Sat, 16 Oct 2021 04:28:53 GMT

L'aria inquinata provoca l'infarto

AGI - L'aria inquinata uccide. Secondo l'OMS, ogni anno nel mondo sono almeno 4,2 milioni i decessi (per ictus, infarto, BPCO e tumore del polmone) attribuibili all'inquinamento dell'aria.

E se è abbastanza intuitivo che la riduzione dell'aspettativa di vita possa essere legata ad un aumento di malattie dell'apparato respiratorio, meno chiari sono i meccanismi che legano l'inquinamento atmosferico alle patologie cardiovascolari, e in particolare al rischio di infarto miocardico e di arresto cardiaco.

Ma uno studio appena pubblicato su JACC Cardiovascular Imaging dalla cardiologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS ha individuato alcuni di questi meccanismi causali. In particolare è stata evidenziata un'associazione tra i livelli di esposizione alle polveri fini (PM2,5) e la presenza di placche aterosclerotiche più infiammate ed aggressive, cioè pronte a causare un infarto per rottura di placca, il peggiore tra i vari meccanismi che portano all'infarto.

“La nostra ricerca – spiega il primo autore dello studio, il dottor Rocco A. Montone, cardiologo interventista e di terapia intensiva cardiologica, presso la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS - ha preso in esame 126 pazienti con infarto miocardico, sottoposti ad Optical Coherence Tomography (OCT), un'indagine con uno speciale microscopio che permette di visualizzare le placche coronariche direttamente dall'interno dei vasi” .

Le caratteristiche delle placche rilevate all'OCT, sono state quindi correlate con la precedente esposizione, per un periodo di almeno due anni, a vari inquinanti ambientali (PM2,5, PM10, monossido di carbonio), desunti dai dati delle centraline di rilevamento della qualità dell'aria, poste in prossimità della residenza dei pazienti. 
  “Questo studio – prosegue il dottor Montone - ha dimostrato per la prima volta che i pazienti che respirano a lungo aria inquinata, in particolare il particolato fine, che penetra in profondità nei polmoni (PM2,5) soprattutto respirando dalla bocca, presentano placche aterosclerotiche coronariche più ‘aggressive' e prone alla rottura (sono più ricche di colesterolo e hanno un cappuccio fibroso più sottile).

E infatti, nelle persone esposte ad elevati livelli di PM2,5, il fattore scatenante dell'infarto, risulta essere più spesso la rottura della placca aterosclerotica; le loro placche appaiono più ‘infiammate' (cioè infiltrate da macrofagi) ed è presente anche un maggior livello di infiammazione sistemica, testimoniato dall'aumento dei livelli di proteina C reattiva (PCR) nel sangue” .

Questo studio, osservazionale e preliminare, rappresenta la prima indagine condotta ‘in vivo' nell'uomo ad aver individuato un nesso patogenetico tra esposizione a lungo termine all'inquinamento ambientale e meccanismi di vulnerabilità e instabilità della placca coronarica, nei pazienti con infarto miocardico acuto.

“L'importanza di questi risultati è duplice – commenta il dottor Montone – da una parte ribadiscono l'importanza di adottare comportamenti individuali e politiche volte a contenere l'inquinamento dell'aria; dall'altra, una migliore comprensione dei meccanismi patogenetici alla base degli infarti correlati all'esposizione all'aria inquinata, potrebbe aprire la strada a terapie mirate, volte a minimizzare gli effetti negativi dell'inquinamento.

“Negli ultimi anni – commenta il professor Filippo Crea, Direttore UOC di Cardiologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, Ordinario di Malattie dell'apparato cardiovascolare all'Università Cattolica ed editor in chief di European Heart Journal - diversi studi hanno suggerito che l'inquinamento ambientale contribuisca ad aumentare il rischio di eventi cardiovascolari. La nostra ricerca ci permette di compiere un passo in avanti nella comprensione dei meccanismi patogenetici che legano l'inquinamento ambientale all'aumentato rischio di infarto miocardico. In particolare, il nostro lavoro dimostra che un ruolo cruciale è svolto ancora una volta da un'aumentata risposta infiammatoria sia a livello di placca coronarica, che sistemica” .



Fri, 15 Oct 2021 15:19:00 GMT

L'Ema ha autorizzato un farmaco contro il cancro mammario avanzato

AGI - L'Ema, l'Agenzia europea per i medicinali, ha autorizzato per la commercializzazione nell'Ue del Trodelvy, un farmaco per il trattamento del carcinoma mammario avanzato che allunga la vita della paziente di quasi sei mesi.

Il Trodelvy può  essere utilizzato in persone con carcinoma mammario non resecabile - che non può  essere rimosso chirurgicamente - e carcinoma mammario triplo negativo con precedenti terapie sistemiche, spiega l'Ema in una nota.

