vede il dermatologo in prima linea per identificare le cause e ottimizzare il trattamento. L'importanza del prurito e le più moderne terapie per ridurne gli effetti sono al centro del 99 Congresso nazionale della Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse (SIDeMaST) dal titolo "Innovazione e Ricerca: il Futuro della Dermatologia", organizzato al Palacongressi di Rimini dal 21 al 24 aprile.

Una edizione che quest'anno pone l'attenzione sulla medicina di precisione in dermatologia. L'idea di fondo è trasformare un sintomo spesso sottovalutato in una priorità clinica da affrontare con strumenti sempre più avanzati e personalizzati.

Anche perché non esiste un prurito identico per tutti: a parità di diagnosi, pazienti diversi possono infatti presentare meccanismi biologici differenti, condizionati da variabili come eta', sesso, comorbilità , terapie concomitanti e caratteristiche genetiche, e conseguenze fisiche e psicologiche diverse.

Medicina di precisione e impatto sulla sfera emotiva

"In dermatologia stiamo assistendo a un vero cambio di paradigma: non trattiamo più solo il sintomo, ma il paziente nella sua specificità biologica", sottolinea Paolo Amerio, professore ordinario di Dermatologia e Venereologia, Clinica Dermatologica dell'Universita' "G. d'Annunzio" di Chieti-Pescara e presidente del 99esimo congresso nazionale SIDeMaST.

"La medicina di precisione ci consente di individuare i meccanismi alla base del prurito e di intervenire con terapie sempre più mirate ed efficaci", aggiunge. Oggi sappiamo che il prurito cronico non è solo un sintomo fisico.

"Il prurito non colpisce solo la pelle, ma l'intera sfera emotiva e relazionale della persona", spiega Roberto Maglie del Dipartimento di scienza della salute, Sezione di Dermatologia, Università degli studi di Firenze.

"Può favorire ansia e depressione in circa il 20% dei pazienti, compromettere il sonno nel 60% dei casi e generare un forte disagio psicosociale, fino a fenomeni - continua - di stigmatizzazione e isolamento, poiché richiama nell'immaginario collettivo un'idea di contagio. Un circolo vizioso amplifica il distress psicologico e peggiora ulteriormente la qualità della vita e rende ancora più complessa la gestione clinica".

Le cause del prurito sono numerose ed eterogenee. Il prurito rappresenta il sintomo principale della maggior parte delle malattie infiammatorie croniche della pelle, come psoriasi e dermatite atopica, ed è presente anche in malattie parassitarie come la scabbia. Tuttavia, è frequentemente associato anche a patologie sistemiche: malattie ematologiche come linfomi e policitemia vera, insufficienza epatica e renale

Può talora rappresentare una vera e propria emergenza medica, come nel caso del prurito colestatico della gravidanza, che può compromettere l'andamento della gravidanza e la sopravvivenza del feto. Non sempre, pero', la causa è organica. Il prurito può riflettere un disagio psicologico (prurito psicogeno) oppure, nonostante indagini approfondite, rimanere senza una causa identificabile, configurando il cosiddetto chronic pruritus of unknown origin.

Nuove frontiere terapeutiche

"Proprio per la molteplicità delle cause, l'approccio clinico, diagnostico e successivamente terapeutico al paziente con prurito cronico può essere complesso - sottolinea Amerio - imponendo al dermatologo, il principale specialista di riferimento, una solida conoscenza della medicina interna". La ricerca ha compiuto passi avanti significativi nella comprensione dei meccanismi fisiopatologici.

Oltre all'istamina, considerata fino a poco tempo fa la principale responsabile del prurito, altri mediatori infiammatori prodotti dall'organismo - i cosiddetti "pruritogeni" - sono stati identificati in numerose malattie infiammatorie croniche come la dermatite atopica, psoriasi e altre malattie sistemiche. "Questi mediatori infiammatori interagiscono con cellule immunitarie, cellule cutanee e reti neuronali, che coinvolgono sia il sistema nervoso periferico che quello centrale, producendo la caratteristica risposta del grattamento", spiega Amerio.

"Le recenti scoperte hanno aperto la strada a terapie innovative e mirate, capaci di agire su specifiche molecole come le interleuchine 4 e 31, con benefici rapidi sia sull'infiammazione cutanea sia sul prurito, talvolta nell'arco di poche ore", aggiunge. Progressi importanti riguardano anche forme non legate a malattie cutanee.

"Paradigmatica la notalgia parestetica, una patologia pruriginosa localizzata a livello del dorso - dichiara Maglie - associata a disordini posturali della colonna vertebrale, o l'insufficienza renale cronica (il prurito uremico). In queste condizioni il prurito sembra essere mediato da particolari molecole chiamati recettori degli oppioidi, che possono oggi essere bloccati grazie all'utilizzo di farmaci mirati".

La ricerca più recente ha dimostrato come all'interno di una stessa patologia possano attivarsi vie di segnalazione nettamente diverse. "Un esempio è la prurigo nodulare - chiarisce Amerio - una patologia caratterizzata dalla comparsa di noduli escoriati a livello del dorso, tronco, arti e che si accompagna ad un prurito intenso ed invalidante.

Uno studio ha dimostrato che sebbene la patologia si presenti sempre con lo stesso aspetto clinico, alcuni pazienti presentino un profilo molecolare simile e una associazione specifica con la dermatite atopica, mentre altri sembrano avere un profilo infiammatorio meno attivo e una associazione specifica con patologie della colonna vertebrale. Riconoscere queste differenze, significa poter scegliere terapie più mirate, efficaci, evitando trattamenti inutili e riducendo anche i costi per il sistema sanitario e per i pazienti stessi". 



Thu, 23 Apr 2026 00:01:00 GMT
Salute
Spazzolini in silicone: sono efficaci quanto quelli in nylon?

