Sat, 04 Apr 2020 06:47:12 GMT

Dopo il coronavirus, 8 pazienti su 10 perdono l'olfatto

Circa l'80% dei pazienti con diagnosi di Covid-19 perde completamente l'olfatto e una percentuale ancora più elevata (88%) soffre di un certo grado di alterazione del gusto. E' quanto emerge dal primo studio pubblicato finora sulla presenza di questi sintomi in pazienti con infezione da coronavirus lieve o moderata.

Le conclusioni dello studio sono state pubblicate sull'European Archives of Oto-Rhino-Laryngology e sono state condotte dal gruppo Young Investigators della International Federation of Otorhinolaryngology Societies (Yo-Ifos), con il sostegno della Società Spagnola per Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico Facciale (Seorl-Ccc) e altre società europee.

In totale, sono stati analizzati 417 pazienti provenienti da 12 ospedali in 4 diversi paesi (Spagna, Belgio, Francia e Italia). Tra le conclusioni, emerge che il 79% dei pazienti analizzati non presentava sintomi come ostruzione nasale o naso che cola, sintomi comunemente associati ad altre infezioni virali a livello nasale.

E' inoltre significativa la maggiore propensione delle donne a soffrire di alterazioni dell'olfatto. Per quanto riguarda il gusto, l'88 percento dei pazienti ha riscontrato difficoltà nell'identificare aromi diversi come dolce, salato o amaro.

Come spiegato dal dottor Carlos M. Chiesa, coordinatore del gruppo di ricerca, i dati clinici provenienti dal continente asiatico hanno evidenziato come sintomi frequenti febbre, tosse, mancanza di respiro, secrezioni spesse, dolori muscolari o articolari, diarrea, mal di testa, mal di gola o naso che cola.

"Tuttavia, abbiamo visto come la diffusione di Covid-19 in Spagna e in Europa sia stata accompagnata da due nuovi sintomi come l'alterazione del senso dell'olfatto e del gusto", ha spiegato.

Fino ad ora, sono state descritte solo alterazioni dell'olfatto associate all'infezione da altri virus, come il virus Epstein-Barr, la parainfluenza, il rinovirus o persino altri virus della famiglia dei coronavirus.

Esistono diverse ipotesi che potrebbero spiegare perché i pazienti nel continente europeo con il Covid-19 abbiano sviluppato sintomi o cambiamenti sensoriali nell'area del naso e della gola.

Questi includono la predisposizione alla malattia di alcuni individui o le mutazioni genetiche subite dal virus recentemente descritte da ricercatori italiani, ha sottolineato Pablo Parente, coordinatore del gruppo di lavoro sul Covid-19 e direttore delle relazioni internazionali al Seorl-Ccc.

Al momento, i risultati sono preliminari e non consentono ancora di comprendere appieno il significato di questo sintomo nella malattia o la percentuale di pazienti che sono riusciti a recuperare. "Tuttavia, il loro monitoraggio ci aiuterà

a raccogliere una maggiore quantita' di dati per offrire informazioni corrette e verificate ai nostri pazienti", ha affermato il dottor Christian Calvo.

 



Fri, 03 Apr 2020 11:29:00 GMT

Il coronavirus può quindi essere diffuso dal semplice respiro?

Secondo un gruppo prestigioso di esperti, incaricato di una relazione sul Covid-19 per la Casa Bianca, la trasmissione del virus è  possibile non solo attraverso starnuti o tosse ma anche solo parlando o, forse, persino respirando. Questo apre nuove scenario anche per l'utilizzo delle mascherine. E l'ex direttore dell'Oms, David Heymann, ha confermato alla Bbc che è  in un corso una valutazione sulle direttive per le mascherine.

"Mentre l'attuale ricerca specifica sul coronavirus è limitata, i risultati degli studi disponibili sono coerenti con la trasmissione aerea del virus dalla respirazione normale", si legge nella relazione scritta da Harvey Fineberg, presidente di un comitato composto con la National Academy of Sciences ed ex preside della Harvard School of Public Health, e indirizzata al comitato della Casa Bianca. Secondo i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie, il virus si diffonde da persona a persona quando le persone si trovano a meno di due metri l'una dall'altra "attraverso goccioline respiratorie prodotte quando una persona contagiata tossisce o starnutisce".

È vero - ha confermato Fineberg - la ricerca dimostra che anche le gocce aerosolizzate prodotte parlando o forse anche solo respirando possono diffondere il virus. La sua lettera alla Casa Bianca spiega che una ricerca in un ospedale in Cina mostra che il virus può  essere sospeso nell'aria quando i medici e gli infermieri rimuovono gli equipaggiamenti protettivi, o quando i pavimenti vengono puliti o quando il personale si sposta.

Una ricerca dell'Università del Nebraska mostra che materiale genetico proveniente dal virus è  stato trovato nelle stanze dei pazienti a più  di un metro di distanza da loro, si legge ancora nella lettera. Fineberg ha affermato che è  possibile che goccioline di coronavirus in aria possono restare sospese e potenzialmente contagiare altri che arrivano in un secondo momento. L'osservazione rimette in discussione anche l'uso delle mascherine, fino a qualche giorno fa per l'Oms le raccomandava solo ai malati e a chi si prende cura di loro. 

Fineberg ha invece affermato che la indosserà  quando si recherà al supermercato. "Non indosserò  una mascherina chirurgica, perché  i medici ne hanno bisogno", ha dichiarato Fineberg. "Ma ho una bella bandana in stile occidentale che potrei indossare. Ho delle opzioni piuttosto carine", ha spiegato elencato tra le ipotesi una specie di passamontagna per coprire naso e bocca.