Si stima che dal 10 al 15% dei pazienti con questo tipo di cancro risponda alla chemioterapia e che il tempo senza che la malattia peggiori sia solo di due o tre mesi, quindi "c'è  una grande necessità  medica insoddisfatta di nuovi trattamenti che migliorino le prospettive per i pazienti", ha affermato l'Ema.

L'Agenzia europea ha spiegato di aver seguito un programma accelerato per "consentire un accesso più  rapido" al nuovo farmaco. La raccomandazione si basa su uno studio su 529 persone che avevano avuto una ricaduta dopo almeno due chemioterapie per il cancro al seno.

La metà  dei pazienti ha ricevuto due iniezioni di Trodelvy, mentre l'altro 50% ha ricevuto un trattamento a scelta del medico utilizzando farmaci come eribulina, vinorelbina, gemcitabina o capecitabina. La sopravvivenza per i pazienti con il Trodelvy è  stata di 11,8 mesi, quasi sei mesi in più  rispetto a quelli che hanno ricevuto il trattamento scelto dal medico.

Inoltre, il tempo in cui le persone colpite hanno vissuto senza che la loro malattia peggiorasse e' aumentato di circa tre mesi. Gli effetti indesiderati piu' comuni di Trodelvy negli studi clinici sono stati diarrea, nausea, neutropenia, affaticamento, alopecia, anemia, vomito, costipazione, diminuzione dell'appetito, tosse e dolore addominale.



Thu, 14 Oct 2021 12:10:39 GMT

Registrati in Italia i primi due casi di influenza stagionale

AGI - Si apre ufficialmente in Italia la stagione influenzale, per la quale c'è  molta attesa sui numeri dell'epidemia dopo la sostanziale sparizione del virus lo scorso inverno. L'Istituto Superiore di Sanità  riferisce che sono stati identificati due casi sporadici di influenza di tipo A/H3 nel Nord del nostro Paese in due bambini.

Come da protocollo operativo della rete di sorveglianza InfluNet & CovidNet per la stagione 2021-2022, la sorveglianza virologica sarà  effettuata a partire dalla 46a settimana 2021, che inizia lunedì  18 ottobre. Queste le caratteristiche dei casi isolati: un caso di virus influenzale A/H3 identificato a Varese e confermato presso l'Università  di Milano in un bambino con sintomatologia influenzale; un caso di virus influenzale A/H3 identificato presso l'Ospedale Amedeo di Savoia di Torino in un bambino con un quadro di polmonite.

Sono in corso le conferme virologiche da parte del laboratorio di riferimento nazionale dell'ISS sul secondo caso identificato a Torino. La vaccinazione antinfluenzale, ricorda l'Iss, è  il mezzo più efficace e sicuro per prevenire la malattia e ridurne le complicanze.

Il periodo indicato per la vaccinazione antinfluenzale è  quello autunnale a partire dal mese di ottobre. Intanto, come detto, partono il 18 ottobre le attività  stagionali del sistema nazionale di sorveglianza integrata dell'influenza InfluNet, secondo quanto stabilito dal "Protocollo operativo InfluNet & CovidNet".

Il documento fissa, come ogni anno, l'inizio e la fine della rilevazione epidemiologica rispettivamente alla 42sima settimana del 2021 e alla 17sima settimana del 2022. Per quanto riguarda le attivita' di monitoraggio virologico, l'inizio è  previsto per la 46sima settimana del 2021 (15 novembre 2021) e si protrarranno fino alla 17sima settimana del 2022. L'analisi dei dati sarà  effettuata dall'Iss. 

"L'influenza è  potente quando trova degli organismi non pronti a difendersi. Quest'anno sarà  più  grave perché  da due anni non abbiamo modo di entrare in contatto con l'influenza". Risponde così  il virologo Matteo Bassetti alla domana posta nel corso del format "I Lunatici" su Rai Radio2.

"Su di noi l'influenza fa male - spiega - perché  per due anni i nostri anticorpi non l'hanno vista e non avendola vista non si sono rafforzati. Attenzione, quando arrivera'. Bisogna mettere in atto anche qui una importante campagna vaccinale. Il vaccino ci aiuta a difenderci meglio dall'influenza in un caso su due". 

Articolo aggiornato alle ore 14,00



Thu, 14 Oct 2021 10:40:57 GMT

Un italiano su quattro ha fatto meno sesso durante il lockdown

AGI - Il lockdown ha messo a dura prova la libido degli italiani. Oltre il 35% ha riportato un cambiamento nell'attività  sessuale durante i mesi di lockdown nazionale, con l'8% che ha aumentato e ben il 27% che ha diminuito tale attività .

È quanto emerge dal primo studio condotto in Italia su un campione rappresentativo della popolazione adulta e pubblicato in questi giorni sulla rivista Journal of Epidemiology.