AGI - Gli spazzolini in silicone potrebbero rappresentare un'alternativa efficace e più sostenibile rispetto ai tradizionali modelli in plastica e nylon, ma restano ancora poco studiati e scarsamente diffusi. È quanto emerge da una revisione della letteratura pubblicata su PLOS Global Public Health, che analizza le evidenze disponibili su questo strumento di igiene orale, evidenziandone potenzialità e limiti.

L'analisi, basata su dieci studi peer-reviewed selezionati attraverso cinque database internazionali, indica che gli spazzolini in silicone sono generalmente comparabili a quelli tradizionali nella rimozione della placca, uno dei principali obiettivi dell'igiene orale quotidiana.

In diversi contesti, inclusi studi clinici su adulti e bambini, le prestazioni risultano simili a quelle degli spazzolini con setole in nylon, mentre in alcuni casi specifici - come l'uso di spazzolini a dito in silicone - si osservano anche risultati migliori rispetto a pratiche alternative come la pulizia con le dita.

Sicurezza gengivale e vantaggi per le popolazioni fragili

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la sicurezza per i tessuti gengivali. Le setole in silicone, più morbide e flessibili, sono associate a un minor rischio di abrasioni dentali e traumi gengivali rispetto ai materiali convenzionali, soprattutto in caso di tecniche di spazzolamento scorrette o in soggetti con tessuti sensibili.

Alcuni studi sperimentali suggeriscono inoltre un possibile effetto benefico sulla proliferazione cellulare gengivale, indicando un potenziale ruolo anche nella salute parodontale. La revisione evidenzia anche come queste caratteristiche rendano gli spazzolini in silicone particolarmente adatti a specifiche popolazioni, tra cui bambini, anziani e persone con ridotta manualita' o sensibilita' orale. In questi gruppi, la combinazione di morbidezza, flessibilita' e facilita' d'uso potrebbe migliorare l'aderenza alle pratiche di igiene orale e ridurre il rischio di lesioni. Allo stesso tempo, alcune soluzioni tecnologiche - come gli spazzolini automatici con setole in silicone - mostrano risultati meno efficaci, suggerendo che il design del dispositivo rimane un fattore determinante.

Impatto ambientale

Sul fronte ambientale, gli spazzolini in silicone mostrano un profilo potenzialmente più sostenibile. Analisi di ciclo di vita indicano una riduzione media dell'impatto ambientale rispetto ai modelli in nylon, grazie alla maggiore durata del materiale e alla possibilità di ridurre i rifiuti. Il tema è particolarmente rilevante considerando che, solo negli Stati Uniti, vengono gettati ogni anno circa un miliardo di spazzolini, contribuendo in modo significativo all'inquinamento da plastica.

Nonostante questi risultati promettenti, gli autori sottolineano che le evidenze disponibili restano limitate e eterogenee, con pochi studi clinici di alta qualità e una forte variabilità nei disegni sperimentali. Inoltre, mancano dati su aspetti cruciali come l'accettazione da parte degli utenti, i costi, e l'effettiva implementazione su larga scala, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito, dove il carico delle malattie orali è più elevato.

Nel complesso, la revisione suggerisce che gli spazzolini in silicone rappresentano una soluzione promettente per migliorare la salute orale globale, combinando efficacia clinica, sicurezza e sostenibilita' ambientale. Tuttavia, per valutarne pienamente il potenziale saranno necessari ulteriori studi, in particolare trial clinici e ricerche sull'adozione nei diversi contesti socioeconomici, al fine di capire se possano diventare una reale alternativa agli strumenti attualmente piu' diffusi.



Wed, 22 Apr 2026 23:13:00 GMT
Salute, Komposer
Sordità ereditaria: una sola dose di terapia genica per tornare a sentire

AGI - Una singola somministrazione di terapia genica è in grado di ripristinare l'udito nella maggior parte dei pazienti affetti da una rara forma di sordità genetica congenita, con effetti che durano fino a due anni e mezzo. È quanto emerge da uno studio clinico multicentrico pubblicato su Nature e coordinato da Zheng-Yi Chen del Mass General Brigham insieme a Yilai Shu.

La più ampia sperimentazione sul gene OTOF

La sperimentazione, la più ampia finora condotta su una terapia genica per la sordità ereditaria, ha coinvolto 42 pazienti tra meno di un anno e oltre 30 anni di età , trattati in otto centri in Cina. Il trattamento, basato sull'introduzione di una copia funzionante del gene OTOF tramite un vettore virale innocuo, ha portato a un miglioramento dell'udito in circa il 90% dei partecipanti, spesso già nelle prime settimane dopo l'intervento, con progressi che continuano nel tempo.

Come funziona la cura per la sordità

La mutazione del gene OTOF è responsabile della cosiddetta DFNB9, una forma di sordità autosomica recessiva presente fin dalla nascita. Il gene codifica per la proteina otoferlina, essenziale per la trasmissione dei segnali sonori dalle cellule dell'orecchio interno al cervello. In assenza di questa funzione, i pazienti presentano una sordità grave o completa.

La terapia sperimentale mira a correggere direttamente il difetto genetico, fornendo alle cellule una versione funzionante del gene attraverso una singola iniezione nell'orecchio interno.

Risultati sul linguaggio

I risultati mostrano non solo un recupero dell'udito, ma anche un miglioramento della percezione del linguaggio e delle capacità comunicative. I benefici sono risultati particolarmente marcati nei bambini più piccoli e nei pazienti con condizioni strutturali dell'orecchio interno più favorevoli. I soggetti trattati in entrambe le orecchie hanno inoltre registrato punteggi linguistici più elevati rispetto a quelli trattati unilateralmente. Anche tra gli adulti, tradizionalmente esclusi da studi simili, si sono osservati miglioramenti, sebbene più contenuti. 