Anthony Fauci, super consulente della Casa Bianca sul coronavirus, ha dichiarato che è in corso di approfondita valutazione l'idea di raccomandare un ampio uso di mascherine negli Stati Uniti per prevenire la diffusione del Covid-19. Un gruppo di consulenti dell'Oms valuterà la distanza a cui si può  propagare il virus e di conseguenza la necessità  o meno di usare le mascherine.

Il presidente del gruppo, David Heymann, ex direttore dell'Oms, ha dichiarato alla Bbc News che la nuova ricerca potrebbe portare a un cambiamento nei consigli sulle mascherine. "L'Oms sta riaprendo la discussione esaminando le nuove prove per vedere se ci debba essere un cambiamento nel modo in cui consigliare le mascherine".

Nei giorni scorsi, il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della Sanità , Tedros Adhanom Ghebreyesus, aveva riconosciuto la presenza di "un dibattito sull'uso della mascherine", confermando tuttavia che l'Oms "le raccomanda per le persone malate e per chi si prende cura di loro".

"In queste circostanze, le mascherine sono efficaci solo se combinate con altre misure protettive. L'Oms continua a raccogliere tutte le prove disponibili e continua a valutare l'uso potenziale delle mascherine in modo più  ampio per controllare la trasmissione di Covid-19 a livello di comunità ", ha spiegato. "Stiamo continuando a studiare le prove sull'uso delle mascherine. La priorità dell'Oms è che gli operatori sanitari in prima linea siano in grado di accedere a dispositivi di protezione individuale essenziali, tra cui mascherine e respiratori medici", ha aggiunto.



Fri, 03 Apr 2020 05:01:36 GMT

"Cautela con i test sierologici, non sono ancora affidabili"

Per molti sono il futuro, anzi il presente: i laboratori privati sono pronti a partire a tappeto, Veneto e Lombardia aspettano solo il via libera, il Governo si aspetta risposte dai suoi scienziati per poter programmare la ripartenza, superando i ben più complessi tamponi. Ma I test sierologici, in grado di individuare in tempi rapidi se c'è stata risposta immunitaria a un'infezione (in questo caso ovviamente al coronavirus), e quindi non solo a stabilire chi è malato ma anche chi lo è stato, sono ancora inaffidabili, perchè troppe variabili sono ancora poco note sulla reazione del nostro organismo al virus. È la posizione dell'associazione microbiologi clinici (Amcli), che in un documento lancia l'allarme sull'attendibilità dei test, considerando rischioso al momento utilizzarli a fini clinici.

"La diagnostica molecolare è l'unico metodo, al momento, raccomandato per l'identificazione dei casi infettivi", sottolineano gli esperti. Mentre "i test sierologici (per la rilevazione anticorpale o antigenica) saranno destinati a rivestire un ruolo importante nella ricerca e nella sorveglianza ma non sono, ad oggi, affatto raccomandati per l'individuazione dei casi".

Domande senza risposta

Soprattutto perché ci sono molte domande ancora senza risposta: "I test che rilevano la presenza di antigeni virali sono in grado di individuare in modo elettivo e sistematico il virus, o possono determinare risultati falsamente negativi?", si chiedono i microbiologi. "Esistono cross-reazioni con altri Coronavirus, responsabili di patologie diffuse e benigne, tali da determinare risultati falsamente-positivi?".

E ancora: "A che distanza dalla comparsa dei sintomi è possibile identificare IgM nel siero dei pazienti? Per quanto tempo le IgM specifiche perdurano (IgM-positivo significa infezione recente o passata)?; Quando compaiono le IgG specifiche dopo la comparsa dei sintomi e a che distanza dalla scomparsa delle IgM (sieroconversione)?; Per quanto tempo le IgG specifiche perdurano nel tempo?; la presenza di IgM o IgG specifiche è sinonimo di protezione (attività neutralizzante)?

Pare evidente - sottolinea Amcli - che le risposte a tali quesiti non sono affatto di poco conto: il loro chiarimento serve a non fraintenderne il risultato, a condizione di rispondere correttamente ai quesiti diagnostici: la persona che ho davanti ha o non ha il virus SARS CoV-2? oppure ha un altro Coronavirus diverso da SARS CoV-2? è o non è guarita? è o non è in grado di infettare ancora i suoi contatti? È evidente che non si può correre il rischio di dare risposte errate, non interpretabili o di incerta interpretazione. D'altra parte i test di laboratorio che si utilizzano per la diagnosi di tutte le malattie infettive sanno rispondere a queste domande, e sono utilizzati solo quando a queste domande sanno effettivamente dare risposta". 

I metodi di rilevazione

?Sono, ad oggi, disponibili test che utilizzano, per la rilevazione di anticorpi anti-SARS CoV-2, metodi in chemiluminescenza, in EIA ed in immunocromatografia: i primi due, quantitativi, comportano che siano effettuati in laboratorio; "il terzo, qualitativo – definibile “rapido” (tempi di risposta di circa 15 minuti) – potrebbe essere utilizzato anche in situazioni di reale emergenza, al di fuori del laboratorio. Questi ultimi sono però gravati da sensibilità e specificità variabile (in particolare per IgM) e sono assolutamente “operatore-dipendente” nella loro interpretazione, oltre a consentire una gestione assolutamente incontrollata del loro utilizzo se fossero licenziati per un utilizzo anche extra-ospedaliero".