In particolare, tra le persone confinate sotto lo stesso tetto tra marzo e maggio 2020, una coppia su cinque ha dichiarato un calo dell'attività  sessuale rispetto alle abitudini pre-lockdown. Il calo è  stato maggiore per gli uomini, specialmente i più giovani, i soggetti più istruiti, e quelli che vivono in condizioni abitative più precarie.

"Se l'interruzione degli spostamenti e l'obbligo di distanziamento sociale hanno soprattutto limitato la vita sessuale dei single, la paura del contagio, i sentimenti generalizzati di ansia e di tristezza, la presenza dei bambini a casa sono tra i probabili fattori alla base di questo importante decremento nei partner conviventi", commenta Andrea Amerio, ricercatore psichiatra dell'Università  di Genova e primo autore dello studio.

Lo studio è frutto del lavoro di un consorzio multidisciplinare che coinvolge psichiatri, psicologi, esperti di sanità  pubblica e biostatistici dell'Istituto Superiore di Sanità , delle Università  di Genova e di Pavia, dell'Istituto Mario Negri, dell'ISPRO e dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi.

"Le nostre analisi si basano su un campione rappresentativo di oltre 6.000 soggetti che stiamo seguendo nel tempo - specifica Silvano Gallus, ricercatore del Mario Negri e coordinatore del consorzio -. Queste analisi ci permetteranno di capire come gli stili di vita e le abitudini degli italiani si siano modificate e si stiano continuando a modificare a seguito dell'esperienza pandemica vissuta".



Thu, 14 Oct 2021 10:21:00 GMT

Il rapporto tra durata del ciclo mestruale e malattie cardiovascolari

AGI - Le variazioni nella durata del ciclo mestruale prima della menopausa potrebbero contribuire a prevedere il rischio di problemi cardiaci in età  più  avanzata. Questo è  quanto emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista Menopause, condotto dagli scienziati dell'Università  di Pittsburgh, che hanno esaminato il legame tra i cambiamenti del ciclo mestruale e la probabilità  di sviluppare difficoltà  cardiache.

Il team, guidato da Samar El Khoudary, ha coinvolto 428 partecipanti di età  compresa tra 45 e 52 anni, che sono state seguite per un follow-up di 10 anni o fino al post-menopausa. I ricercatori hanno raccolto dati sul ciclo mestruale durante il pre-menopausa e valutato il rischio cardiovascolare dopo l'ultimo ciclo mestruale, misurando rigidità  e spessore delle arterie.

Il 62 per cento delle volontarie, riportano gli studiosi, era associato a cicli regolari che non sono cambiati prima della menopausa. Il 16 per cento ha riscontrato un accorciamento della durata del ciclo e il restante 22 per cento del campione ha invece sperimentato cicli tendenzialmente più  lunghi.

Stando ai risultati del gruppo di ricerca, le donne che avevano cicli più  lunghi in pre-menopausa sembravano associate a una migliore salute vascolare rispetto alle pazienti che mantenevano il ciclo stabile e regolare.

"Le malattie cardiovascolari rappresentano una delle principali cause di decesso nelle donne in età  avanzata - afferma l'autore - la possibilità  di problematiche aumenta in menopausa, ma i meccanismi legati a questo incremento non sono ancora ben compresi. Riconoscere le donne a maggior rischio potrebbe aiutare i medici a individuare strategie di prevenzione mirate ed efficaci".

"La menopausa è  una transizione a vari stadi in cui il corpo femminile attraversa molti cambiamenti legati a un maggiore pericolo di problemi cardiovascolari - continua El Khoudary - la variazione nella durata del ciclo, correlato ai livelli ormonali, è  un'informazione che si può  raccogliere facilmente e potrebbe essere utilizzato come metrica per una prima valutazione del rischio".

Il ciclo mestruale dura in media 28 giorni, ma può  variare molto tra le donne. Minore è  l'intervallo di tempo tra una mestruazione e l'altra e maggiore è  l'esposizione ad alti livelli di estrogeni. "Questo potrebbe spiegare perché  i cicli lunghi e irregolari durane gli anni riproduttivi - osserva l'esperto - possono essere collegati a malattie cardiovascolari, cancro al seno, osteoporosi e altre condizioni di salute".

"Questi risultati - precisa El Khoudary - sono importanti perché  evidenziano le differenze tra le donne, che non possono essere considerate allo stesso modo. La nostra ipotesi è  che le durate del ciclo mestruale nei due anni precedenti alla menopausa potrebbero riflettere i livelli ormonali e, di conseguenza, la salute cardiovascolare. Nei prossimi studi cercheremo di approfondire queste tematiche e di esplorare il ruolo degli ormoni nella possibilita' di sperimentare problemi cardiovascolari". 