Sicurezza e prospettive future

Dal punto di vista della sicurezza, non sono stati registrati effetti collaterali gravi correlati al trattamento durante il periodo di follow-up, che ha raggiunto i 2,5 anni, il più lungo finora documentato per questo tipo di approccio. Circa il 10% dei partecipanti non ha invece mostrato una risposta significativa, un aspetto che i ricercatori intendono approfondire in studi futuri.

Secondo gli autori, questi risultati consolidano le evidenze emergenti sull'efficacia della terapia genica nelle forme di sordità monogenica e aprono la strada a una possibile applicazione più ampia in ambito clinico.

"È straordinario vedere pazienti passare da una condizione di sordità completa alla capacità di percepire i suoni e sviluppare il linguaggio", ha spiegato Chen. La ricerca rappresenta un passo importante verso trattamenti risolutivi per le forme genetiche di perdita uditiva, che rappresentano fino al 60% dei casi di sordità alla nascita.

Il team sta ora lavorando per estendere questo approccio ad altre mutazioni genetiche e per avviare nuove sperimentazioni, anche negli Stati Uniti, con l'obiettivo di rendere queste terapie accessibili a una popolazione più ampia di pazienti.



Wed, 22 Apr 2026 02:50:00 GMT
Salute
Ora legale: contrordine, nessun rischio per la salute

AGI - Le conclusioni di uno studio del 2025 che collegava il cambio stagionale dell'ora a gravi rischi per la salute sarebbero il risultato di un errore metodologico e non di evidenze reali. È quanto sostengono Jose' Maria Martin Olalla (Universidad de Sevilla) e Jorge Mira Pe'rez (Universidad de Santiago de Compostela) in una lettera pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS).

Il riesame del modello originale

I due ricercatori hanno riesaminato il modello utilizzato nello studio originale, firmato da Lara Weed e Jamie M. Zeitzer della Stanford University, che associava il cambio dell'ora a effetti negativi come infarti, ictus e obesità .

L` errore nel calcolo del ritmo circadiano

Secondo i nuovi autori, il problema risiede nel modo in cui sono stati calcolati gli aggiustamenti del ritmo circadiano rispetto al ciclo giorno-notte. "Quello che è stato interpretato come evidenza scientifica contro il cambio di ora si rivela un'illusione matematica", affermano Marti'n Olalla e Mira, evidenziando che il modello somma sempre valori assoluti degli aggiustamenti giornalieri senza considerare la loro direzione.

Come nasce la distorsione dei dati

Questo approccio porta ad accumulare variazioni che nella realtà si compensano, producendo un risultato distorto. I ricercatori spiegano che i piccoli aggiustamenti quotidiani del ritmo biologico oscillano naturalmente in entrambe le direzioni e non mostrano una tendenza cumulativa.

"Il valore annuale reale di questi aggiustamenti è nullo, anche in presenza del cambio di ora", sottolinea Martin Olalla. Tuttavia, il modello originale li somma come se fossero tutti nello stesso verso, generando un effetto artificiale.

L` analogia della guida

Per chiarire il problema, Mira utilizza un'analogia: registrare tutte le correzioni del volante durante la guida come se fossero nella stessa direzione porterebbe a concludere erroneamente che il veicolo devia costantemente, quando in realtà mantiene la traiettoria.

Impatto sovrastimato sulla salute

Secondo gli autori, l'errore porta a sovrastimare l'impatto del fenomeno, attribuendo al cambio dell'ora un accumulo di circa 20 ore annue di "disallineamento", che in realta' corrisponde a variazioni giornaliere minime, pari a circa tre minuti, prive di significato epidemiologico.

La critica solleva anche dubbi sull'assenza di un nesso causale tra il modello e gli effetti sanitari osservati.

Le conclusioni dei ricercatori

"Non esiste un'ipotesi che giustifichi il collegamento tra il rumore del modello e la prevalenza di malattie", concludono i ricercatori, sostenendo che lo studio originale non puo' dimostrare benefici sanitari derivanti dall'abolizione del cambio dell'ora. Il lavoro contribuisce al dibattito scientifico su un tema di forte impatto sociale e politico, invitando a una valutazione piu' rigorosa delle evidenze prima di trarre conclusioni su possibili effetti sulla salute pubblica. 



Tue, 21 Apr 2026 23:13:00 GMT
Salute
Filtri e app, così i social cambiano la percezione di sé

AGI - I social media influenzano il modo in cui le persone percepiscono la propria immagine. A lanciare l'allarme 'digitized dysmorphia' è stata la Società italiana di dermatologia e malattie sessualmente trasmesse (SIDeMaST) che, in occasione del 99esimo congresso nazionale dal titolo "Innovazione e ricerca: il futuro della dermatologia", organizzato al Palacongressi di Rimini dal 21 al 24 aprile, richiama l'attenzione sull'importanza di una corretta informazione scientifica e di un uso consapevole degli strumenti digitali.

L` effetto dei filtri e delle immagini digitali

Filtri fotografici, editing digitale e immagini altamente curate contribuiscono a diffondere rappresentazioni idealizzate e irrealistiche, caratterizzate da una pelle perfetta, uniforme e apparentemente priva di difetti.

In questo contesto, la distanza tra immagine reale e digitale può favorire una percezione alterata del proprio aspetto.

Le richieste ai dermatologi

"Assistiamo sempre più frequentemente a pazienti che chiedono trattamenti per assomigliare alla versione filtrata del proprio volto o a immagini viste sui social", spiegano Maria Concetta Fargnoli, professore ordinario di Dermatologia e Venereologia e direttore scientifico dell'Istituto dermatologico San Gallicano Irccs di Roma, e Roberta Giuffrida, dermatologa e ricercatrice presso il Policlinico Universitario Gaetano Martino di Messina e membro del Consiglio direttivo della SIDeMaST.

Cos` è la social media dysmorphia

Questo fenomeno, definito in letteratura social media dysmorphia, nasce dal confronto continuo con immagini digitalmente modificate che non rappresentano la realtà . In dermatologia si parla anche di digitized dysmorphia, un termine più ampio che descrive l'insoddisfazione legata alla discrepanza tra immagine reale e digitale di se stessi, amplificata dall'uso di filtri, applicazioni di editing e piattaforme video.