Il censimento dei test sierologici disponibili sul mercato mondiale annovera prodotti di più di 100 aziende, di molte delle quali è difficile, sottolineano tuttavia gli esperti, identificare produttore e distributore. "Le conoscenze attuali – fatti salvi alcune casistiche assai limitate e alcuni case report, certamente interessanti ma ancora solo aneddotici – confermano che la cinetica anticorpale del virus SARS CoV-2 è sconosciuta, sia in fase iniziale di COVID-19, sia in fase conclamata sia, da ultimo, dopo la risoluzione clinica della malattia".

"Alcuni dati preliminari indicano che la comparsa degli anticorpi (IgM, IgG ed IgA) si sviluppa dopo diversi giorni dall'infezione (7-14, mediamente 10, tanto che sembrerebbe che solo il 20% dei soggetti malati presenti anticorpi dopo 4 giorni), che la positività non è rilevabile in tutti i pazienti ricoverati e che i dati (ancora pochi) nei pazienti clinicamente guariti non sono interpretabili", prosegue l'associazione, "d'altra parte, dati di sieroprevalenza effettuati nei confronti del virus SARS hanno confermato la positività per IgG specifiche per un tempo limitato (2 anni), cui ha fatto seguito – a far corso dal terzo anno – dalla negativizzazione, lasciando immaginare la possibilità di reinfezioni dopo tale periodo dall'esposizione. D'altra parte, non sono neppure note le performance analitiche dei singoli kit diagnostici disponibili in commercio, la cui variabilità è verosimilmente estesa e comunque, certamente, da valutare".

Quindi, in conclusione, "se i metodi biomolecolari si confermano ancora oggi fondamentali quali test diagnostici (meno per finalità epidemiologiche), quelli sierologici potranno essere utilizzati massimamente per valutazioni di sieroprevalenza (per le quali le tecnologie biomolecolari non risultano appropriate) e meno – se non in associazione sulla base di precisi e rigorosi algoritmi diagnostici – a fini clinici". 



Mon, 30 Mar 2020 11:11:16 GMT

Le complicanze causate dal virus nei malati di diabete

Le persone con diabete non hanno un rischio maggiore di contrarre il covid-19, ma hanno invece maggiori probabilità di sviluppare complicanze se si ammalano. È questo il messaggio contenuto in una lettera pubblicata sul Journal of Endocrinological Investigation da un gruppo di ricercatori dell'Università di Padova, autori di uno studio che aiuta a fare chiarezza su uno dei temi più sentiti tra le persone con diabete. 

In questi giorni i centralini delle società scientifiche di diabetologia sono sommersi di chiamate da parte di persone con diabete, spaventate rispetto al loro rischio contagio. Anche per questo motivo nei giorni scorsi le principali società scientifiche (Sid, Amd e Sie), hanno deciso di istituire un numero verde per dare risposte qualificate alle persone con diabete. E ora si aggiunge anche una nuova notizia rassicurante sul versante scientifico. I ricercatori padovani hanno dimostrato che le persone con diabete non sono ad aumentato rischio di infezione da Covid-19, ma i pazienti che contraggono l'infezione sono a maggior rischio di complicanze.  

I ricercatori dell'ateneo patavino hanno effettuato una metanalisi, combinando i dati riportati in 12 studi cinesi (su un totale di 2108 pazienti) e alcuni dati preliminari italiani. I risultati di questo studio evidenziano che, tra quanti avevano contratto l'infezione, la percentuale di soggetti affetti da diabete non era superiore rispetto alla prevalenza del diabete nella popolazione generale.

Pertanto, il diabete non sembra esporre ad un rischio aumentato di contrarre l'infezione da nuovo coronavirus. Le persone con diabete hanno normalmente un rischio maggiore di sviluppare complicazioni nel corso di qualunque malattia acuta, infezioni comprese. I risultati di questo studio confermano questa regola generale.

Tra le persone con infezione da Covid-19 con decorso sfavorevole, la prevalenza di persone con diabete è risultata maggiore. Quindi, in caso di infezione, le persone con diabete presentano, come atteso, un maggior rischio di complicanze. Va comunque sottolineato che i pazienti con andamento peggiore erano mediamente molto anziani e affetti anche da altre patologie. Pertanto, al momento, non è possibile stabilire quale sia il reale contributo del diabete nel determinare la prognosi dell'infezione da nuovo coronavirus e quali possano essere i meccanismi coinvolti.

Gli autori dello studio concludono dunque che "il diabete non aumenta il rischio di infezione da SARS-CoV-2, ma i medici devono essere a consapevoli del fatto che una maggiore attenzione va posta ai pazienti diabetici durante l'infezione".

"Questo studio – commentano Francesco Purrello, presidente della Società italiana di diabetologia, Paolo Di Bartolo, presidente dell'Associazione medici diabetologi, e Francesco Giorgino, presidente della Società italiana di endocrinologia – aiuta a fare chiarezza rispetto al tema diabete e Covid-19 che sta ingenerando grande preoccupazione tra le persone affette da questa condizione cronica (in Italia 4 milioni). I risultati dimostrano chiaramente che le persone con diabete non sono ad aumentato rischio di contagio. Devono tuttavia essere prudenti, come e più del resto della popolazione, e seguire scrupolosamente le misure di prevenzione più volte ribadite dal ministero della Salute e dall'Istituto superiore di sanità : distanziamento sociale – cioè stare a casa per quanto possibile, mantenere la distanza di almeno un metro dalle altre persone, stare lontani da persone con sintomi respiratori (tosse, starnuti) – e lavare (o disinfettare) frequentemente le mani. Nel caso in cui una persona con diabete contragga l'infezione da Covid-19, i medici dovranno vigilare con maggiore attenzione, per gestire l'aumentato rischio di complicanze alle quali questa popolazione risulta esposta". 

 



Mon, 30 Mar 2020 04:42:45 GMT

Speranze da un vecchio farmaco antimalarico: "In laboratorio funziona contro il virus"

Nuove speranze contro il coronavirus potrebbero venire da un vecchio farmaco. Al laboratorio di virologia del San Raffaele di Milano sono stati condotti test in laboratorio su Plaquenil, farmaco in uso da quasi 70 anni contro la malaria. E i test hanno dato risultati oggettivamente incoraggianti. Lo ha annunciato sul suo sito Medical Facts il virologo Roberto Burioni.

Nel 2005, ricorda Burioni, "alcuni ricercatori statunitensi si sono accorti" che l'antimalarico "aveva in laboratorio una forte attività antivirale contro il coronavirus responsabile della SARS, sparito nel 2004. Siccome l'attività antivirale era diretta contro un virus non più esistente la notizia era passata inosservata. Naturalmente quando è saltato fuori questo nuovo virus, cugino di quello della SARS, molti hanno pensato di utilizzare il Plaquenil per curare questa infezione".

L'efficacia di questa terapia non è ancora chiara e non sono neanche chiari i meccanismi attraverso i quali il Plaquenil infastidisce la replicazione virale. E siccome fare gli esperimenti sulle persone è sicuramente più complicato, spiega il virologo, "molti ricercatori hanno pensato di studiare l'effetto del Plaquenil sul nuovo coronavirus in laboratorio, tra questi noi. Per studiare un virus in laboratorio bisogna prenderlo e metterlo a contatto con cellule nelle quali si possa replicare: in generale l'effetto è la loro completa distruzione. Dunque: abbiamo preso il coronavirus e l'abbiamo messo a replicare, aggiungendo una quantità di Plaquenil abbondantemente raggiungibile nel polmone dopo la somministrazione del farmaco".

 ?"Però - aggiunge Burioni - abbiamo esplorato non una, ma tre possibilità . Nella prima abbiamo aggiunto il Plaquenil DOPO l'infezione delle cellule con il virus, simulando la situazione in cui si troverebbe un paziente se il farmaco gli venisse somministrato al momento della diagnosi, quando è già infettato. Poi abbiamo provato ad aggiungerlo solo PRIMA dell'infezione delle cellule, simulando l'uso del Plaquenil in profilassi. E poi abbiamo fatto anche un terzo tentativo: l'abbiamo aggiunto sia PRIMA che DOPO l'infezione delle cellule, simulando una somministrazione continuativa del farmaco". I risultati sono stati che l'esito nettamente migliore per le cellule infettate si è avuto con il farmaco somministrato prima e dopo l'infezione.

"Chiaramente questo non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza - aggiunge il virologo - i dati che abbiamo ottenuto suggeriscono che una sperimentazione clinica di questo farmaco dovrebbe essere svolta somministrando il farmaco non solo quando il paziente sta già male, ma già prima dell'infezione agli individui che sono a maggior rischio. Non correte a comprare il Plaquenil e non assumetelo di testa vostra - raccomanda - mentre l'efficacia non è ancora certa, gli effetti collaterali del farmaco sono comunque possibili. In ogni caso, però , se uno studio clinico riuscisse a confermare che il Plaquenil è utile nel modo in cui questo studio suggerisce, ovvero associando profilassi e terapia, avremmo fatto un passo verso il ridimensionamento di questo virus. Un passo che, per esempio, potrebbe rappresentare una protezione in più per tutti i colleghi in primissima linea nella gestione clinica de pazienti infetti. Quanto grande sarà questo passo non possiamo saperlo, ma è di questi passi che è fatto il ritorno alla vita normale. Vorrei qui ringraziare – oltre a Massimo Clementi che coordina tutto il laboratorio – anche Nicasio Mancini e Nicola Clementi che hanno diretto il gruppo di giovanissimi ricercatori che ha svolto questo lavoro: Elena Criscuolo, Roberta Antonia Diotti, Roberto Ferrarese e Matteo Castelli. Perché fare gli esperimenti con questo virus non è una cosa da poco: bisogna maneggiarlo, e maneggiare un virus potenzialmente letale è cosa che significa letteralmente rischiare la vita mentre si fanno gli esperimenti". 



Wed, 25 Mar 2020 17:03:00 GMT

Esiste un modo per farsi visitare online dal medico 

Una piattaforma digitale gratuita che mette in comunicazione da remoto i professionisti della sanità con i pazienti e che consente di effettuare video appuntamenti: uno spazio progettato per i chi ha bisogno di continuare ad avere accesso all'assistenza sanitaria.

Sullo sfondo l'emergenza Coronavirus e gli obblighi imposti per arginare il contagio. La piattaforma si chiama Care Connect, l'ha sviluppata KRY, un'azienda svedese nata nel 2015 che si occupa di sanità digitale. La piattaforma da ieri è disponibile anche in Italia (dopo Francia, Germania, UK, Svezia e Norvegia), proprio nel giorno in cui il Ministero dell'Innovazione ha invitato enti ed organizzazioni pubbliche e private a sottoporre soluzioni tecniche di tele assistenza per pazienti, sia per patologie legate al Covid-19, sia per altre patologie di carattere cronico. 