I casi di Snapchat e Zoom dysmorphia

Non a caso sono stati coniati termini come 'Snapchat dysmorphia' o 'Zoom dysmorphia', che descrivono la tendenza di alcuni pazienti a desiderare un aspetto simile alle proprie immagini filtrate o alle versioni alterate osservate durante le videochiamate.

"Il rischio - aggiungono le esperte - è che il paziente insegua un'immagine irrealistica di se', dimenticando che la pelle reale ha caratteristiche biologiche, cliniche e individuali che devono sempre essere rispettate". 



Tue, 21 Apr 2026 01:00:00 GMT
Salute
Cannabis in adolescenza, gli effetti sul cervello dei giovani

AGI - L'uso di cannabis durante l'adolescenza è associato a uno sviluppo più lento delle capacità cognitive, con progressi ridotti in memoria, attenzione e velocità di elaborazione e un peggioramento della memoria nel tempo.

È quanto emerge dallo studio guidato da Natasha Wade, del Department of Psychiatry della University of California San Diego School of Medicine, pubblicato sulla rivista Neuropsychopharmacology.

I dati analizzati

La ricerca, basata su oltre 11.000 partecipanti coinvolti nell'Adolescent Brain Cognitive Development (ABCD) Study, il più ampio studio longitudinale sullo sviluppo cerebrale nei giovani negli Stati Uniti, ha seguito bambini dai 9-10 anni fino ai 16-17 anni, monitorando prestazioni cognitive e uso di sostanze.

Lo studio e i dati analizzati

Per una valutazione più accurata dell'esposizione alla cannabis, i ricercatori hanno integrato le dichiarazioni dei partecipanti con analisi biologiche su capelli, urine e saliva, in grado di rilevare l'assunzione di sostanze anche a distanza di mesi. I risultati mostrano che, su diverse abilità cognitive tra cui memoria, linguaggio, attenzione e velocità di elaborazione gli adolescenti che fanno uso di cannabis presentano una crescita più limitata rispetto ai coetanei.

In alcuni casi, questi ragazzi partivano da livelli simili o leggermente superiori in età più giovane, ma con l'avanzare dell'età e l'inizio del consumo di cannabis, il loro sviluppo tende a stabilizzarsi, mentre quello dei pari continua a migliorare.

Il ruolo del THC

"L'adolescenza è una fase critica per lo sviluppo del cervello, e osserviamo che i giovani che iniziano a usare cannabis non migliorano allo stesso ritmo dei loro coetanei", spiega Wade. "Queste differenze possono sembrare inizialmente modeste, ma nel tempo possono influire su apprendimento, memoria e funzionamento quotidiano".

Un'analisi più dettagliata ha evidenziato che il tetraidrocannabinolo (THC), principale componente psicoattivo della cannabis, è probabilmente il fattore responsabile degli effetti osservati: nei partecipanti con evidenza di esposizione a THC si riscontra un peggioramento della memoria nel tempo, mentre ciò non emerge nei soggetti esposti a cannabidiolo (CBD), sebbene questo sottogruppo sia più limitato.

Limiti dello studio e prospettive

"I risultati indicano il THC come probabile motore dei cambiamenti osservati e mostrano quanto possano essere complessi i prodotti a base di cannabis", aggiunge la ricercatrice. Gli autori sottolineano che lo studio non dimostra un rapporto causale diretto, ma tiene conto di numerosi fattori potenzialmente confondenti, tra cui contesto familiare, salute mentale, uso di altre sostanze e prestazioni cognitive pregresse.

Anche se le differenze osservate sono relativamente contenute, in una fase di sviluppo rapido come l'adolescenza possono avere ricadute significative sul rendimento scolastico e sulla vita quotidiana. Il team continuerà a seguire i partecipanti per valutare gli effetti a lungo termine e comprendere meglio il ruolo del momento e della frequenza di utilizzo. I ricercatori evidenziano infine che posticipare l'uso di cannabis può favorire uno sviluppo cerebrale più sano, soprattutto in un contesto di crescente diffusione e disponibilità di questi prodotti.



Mon, 20 Apr 2026 23:22:00 GMT
Salute
Psicoterapia e IA, le sette regole per l` uso

AGI - L'Intelligenza Artificiale (IA) non è un nuovo terapeuta. È uno strumento che può rafforzare l'ecosistema della cura, a condizione di restare sotto responsabilità professionale umana, al servizio della relazione terapeutica e della dignità della persona.

Il ruolo dell` IA nella psicoterapia

In psicoterapia, la tecnologia è eticamente e deontologicamente legittima solo nella misura in cui resta al servizio della relazione, della responsabilità e della dignità della persona. Questa la tesi centrale del "Manifesto sulla salute mentale e l'Intelligenza Artificiale" a cura del Comitato Direttivo della Consulta delle Scuole Italiane di Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale, che si presenta oggi a Roma nell'ambito del Convegno nazionale "Intelligenza Artificiale e Psicoterapia, organizzato dalla stessa Consulta in collaborazione con l'Universita' Pontificia Salesiana.

Evidenze scientifiche e limiti

Il Manifesto individua limiti e possibilità dell'IA nell'ambito terapeutico soffermandosi in particolare sulle evidenze empiriche. A tal proposito la letteratura scientifica mostra che chatbot e agenti conversazionali producono riduzioni dei sintomi ansiosi e depressivi nel breve periodo, soprattutto in contesti sub-clinici. Gli effetti pero' tendono a non mantenersi nel tempo: i tassi di abbandono sono elevati, i follow-up brevi, i benefici profondi rari.

Chi beneficia maggiormente

I profili di pazienti che traggono maggiore beneficio dall'IA sono quelli con disagio lieve-moderato o con barriere all'accesso ai servizi tradizionali. Per pazienti con bisogni clinici complessi, la psicoterapia relazionale rimane superiore.