1,6 milioni gli appuntamenti digitali

Basata a Stoccolma, fondata da Fredrik Jung Abbou, Joachim Hedenius, Johannes Schildt, Josefin Landgĺrd, KRI ha raccolto dalla sua costituzione 219 milioni di euro di finanziamenti, grazie al sostegno di investitori tecnologici europei, come Index Ventures, Accel e Creandum. La compagnia dichiara che la piattaforma ha fornito dal suo lancio 1,6 milioni gli appuntamenti digitali ai medici in tutta Europa. La società "lavora in partnership con le autorità sanitarie nazionali e locali per fornire capacità aggiuntive ai servizi di assistenza primaria - ha spiegato il CEO Johannes Schildt - nel Regno Unito, ad esempio, lavoriamo con diversi gruppi di Commissione per l'assistenza sanitaria nazionale (NHS Care Commissioning Group) per fornire cure primarie "digital first" a 3 milioni di pazienti. In risposta diretta a COVID-19, offriamo gratuitamente il nostro servizio".

Il caso Italia

L'Italia è uno dei paesi più colpiti dalla pandemia e con un numero sempre maggiore di pazienti in auto-isolamento. Per Johannes Schildt la piattaforma, "completamente criptata" in termini di tutela dei dati sensibili, ha l'obiettivo di "soddisfare la crescente domanda dei pazienti di avere un servizio di consulenza e guida sanitaria a distanza e non pesare ulteriormente sugli operatori sanitari, ora più che mai, sotto pressione. L'uso della piattaforma va anche beneficio dei medici che hanno bisogno di continuare a vedere i loro pazienti da remoto, offrendo un'opzione semplice e sicura come i video appuntamenti, senza costi aggiuntivi. L'estensione del nostro servizio in Italia - ha spiegato - è un passo ovvio. È urgente che i medici continuino a visitare i pazienti, sia che siano affetti da Coronavirus, ma anche da altri problemi sanitari.

Soluzione digitale per la pandemia

"Abbiamo lanciato Care Connect di KRY in risposta alla crescente richiesta da parte dei medici di una soluzione digitale per la pandemia COVID-19 - ha aggiunto Schildt - per i medici che hanno bisogno di continuare a vedere i loro pazienti, questo offre un'opzione semplice e sicura per la progettazione di appuntamenti video, senza costi aggiuntivi” .

Non solo Coronavirus

“Per molti pazienti che si auto isolano a casa, urge il bisogno di accedere alla sanità anche per altre esigenze oltre al coronavirus – ha detto anche Annette Alaeus, responsabile delle malattie infettive di KRY - con gli ospedali che dirottano le risorse verso la cura dei pazienti affetti da COVID-19, Care Connect di KRY garantirà a chi si trova a casa la possibilità di rimanere in contatto con medici in grado di fornire loro cure specifiche, questo è vitale per chi soffre di patologie croniche come il diabete, e per assicurare che la nostra popolazione possa rimanere in salute il più a lungo possibile” .



Sun, 22 Mar 2020 15:01:00 GMT

C'entra lo smog con il picco di morti e contagi da coronavirus in Lombardia?

Dottoressa Gatti, la Lombardia è l'epicentro di questa emergenza sanitaria perché più esposta di altre aree del Paese all'inquinamento atmosferico dell'aria prodotto dalle industrie, dai riscaldamenti e dal traffico delle auto. È plausibile?
“Si, è plausibile. È stato detto che molte persone per lo più anziane (la media è 80 anni) sono morte non di coronavirus ma con il virus. Persone già debilitate, cioè con patologie anche innescate da inquinamento ambientale, non disponevano più di un sistema immunitario efficiente. Ricordo che al momento non ci sono medici capaci di diagnosticare una patologia da polveri. In un progetto Europeo (DIPNA) di nanotossicologia, noi abbiamo già dimostrato che cellule attaccate da nanopolveri non hanno più un sistema di difesa capace di reagire” .

Antonietta Gatti è una fisica, tra i maggiori esperti di tossicità delle nanoparticelle a livello internazionale. Ha guidato il laboratorio dei biomateriali del dipartimento di neuroscienze all'università di Modena e Reggio Emilia, ed è stata consulente della commissione parlamentare d'inchiesta sull'uranio impoverito. È a lei che si devono gli studi decisivi sulle morti (di tumore) dei militari italiani tornati dai Balcani, fu  lei – nel 2004 – a trovare le nanoparticelle nei tessuti degli agnelli malformati nati in Sardegna vicino al Poligono Interforze di Salto di Quirra. Nanoparticelle prodotte dall'esplosione di proiettili e granate. Ha firmato decine di pubblicazioni e articoli scientifici.

Dottoressa Gatti, le polveri sottili presenti nell'aria possono compromettere le difese dell'organismo umano ‘attaccato' dal coronavirus?
“È già stato dimostrato dalla Scuola di Leuven (Belgio) che polveri nanometriche (0.1micron), se arrivano agli alveoli, passano la barriera polmonare in 60 secondi e in un'ora possono arrivare a fegato e reni e da lì raggiungere tutti i siti del corpo, nessuno escluso. Questo fatto è noto dagli scienziati, tanto che l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha già stimato in 7.000.000 ogni anno le morti per patologie polmonari, cardiovascolari e cerebrali dovute all'inquinamento. E' ovvio che, in un sistema già compromesso dalle polveri ambientali che sono responsabili di uno stato infiammatorio, un ulteriore insulto, per di più infettivo, può accelerare la morte” .

Questa relazione tra ‘efficacia' del virus e smog non è stata ancora scientificamente dimostrata, ma se esistesse questa relazione, perché città inquinate come New Delhi è stata colpita finora solo marginalmente dal Covid-19
“Per prima cosa, c'è da chiedersi quali valutazioni siano state fatte sulla popolazione. C'è da considerare che la massima parte dei portatori del virus è perfettamente asintomatica e, dunque, sfugge alla rilevazione. Poi, non sappiamo se in un futuro vicino possa scatenarsi anche là un'epidemia. Ci può essere, però , anche un'alta, spiegazione. Il virus non resiste a temperature superiori a meno di una trentina di gradi, cioè è sensibile al calore e si denatura, non si replica e muore” .

Il tema della relazione tra virus e inquinamento atmosferico sta guadagnando attenzione da parte dei media e della comunità scientifica in questi giorni di emergenza sanitaria.  La Società italiana di medicina ambientale, l'Università Aldo Moro di Bari e l'Alma Mater di Bologna hanno appena pubblicato un ‘position paper' su questo tema. “Riguardo agli studi sulla diffusione dei virus nella popolazione – si legge - vi è una solida letteratura scientifica che correla l'incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico (es. PM10 e PM2,5) (1, 2). Nel caso di precedenti casi di contagi virali, le ricerche scientifiche hanno evidenziato alcune caratteristiche della diffusione dei virus in relazione alle concentrazioni di particolato atmosferico” .

I dodici ricercatori che hanno firmato il paper ricordano alcuni precedenti:

(2010) l'influenza aviaria può essere veicolata per lunghe distanze attraverso tempeste asiatiche di polveri che trasportano il virus. I ricercatori hanno dimostrato che vi è una correlazione di tipo esponenziale tra le quantità di casi di infezione (Overall Cumulative Relative Risk RR) e le concentrazioni di PM10 e PM2.5 (µg m-3) (4)

(2016) esiste una relazione tra la diffusione del virus respiratorio sinciziale umano (RSV) nei bambini e le concentrazioni di particolato. Questo virus causa polmoniti in bambini e viene veicolato attraverso il particolato in profondità nei polmoni. La velocità di diffusione del contagio (Average RSV positive rate %) è correlata alla concentrazione di PM10 e PM2.5 (µg m-3) (5).

(2017) il numero di casi di morbillo su 21 città cinesi nel periodo 2013-2014 varia in relazione alle concentrazioni di PM2.5. I ricercatori dimostrano che un aumento delle concentrazioni di PM2.5 pari a 10 µg/m3 incide significativamente sull'incremento del numero di casi di virus del morbillo (6). I ricercatori suggeriscono di ridurre le concentrazioni di PM2,5 per ridurre la diffusione dell'infezione.

(2020) uno dei maggiori fattori di diffusione giornaliera del virus del morbillo in Lanzhou (Cina) sono i livelli di inquinamento di particolato atmosferico (7). In relazione all'evidenza che l'incidenza del morbillo sia associata all'esposizione a PM2.5 ambientale in Cina, i ricercatori suggeriscono che politiche efficaci di riduzione dell'inquinamento atmosferico possono ridurre l'incidenza del morbillo.

Il grafico evidenzia una relazione lineare (R2=0,98), raggruppando le Province in 5 classi sulla base del numero di casi infetti (in scala logaritmica: log contagiati), in relazione ai superamenti del limite delle concentrazioni di PM10 per ognuna delle 5 classi di Province (media per classe: media n° superamenti lim PM10/n° centraline Prov.)  Tale analisi sembra indicare una relazione diretta tra il numero di casi di COVID-19 e lo stato di inquinamento da PM10 dei territori, coerentemente con quanto ormai ben descritto dalla più recente letteratura scientifica per altre infezioni virali. (Fonte: Sima)

La relazione tra i casi di COVID-19 e PM10 suggerisce un'interessante riflessione sul fatto che la concentrazione dei maggiori focolai si è registrata proprio in Pianura Padana mentre minori casi di infezione si sono registrati in altre zone d'Italia. (Fonte: Sima)


Dottoressa, l'inquinamento dell'aria è un vettore di trasmissione che può favorire la diffusione di un virus?
“L'aria è piena di polveri come ben sappiamo dai valori delle centraline dell'ARPA e i limiti di legge sono ripetutamente superati anche molto abbondantemente. Quelle controllate sono polveri di dimensione 10-2,5 micron, ma ci sono anche polveri ben sotto il micron: Polveri che hanno dimensioni comparabili con quelle di un virus. Una interazione non è solo possibile, ma è probabile. La creazione di un'entità organica-inorganica, una volta nel corpo umano, non è facilmente debellabile. Questa interazione può capitare anche dentro gli alveoli già pieni di polveri. Su questi substrati il virus può replicarsi facilmente” .

Che idea si è fatta di questo virus sotto il profilo molecolare? Perché è così letale rispetto ad altri coronavirus?
“La creazione di un'entità organico-inorganico non è debellabile con i normali farmaci. Da anni noi stiamo studiando questa nano-bio-interazione di nanoparticelle con proteine del corpo umano e abbiamo identificato queste nuove entità organiche-inorganiche nel sangue di pazienti con patologie come, ad esempio, la leucemia. Questo virus attacca i polmoni, e quelli degli anziani, dei fumatori e di chi ha altre patologie come, ad esempio, il diabete, che hanno capacità di difesa che, in alcuni casi, possono rivelarsi insufficienti” .

Il contrasto al contagio attraverso l'isolamento delle persone ha prodotto effetti in Cina, non ancora in Italia. È così che si ‘spegne' un virus, impedendogli di diffondersi? È giusta questa strategia sostenuta dalla totalità dei virologi?
“Ogni epidemia ha una fase ascendente che può essere anche rapida ed una fase discendente. Si può cercare di arginare l'infezione isolando la gente sana da quella malata, così si evita il contagio. Purtroppo, non abbiamo altre armi di difesa. In questo mondo così globalmente interagente un battere d'ali in un punto si ripercuote anche a grandi distanze, tanto da diventare un temporale in un punto lontano. Il problema è che anche l'economia seguirà questo andamento” .