I sette principi del Manifesto

Sulla base di questi risultati e sulla base di un'analisi anche delle questioni giuridiche in campo - come quelle legate alla privacy - il Manifesto indica sette assi operativi fondamentali:

  • 1) supervisione clinica continua, specialmente con adolescenti e anziani;
  • 2) trasparenza e spiegabilita' degli strumenti utilizzati;
  • 3) protezione rigorosa dei dati di salute mentale
  • 4) monitoraggio degli esiti a lungo termine;
  • 5) contrasto ai bias algoritmici per garantire equita' nell'accesso
  • 6) formazione critica dei professionisti
  • 7) consenso informato autentico, continuo e revocabile

"Nel loro insieme - si legge nel Manifesto - questi principi delineano una direzione chiara: l'Intelligenza artificiale non deve essere pensata come un nuovo terapeuta, ma come un possibile strumento all'interno di ecosistemi di cura umani, responsabili e regolati". 



Mon, 20 Apr 2026 11:01:54 GMT
Salute, Komposer
Celiachia: verso una diagnosi senza biopsia anche per gli adulti

AGI - La diagnosi di celiachia senza biopsia, già adottata nei bambini, potrebbe essere estesa anche agli adulti selezionati, grazie a nuovi criteri clinici e biomarcatori. Lo evidenziano i dati presentati da Fabiana Zingone, Università di Padova e Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (SIGE), nell'ambito del Congresso nazionale delle Malattie Digestive promosso da FISMAD.

Le nuove linee guida europee del 2025

Introducono per la prima volta la possibilità di una diagnosi "biopsy-free" anche negli adulti sotto i 45 anni, privi di sintomi di allarme e seguiti in centri di riferimento, a condizione che i livelli di anticorpi anti-transglutaminasi IgA superino di oltre dieci volte il valore normale e siano confermati da un secondo test. Questo approccio, già consolidato in età pediatrica, potrebbe semplificare significativamente il percorso diagnostico per molti pazienti. Parallelamente, la ricerca sta individuando nuovi biomarcatori utili a migliorare l'accuratezza diagnostica.

La dieta senza glutine

Tra questi, il rilascio di interleuchina-2 (IL-2) nel sangue subito dopo l'esposizione al glutine potrebbe rappresentare uno strumento promettente sia per la diagnosi sia per il monitoraggio dei pazienti già in dieta senza glutine. Secondo gli esperti, questo indicatore potrebbe anche contribuire a chiarire le soglie minime di glutine in grado di attivare la risposta immunitaria. Sul fronte terapeutico, la dieta senza glutine resta l'unico trattamento approvato, ma circa un paziente su cinque continua a manifestare sintomi nonostante l'aderenza al regime alimentare.

Per questo motivo sono in corso studi su nuove terapie complementari, tra cui farmaci in grado di interferire con la transglutaminasi, modulare la risposta immunitaria o agire su specifiche citochine coinvolte nel processo infiammatorio. Queste strategie, ancora in fase preliminare, potrebbero affiancare in futuro la dieta. In Italia, la gestione della celiachia si accompagna a importanti novità sul piano della prevenzione.

La legge 130 del 2023

Ha introdotto per primo al mondo lo screening neonatale per celiachia e diabete di tipo 1, dopo una fase pilota in diverse regioni. L'estensione a livello nazionale è prevista nel corso del 2026, con l'obiettivo di individuare precocemente i casi non diagnosticati. Secondo i dati del Ministero della Salute, le diagnosi in Italia sono circa 280 mila, ma rappresentano meno della metà dei casi stimati.

"Più della metà dei celiaci resta ancora sommersa", sottolinea Rossella Valmarana, presidente dell'Associazione Italiana Celiachia (AIC), evidenziando la necessità di rafforzare gli strumenti di individuazione precoce. Accanto allo screening, sono state introdotte misure per migliorare l'accesso alle cure, come la digitalizzazione e la validità nazionale dei buoni per l'acquisto di prodotti senza glutine, oltre a fondi dedicati all'informazione. Secondo la senatrice Elena Murelli, l'obiettivo è ridurre le disuguaglianze territoriali e garantire uniformità nell'assistenza. Gli esperti sottolineano infine l'importanza di una corretta informazione per contrastare le false credenze sulla dieta senza glutine e migliorare la qualità della vita dei pazienti, anche attraverso iniziative di aggiornamento scientifico e campagne di sensibilizzazione.



Thu, 16 Apr 2026 23:17:00 GMT
Salute
Cibi ultraprocessati: il rischio obesità nei giovani sale oltre il 60%

AGI - Un elevato consumo di cibi ultraprocessati è associato a un rischio significativamente maggiore di sovrappeso e obesità negli adolescenti, con probabilità aumentata fino al 63%. Lo evidenzia uno studio guidato da Mekuriaw Nibret Aweke della University of Gondar (Etiopia), pubblicato sulla rivista PLOS One, basato su una revisione sistematica e meta-analisi di 23 studi condotti su circa 155.000 giovani tra i 10 e i 19 anni in diversi Paesi.

Un rischio in aumento nelle ricerche più recenti

I risultati mostrano inoltre che nelle ricerche più recenti l'associazione risulta ancora più marcata, superando il doppio del rischio nei consumatori più elevati. L'analisi ha incluso studi osservazionali realizzati tra il 2008 e il 2025 in 16 Paesi di Africa, Asia, Europa, Nord e Sud America.

Come è stata condotta l` analisi

I ricercatori hanno confrontato i livelli di consumo di alimenti ultraprocessati prodotti industriali ricchi di zuccheri aggiunti, sale, grassi non salutari e additivi con gli esiti relativi al peso corporeo. Complessivamente, i dati indicano che gli adolescenti con maggiore assunzione di questi alimenti presentano un odds ratio di 1,63 (intervallo di confidenza 95%: 1,36-1,95) rispetto a chi ne consuma meno.

I dati: associazione confermata a livello globale

Le analisi per sottogruppi mostrano che gli studi pubblicati nel 2024 e 2025 riportano valori ancora più elevati (OR 2,09), suggerendo un rafforzamento del legame parallelamente alla crescente diffusione globale di questi prodotti nella dieta giovanile. L'associazione positiva è risultata coerente in tutte le aree geografiche considerate.

I rischi per la salute nel lungo periodo

Il sovrappeso e l'obesità in età adolescenziale sono noti fattori di rischio per condizioni croniche come diabete di tipo 2, ipercolesterolemia, ipertensione e sindrome metabolica.

"Un maggiore consumo di alimenti ultraprocessati è collegato a un aumento sostanziale del rischio di sovrappeso e obesità negli adolescenti, evidenziando la necessità di interventi precoci sulla dieta", osservano gli autori, sottolineando anche che migliorare l'alimentazione in questa fase della vita è cruciale per la salute futura e per contenere i costi sanitari legati all'obesità .

I limiti dello studio

Gli autori precisano tuttavia che, trattandosi di studi osservazionali, non è possibile stabilire un rapporto causale diretto. Inoltre, esistono differenze tra gli studi nelle modalità di misurazione sia del consumo di alimenti ultraprocessati sia degli indicatori di obesità . Secondo i ricercatori, le politiche di sanità pubblica dovrebbero puntare a ridurre il consumo di questi alimenti tra i giovani attraverso educazione nutrizionale, interventi normativi e promozione di diete basate su cibi meno processati e più ricchi di nutrienti. 



Wed, 15 Apr 2026 02:06:00 GMT
Salute, Komposer
Svolta per l'Alzheimer: diagnosi precoce con un test del sangue

AGI - Un semplice esame del sangue può prevedere la progressione della malattia di Alzheimer anni prima della comparsa dei sintomi o dei cambiamenti rilevabili tramite scansione cerebrale. A suggerirlo uno studio, pubblicato sulla rivista 'Nature Communications', condotto dagli scienziati del Mass General Brigham Neuroscience Institute e del Broad Institute presso il Massachusetts Institute of Technology.

Lo studio e i partecipanti

Il team, guidato da Hyun-Sik Yang, ha seguito 317 anziani cognitivamente sani partecipanti all'Harvard Aging Brain Study (Habs) per una media di otto anni. I partecipanti, di età compresa tra 50 e 90 anni, sono stati sottoposti a esami del sangue per la misurazione della proteina tau fosforilata 217 (pTau217), a ripetute scansioni Pet per amiloide e tau e a test cognitivi a lungo termine.

Gli obiettivi della ricerca

I ricercatori hanno esaminato se i livelli basali e le variazioni dei livelli di pTau217 fossero predittivi del futuro accumulo di amiloide, dell'accumulo di tau (l'accumulo anomalo di proteine tau mal ripiegate all'interno dei neuroni cerebrali) e del declino cognitivo.

I risultati

Gli scienziati hanno scoperto che livelli più elevati di pTau217 predicevano un accumulo più rapido della patologia, anche se le scansioni cerebrali apparivano normali. È importante sottolineare che i partecipanti con bassi livelli di pTau217 all'inizio dello studio avevano una probabilità molto bassa di accumulare quantità significative di beta-amiloide nelle loro scansioni Pet nel corso di molti anni di follow-up.

Le prospettive

Questo approccio consentirebbe diagnosi più semplici e precoci. "Abbiamo scoperto - spiega Yang - che la proteina pTau217 può essere rilevata anni prima, ben prima che appaiano anomalie evidenti nelle scansioni Pet per l'amiloide. È ovviamente troppo presto per raccomandare il test a livello clinico, ma speriamo che i nostri risultati possano servire come strumento di screening scalabile per le sperimentazioni cliniche volte alla prevenzione della malattia di Alzheimer". 



Sat, 11 Apr 2026 09:15:04 GMT
Salute, Komposer
Nuovi geni legati alla SLA: svolta dalla ricerca

AGI - Uno studio internazionale a cui hanno partecipato anche l'Università Statale di Milano, l'Irccs Istituto Auxologico Italiano e il Centro Dino Ferrari, ha individuato nuove varianti genetiche rare che potrebbero essere associate a un rischio maggiore di sviluppare la Sclerosi Laterale Amiotrofica (Sla).

Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista Nature Genetics.

Il ruolo della genetica nella malattia

La Sla può avere una componente genetica e si ritiene che, in molti casi, il rischio sia influenzato da varianti genetiche rare, spesso con effetti non completamente determinanti.

Un ampio studio su dati genetici

Per studiare queste varianti, i ricercatori hanno analizzato uno dei più ampi dataset di sequenziamento dell'esoma (cioè la parte di DNA che attraverso appositi test permette di diagnosticare malattie genetiche rare o complesse) disponibili ad oggi, comprendente 13.138 persone con SLA e 69.775 controlli, con una successiva analisi di conferma su 4.781 pazienti e 130.928 controlli.

Lo studio è frutto della collaborazione di numerosi gruppi di ricerca internazionali, a cui hanno partecipato anche Vincenzo Silani, docente della Statale di Milano e direttore del Dipartimento di Neuroscienze/Laboratorio di Neuroscienze dell'Irccs Istituto Auxologico Italiano, assieme a Nicola Ticozzi, professore associato di Neurologia dell'ateneo milanese e direttore della U.O. di Neurologia di Auxologico, entrambi del Centro Dino Ferrari. "L'analisi congiunta dei dati provenienti da 22 coorti ha permesso di ottenere risultati solidi e confrontabili" spiega Ticozzi.