La comune influenza contagia e uccide migliaia di persone ogni anno ed è in piedi la discussione su quanto questa infezione sia peggiore di altre. Lo è ?
“Influenze che esitavano in polmoniti erano già presente da ottobre scorso in Italia. Basta chiedere ai medici di famiglia e agli ospedali. Ogni anno l'influenza fa parecchie migliaia di morti, stimate in 20.000 /anno. Basta controllare le statistiche dell'Istituto Superiore di Sanità ” .

Il paper curato dalla Sima e dalle università di Bologna e Bari è una base di lavoro che andrà sviluppata. Sebbene, leggiamo ancora, “tali analisi sembrano dimostrare che, in relazione al periodo 10-29 Febbraio, concentrazioni elevate superiori al limite di PM10 in alcune Province del Nord Italia possano aver esercitato un'azione di boost, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell'epidemia in Pianura Padana che non si è osservata in altre zone d'Italia che presentavano casi di contagi nello stesso periodo. A questo proposito è emblematico il caso di Roma in cui la presenza di contagi era già manifesta negli stessi giorni delle regioni padane senza però innescare un fenomeno così virulento. Oltre alle concentrazioni di particolato atmosferico, come fattore veicolante del virus, in alcune zone territoriali possono inoltre aver influito condizioni ambientali sfavorevoli al tasso di inattivazione virale. Il gruppo di lavoro sta approfondendo tali aspetti per contribuire ad una comprensione del fenomeno più approfondita” .



Fri, 20 Mar 2020 13:49:21 GMT

Gli effetti dei farmaci usati contro il coronavirus

La ricerca farmacologica mondiale è  in queste settimane impegnata nelle cure per i malati di coronavirus: centinaia di migliaia di casi in tutto il mondo vengono trattati con farmaci già  utilizzati per affrontare altre patologie, con successi più o meno evidenti.

Dopo la smentita da parte dell'Agenzia europea del farmaco del fatto che il popolare antinfiammatorio Ibuprofene possa addirittura provocare un peggioramento dei sintomi, la conferma più  recente riguarda invece un antimalarico, l'idrossiclorochina, "sdoganata" addirittura dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, mentre le autorità  sanitarie cinesi hanno parlato di un farmaco utilizzato in Giappone per curare l'influenza che sarebbe efficace anche nei pazienti di coronavirus. Si tratta del favipiravir (nome commerciale Avigan), sviluppato da una controllata di Fujifilm: i risultati dei trattamenti su 340 pazienti a Wuhan e Shenzen sono "incoraggianti".

L'Agenzia italiana del farmaco ha in corso una procedura rapida di approvazione per i medicinali utilizzati "off label" nei protocolli adottati nell'emergenza dagli ospedali, e per le sostanze che si stanno sperimentando come i farmaci a base di remdevisir e tocilizumab. Quest'ultima, sperimentata con successo all'Ospedale Cotugno di Napoli su due pazienti in terapia intensiva per effetto di una polmonite scatenata dal coronavirus, è  una molecola pensata per combattere l'artrite reumatoide prodotta da Roche che è  stata autorizzata anche in Cina.

Il farmaco è stato in grado di contrastare la risposta autoimmune scatenata dal virus e responsabile della sindrome respiratoria acuta che colpisce le persone infette da coronavirus. Un'altra ricerca riguarda lo sviluppo di molecole in grado di inibire l'attacco del virus rendendolo meno offensivo. Mentre per curare i primi due casi dei coniugi cinesi a Roma, allo Spallanzani hanno utilizzato due farmaci antivirali: il lopinavir/ritonavir e il remdesivir.

I due primi farmaci vengono somministrati congiuntamente per potenziare gli effetti che hanno sull'organismo e vengono utilizzati per la terapia anti HIV negli adulti e nei bambini di età  superiore almeno ai due anni. Il secondo farmaco che è stato somministrato ai due pazienti è invece il remdesivir. È più  sperimentale e fu prodotto da Gilead per contrastare il virus di Ebola e Marburg.

Sviluppato molto velocemente per poter essere impiegato nell'epidemia di Ebola del 2013-2016 in Africa Occidentale, è stato poi utilizzato nel corso dell'epidemia di Ebola del 2018 in Congo dove è stato dichiarato inefficace dai funzionari sanitari. Ora lo si riprova, visto che in fase sperimentale si era dimostrato attivo nei confronti dei virus Sars e Mers, della stessa famiglia del Covid-19.

Ancora, in Giappone si sta sviluppando un farmaco usando parti del sistema immunitario prelevate dal plasma delle persone contagiate dal nuovo coronavirus e poi guarite, per trasferire gli anticorpi. La società  che la sta studiando, Takeda, chiamera' il trattamento TAK-888 e ha precisato che potrebbe essere utilizzato solo da un numero esiguo di malati. E sarà  indirizzata ai pazienti che hanno una malattia grave.

I trattamenti a base di cellule staminali rappresentano una ulteriore strada percorribile per combattere le infezioni causate dal nuovo coronavirus. Le sperimentazioni cliniche basate sull'uso delle cellule staminali condotte fino ad oggi in Cina sono almeno 14. Studi condotti sugli animali avevano suggerito che queste preziose cellule potessero riparare il grave danno d'organo causato dal Sars-CoV-2. Inoltre, alle MSC è  stata associata una forte capacità di modulare l'attività  del sistema immunitario.