I risultati: geni confermati e nuovi candidati

"I dati confermano in gran parte le conoscenze già acquisite sulla genetica della SLA e suggeriscono anche nuovi possibili geni associati alla malattia. In particolare, i geni YKT6 e ARPP21 - continua - mostrano associazioni significative sia nella fase iniziale dello studio sia in quella di conferma. Altri geni, tra cui KNTC1, HTR3C e GBGT1, risultano di interesse ma richiedono ulteriori studi per essere meglio compresi".

Nuove ipotesi sui meccanismi biologici

Silani aggiunge: "L'analisi evidenzia inoltre un possibile coinvolgimento di geni legati ai processi di splicing dell'RNA e segnala alcuni geni candidati, come CAPN2, UNC13C, KIF4A e TTC3, che condividono caratteristiche con geni gia' noti nella SLA. Questi risultati contribuiscono a migliorare la comprensione dei meccanismi biologici della malattia, ma non hanno al momento un impatto diretto sulla pratica clinica".

Lo studio rafforza l'idea che la SLA sia una malattia geneticamente complessa, in cui diversi fattori contribuiscono al rischio individuale. La partecipazione a grandi studi collaborativi internazionali come quello pubblicato ora, secondo i ricercatori, e' fondamentale per progredire nella comprensione della malattia e, nel lungo periodo, per favorire lo sviluppo di nuove strategie diagnostiche e terapeutiche. 



Fri, 10 Apr 2026 02:30:00 GMT
Salute
Rischio tumori più alto per quelli che non si sono mai sposati

AGI - Gli adulti che non si sono mai sposati presentano un rischio significativamente più elevato di sviluppare tumori rispetto a chi è o è stato sposato. È quanto emerge da un ampio studio statunitense su oltre 4 milioni di casi, guidato da Paulo Pinheiro presso la University of Miami Miller School of Medicine e pubblicato su Cancer Research Communications. L'analisi, basata su dati raccolti tra il 2015 e il 2022 in 12 Stati Usa, ha confrontato l'incidenza dei tumori tra persone mai sposate e persone sposate, divorziate o vedove.

I risultati mostrano un aumento del rischio per quasi tutti i principali tipi di cancro, con differenze particolarmente marcate per quelli prevenibili, come i tumori legati a infezioni, fumo e fattori riproduttivi. In termini quantitativi, gli uomini che non si sono mai sposati risultano circa il 70% più a rischio rispetto agli uomini sposati, mentre per le donne il rischio è più alto dell'85% rispetto alle donne che sono o sono state sposate. In alcuni casi specifici, le differenze sono ancora più evidenti: ad esempio, tra gli uomini mai sposati il tasso di tumore anale è circa cinque volte superiore, mentre tra le donne mai sposate il tumore cervicale è quasi tre volte più frequente.

Fattori che influenzano il rischio

Secondo gli autori, queste differenze potrebbero riflettere fattori come maggiore esposizione a infezioni (ad esempio HPV), minore accesso a screening e prevenzione, oppure differenze negli stili di vita. Per alcuni tumori femminili, come quello ovarico o endometriale, potrebbe giocare un ruolo anche la maternità , più comune tra le persone sposate. "Questi risultati suggeriscono che fattori sociali come lo stato civile possono rappresentare importanti indicatori del rischio di cancro a livello di popolazione", spiega Pinheiro.

Associazione e prevenzione

Tuttavia, i ricercatori sottolineano che lo studio mostra un'associazione e non un rapporto di causa-effetto: sposarsi non "protegge" direttamente dal cancro. Il coautore Frank Penedo evidenzia che il dato può essere utile per la prevenzione: le persone non sposate dovrebbero prestare maggiore attenzione ai fattori di rischio, aderire agli screening e mantenere controlli regolari. Lo studio conferma inoltre che il matrimonio è già associato a diagnosi più precoci e migliori esiti clinici, probabilmente grazie a reti di supporto sociale più solide, maggiore stabilità economica e migliore aderenza alle terapie. Le associazioni risultano più forti nelle persone sopra i 50 anni e variano anche in base a sesso e gruppo etnico. Ad esempio, gli uomini neri non sposati mostrano i tassi più elevati, mentre tra gli uomini neri sposati si osservano tassi inferiori rispetto agli uomini bianchi sposati, suggerendo un possibile effetto protettivo particolarmente marcato del matrimonio in alcuni gruppi.

Limiti dello studio e prospettive future

Tra i limiti, gli autori segnalano che fattori come stile di vita e integrazione sociale possono influenzare sia la probabilità di sposarsi sia il rischio di cancro. Inoltre, lo studio non include persone non sposate ma in relazioni stabili. Nel complesso, il lavoro indica che lo stato civile può essere un importante indicatore di rischio da considerare nelle strategie di prevenzione oncologica, anche se saranno necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi alla base di questa associazione.



Wed, 08 Apr 2026 09:26:33 GMT
Salute, Komposer
Celiachia, perché il bacio non trasmette il glutine

AGI - Il glutine può essere trasferito attraverso un bacio, ma in quantità  molto basse e generalmente sicure, ulteriormente riducibili con semplici accorgimenti. È il risultato di uno studio pubblicato sulla rivista Gastroenterology, condotto da un team di ricercatori guidato da Anne R. Lee della Columbia University, che ha quantificato per la prima volta il trasferimento di glutine tra partner durante un bacio.

Cos'è la celiachia

La celiachia è una malattia autoimmune che interessa circa l'1% della popolazione e richiede una dieta rigorosamente priva di glutine per evitare danni intestinali. La possibilità di esposizioni accidentali, anche in contesti sociali o relazionali, rappresenta una fonte di ansia per molti pazienti. Per indagare questo aspetto, i ricercatori hanno coinvolto 10 coppie composte da un partner celiaco e uno non celiaco. Lo studio ha valutato il trasferimento di glutine attraverso baci con scambio di saliva, dopo che il partner non celiaco aveva consumato 10 cracker contenenti glutine.