Thu, 19 Mar 2020 16:27:37 GMT

Il sushi è 283 volte più ricco di parassiti rispetto a 40 anni fa

I pesci oggi corrono rischio di infezione circa 283 volte maggiore rispetto a 40 anni fa. Questo è quanto sostengono i ricercatori dell'Università di Washington, che hanno pubblicato un articolo sulla rivista Global Change Biology. Lo studio si basa sull'analisi della presenza del parassita Anisakis tra il 1978 e il 2015.

"Abbiamo raccolto dati riportati su 123 diverse ricerche che indagano riguardo il numero medio di parassiti trovati su 56.778 pesci appartenenti a 215 specie. I risultati indicano che rispetto a 40 anni fa i pesci di oggi sono colpiti mediamente 283 volte più frequentemente", afferma Chelsea Wood dell'Università di Washington.

"L'Anisakis inizia il suo ciclo vitale nell'intestino dei mammiferi marini, viene escreto poi tramite le feci e infetta i pesci, i piccoli crostacei, o le larve dei krill, di cui i pesci si nutrono, provocando delle cisti nel proprio tessuto muscolare. I mammiferi marini si nutrono poi dei pesci infetti e il ciclo ricomincia", spiega il ricercatore.

"Consumare pesci infetti crudi, affumicati o congelati in modo improprio può portare gli esseri umani a contrarre il parassita, che non prolifera nell'intestino umano, ma può provocare una reazione immunitaria, che a sua volta può portare a problemi intestinali, come nausea, vomito o diarrea", sostiene ancora Wood, sottolineando che la pericolosità è comunque molto bassa.

"Io continuo a mangiare sushi, so che gli chef sanno individuare e rimuovere i parassiti. Non sappiamo da cosa derivi l'aumento della presenza di Anasakis, ma potrebbe essere collegato all'innalzarsi della temperatura del mare", conclude Wood, sperando di riuscire in futuro di contribuire a ridurre il numero di parassiti presenti nel sushi e nel pesce che mangiamo abitualmente.



Tue, 17 Mar 2020 14:05:00 GMT

I danni ai polmoni dei primi due malati gravissimi di coronavirus

Sono immagini scioccanti quelle diffuse dai ricercatori dell'Istituto nazionale di malattie infettive Spallanzani di Roma in uno studio che verrà pubblicato sull'International Journal of Infectious Diseases (immagini diffuse con l'esplicito consenso della figlia dei due coiniugi). Sono le radiografie e le immagini della Tac dei polmoni appartenenti alle prime due persone risultate infette in Italia, due turisti cinesi in vacanza, e che dimostrano quanto può essere devastante il nuovo coronavirus.

I due pazienti, un uomo di 67 anni e una donna di 65, erano in forma e in salute. Seguivano solo una terapia orale per tenere a bada l'ipertensione. Dopo aver riscontrato problemi respiratori e febbre, la coppia è stata sottoposta a test di laboratorio che hanno confermato l'infezione con il virus SARS-COV-2. Entrambi i pazienti hanno continuato ad aggravarsi fino a sviluppare la sindrome da distress respiratorio dell'adulto (ARDS).

Ci sono voluti solo quattro giorni per arrivare all'insufficienza respiratoria e due giorni dopo entrambi i pazienti respiravano solo grazie a un ventilatore. Le prime radiografie effettuate sui pazienti mostrano "opacità del vetro smerigliato".

Immagine pubblicata dal Journal of Infectious Diseases (credit: Science Direct)

In pratica, gli spazi aerei nei loro polmoni si erano riempiti di liquido, generalmente pus, sangue o acqua. L'opacità del vetro smerigliato è spesso associata all'ispessimento o al gonfiore dei tessuti molli, noto come consolidamento. È stato anche visto un fenomeno chiamato "pavimentazione pazza", che indica un ispessimento del setto e del setto intralobulare, che può inibire le prestazioni. I pazienti con Covid-19 hanno mostrato sacche piene di liquidi o muco nei polmoni, che possono peggiorare progressivamente con lo sviluppo della malattia.

Lo studio ha anche scoperto che i vasi sanguigni che trasportano il sangue dal cuore ai polmoni per ossigenarsi si stavano allargando. Questa condizione, nota come ipertrofia, riduce lo spazio per l'aria, causando difficoltà respiratorie e problemi respiratori. È probabile che questo segno sia correlato all'iperemia - eccesso di sangue nei vasi polmonari - causato dall'infezione virale.

"I modelli polmonari in entrambi i pazienti sono caratterizzati da ipertrofia dei vasi polmonari, che sono aumentati di dimensioni, in particolare nelle aree con danno interstiziale più pronunciato", spiegano i ricercatori.

"Questa nuova evidenza radiologica suggerisce un diverso modello di coinvolgimento polmonare rispetto a quelli osservati nelle altre infezioni note gravi causate da coronavirus (Sars e Mers)", aggiunge. I ricercatori affermano i loro risultati concordano con quelli precedenti, ma la presenza di infiltrati polmonari - una sostanza anormale che si accumula gradualmente all'interno delle cellule o dei tessuti corporei - potrebbe descrivere un predittore precoce della compromissione polmonare. 

C'è da dire, per completezza, che sono oggi pochi i malati di coronavirus che arrivano a questo stato di cose. Oggi in Italia sono in terapia intensiva il 6,6 per cento dei malati, e molti guariscono, proprio come è successo ai due cittadini cinesi. Dunque anche uno stato così avanzato di danneggiamento dell'attività polmonare in presenza di ventilatori e letti per la terapia intensiva può essere reversibile.