Sono stati testati due scenari

Uno con un intervallo di cinque minuti prima del bacio e un altro in cui il partner non celiaco beveva circa 120 millilitri d'acqua subito dopo aver mangiato. I risultati indicano che nel 90% dei campioni analizzati i livelli di glutine nella saliva erano inferiori a 20 parti per milione (ppm), soglia considerata sicura per i prodotti "gluten free". Solo due casi su venti hanno superato questo limite, ma anche in queste situazioni la quantità totale ingerita è risultata trascurabile. Inoltre, nessun campione ha superato i 20 ppm quando il partner non celiaco aveva bevuto acqua prima del bacio.

In circa il 60% dei casi, i livelli di glutine erano addirittura non rilevabili (inferiori a 5 ppm). Questo suggerisce che semplici misure preventive possono ridurre ulteriormente il rischio. Questi dati offrono indicazioni rassicuranti per le persone con celiachia, mostrando che il rischio di esposizione attraverso il bacio e' molto limitato. I risultati contribuiscono a ridimensionare alcune preoccupazioni legate alla vita quotidiana e alle relazioni interpersonali, fornendo una base scientifica per raccomandazioni pratiche.



Wed, 08 Apr 2026 03:51:42 GMT
Salute, Komposer
Nuovi anticorpi monoclonali contro il morbillo

AGI - Nuovo passo avanti nello sviluppo di terapie contro il morbillo: il Vanderbilt Center for Antibody Therapeutics ha firmato un accordo con Saravir Biopharma per sviluppare anticorpi monoclonali umani destinati alla prevenzione e al trattamento dell'infezione.

L'intesa riguarda anticorpi isolati nel laboratorio di James Crowe Jr., esperto internazionale nello studio di patogeni virali.

L'aumento dei casi in Usa tra il 2025 e il 2026

L'iniziativa arriva in un contesto di crescente preoccupazione sanitaria. Dopo anni di controllo grazie ai vaccini, i casi di morbillo stanno tornando ad aumentare: negli Stati Uniti sono stati registrati oltre 2.200 casi nel 2025 e più di 1.500 nei primi mesi del 2026.

Una soluzione per i soggetti fragili

Il virus, altamente contagioso, rappresenta un rischio significativo soprattutto per persone vulnerabili, come immunodepressi e donne in gravidanza, che non possono ricevere il vaccino vivo attenuato. Secondo i dati preclinici, non ancora pubblicati, gli anticorpi sviluppati sono in grado di neutralizzare il virus e prevenire l'infezione in diversi modelli animali.

L'obiettivo è offrire una soluzione alternativa per chi non può beneficiare della vaccinazione o non sviluppa una risposta immunitaria adeguata.

Nuove strategia di difesa

La terapia dovrà ora affrontare le fasi di sperimentazione clinica sull'uomo, un percorso generalmente lungo ma che potrebbe essere accelerato alla luce dell'aumento dei casi. I ricercatori sottolineano che il vaccino resta lo strumento principale di prevenzione, ma evidenziano la necessità di affiancarlo con nuove strategie terapeutiche per contenere eventuali focolai.

Se confermati negli studi clinici, questi anticorpi potrebbero rappresentare una nuova linea di difesa contro il morbillo, contribuendo a proteggere le fasce più fragili della popolazione e a limitare la diffusione della malattia.



Wed, 08 Apr 2026 02:17:00 GMT
Salute
Il long Covid aumenta rischio di malattie cardiovascolari

AGI - Le persone con Covid-19 prolungato presentano un rischio significativamente più elevato di sviluppare malattie cardiovascolari, anche senza essere state ricoverate durante la fase acuta dell'infezione: è quanto emerge da uno studio guidato da Pia Lindberg del Karolinska Institutet, pubblicato sulla rivista scientifica eClinicalMedicine.

L'analisi, condotta su oltre 1,2 milioni di individui, evidenzia un aumento consistente di eventi cardiovascolari nel lungo periodo.

I dati: incidenza raddoppiata

Tra i circa 9mila soggetti con diagnosi di long Covid inclusi nello studio, il rischio di sviluppare patologie cardiovascolari è risultato nettamente superiore rispetto alla popolazione senza la condizione. Durante un follow-up di circa quattro anni, eventi cardiovascolari si sono verificati nel 18,2% delle donne e nel 20,6% degli uomini con long Covid, contro rispettivamente l'8,4% e l'11,1% nei gruppi di controllo.

Anche dopo aver corretto i dati per fattori come età condizioni socioeconomiche e altri rischi noti, le differenze restano marcate.

Differenza di genere e patologie più frequenti

Le donne con long Covid presentano un rischio più che doppio di ricevere una diagnosi cardiovascolare rispetto alle donne senza la condizione, mentre negli uomini l'aumento del rischio è di circa un terzo. Lo studio evidenzia in particolare un aumento di aritmie cardiache e coronaropatie in entrambi i sessi. Nelle donne si osserva inoltre una maggiore incidenza di insufficienza cardiaca e malattie vascolari periferiche, mentre non è emersa una chiara associazione con l'ictus.

Monitoraggio necessario anche per i giovani

"Abbiamo rilevato che alcune patologie cardiovascolari sono più frequenti nei pazienti con long Covid, anche in individui relativamente giovani e precedentemente sani", afferma Pia Lindberg. I ricercatori sottolineano che molti pazienti con Covid prolungato non sono mai stati ospedalizzati, con il rischio che eventuali complicanze non vengano individuate tempestivamente.

"I risultati indicano la necessità i un monitoraggio più sistematico e strutturato, tenendo conto anche delle differenze di genere", aggiunge Lindberg. Il lavoro, realizzato in collaborazione con diverse istituzioni svedesi tra cui l'Università di Uppsala e l'Ospedale universitario Karolinska, evidenzia l'importanza di considerare il long Covid come un possibile fattore di rischio cardiovascolare a lungo termine, con implicazioni per la gestione clinica e la prevenzione.