Thu, 14 Oct 2021 05:00:19 GMT

Uno studio americano promuove il vaccino eterologo dopo il monodose Johnson & Johnson

AGI - Le persone vaccinate con il monodose Johnson & Johnson possono avere benefici da una dose di richiamo di Pfizer o Moderna. È quanto emerge dai risultati preliminari di uno studio statunitense finanziato dal National Institutes of Health (NIH) e atteso con impazienza negli Stati Uniti perché ha preso in esame la possibilità di "mischiare" i vaccini - utilizzando un vaccino diverso rispetto alle dosi iniziali per la vaccinazione di richiamo - una procedura è attualmente non consentita nel Paese.

Lo studio è stato condotto su 458 adulti vaccinati con uno dei tre sieri approvati negli Stati Uniti (Pfizer, Moderna o J&J) da almeno 12 settimane.  Questi tre gruppi sono stati divisi ciascuno in tre nuovi gruppi ai quali è stato somministrato uno dei vaccini disponibili come richiamo. I nove gruppi erano composti da circa 50 persone ciascuno. I ricercatori hanno quindi analizzato i livelli di anticorpi 15 giorni dopo l'iniezione di richiamo.

Per le persone originariamente inoculate con J&J, i livelli di anticorpi erano quattro volte più alti dopo un richiamo J&J, 35 volte più alti dopo un richiamo Pfizer e 76 volte più alti dopo un richiamo Moderna.

E i livelli di anticorpi per coloro che avevano originariamente ricevuto le dosi di Moderna erano più alti "indipendentemente dal vaccino di richiamo somministrato", rispetto a quelli che avevano inizialmente ricevuto Pfizer o J&J, afferma lo studio.
Inoltre, "non sono stati identificati problemi di sicurezza" dopo la somministrazione di dosi di richiamo.

Lo studio, che non è ancora stato sottoposto a revisione paritaria, presenta tuttavia diversi limiti: il numero di partecipanti era limitato e la risposta immunitaria potrebbe evolvere nel tempo, oltre i 15 giorni osservati durante lo studio.

Lo studio potrebbe alimentare il dibattito nel comitato di esperti della Food and Drug Administration (FDA) statunitense, che dovrebbe prendere in considerazione le richieste di una dose di richiamo da Moderna e J&J rispettivamente giovedì e venerdì .

Un richiamo di Pfizer è già stato approvato negli Stati Uniti per alcune popolazioni, come le persone di età pari o superiore a 65 anni, gli adulti sensibili e coloro che svolgono lavori in cui sono frequentemente esposti al coronavirus.



Tue, 12 Oct 2021 17:17:52 GMT

Quanto costa fare il tampone in una struttura privata

AGI - È quasi un nuovo Eldorado, quello dei tamponi anti-Covid. Il prezzo del test è calmierato a 8 euro per i minori di 18 anni e a 22 euro dai 18 anni in su, ma nelle strutture private va incontro a escursioni notevoli: dai 30 euro di Palermo ai 95-140 e oltre di Milano. In mezzo, ad esempio, c'è Firenze, dove - pur restando nello stesso circuito di strutture sanitarie - si pagano 65 euro.

Tolti i 'picchi' in alto o in basso, il prezzo medio di un tampone nelle strutture private è di 50 euro. Ma è il costo di oggi, 12 ottobre, quando l'obbligo di green pass sui luoghi di lavoro non è ancora scattato. Cosa faranno le leggi della domanda e dell'offerta da lunedì -martedì della prossima settimana lo si può immaginare ma non pronosticare con certezza.

Il ricorso alle strutture private rischia di essere inevitabile. Fino a oggi in Italia vengono fatti circa tra 1,6 e 1,9 milioni di tamponi a settimana negli ospedali, nei 'drive-in' e nelle strutture prevalentemente pubbliche o, come nel caso delle farmacie, a prezzi controllati. 

Le stime che ieri hanno fatto lanciare l'allarme da parte delle regioni parlano di circa 2 milioni di lavoratori non vaccinati che dovranno fare un tampone ogni 48 ore. Un totale di 6 milioni di test che si aggiungono ai circa due milioni di tamponi da analizzare dell'attuale 'normalità '. 

Il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha stimato che ai circa 60-70 mila tamponi quotidiani si dovrebbero aggiungere, tre volte a settimana, quelli di oltre 300 mila lavoratori non vaccinati. E il sistema pubblico regionale non è in grado di sostenere questo carico.



Sat, 09 Oct 2021 04:38:26 GMT

Il problema del calo delle vaccinazioni pediatriche (forse) per colpa del covid

AGI - Le vaccinazioni contro la polio in calo di un punto. Quelle contro il morbillo del 2,7%, e contro la varicella dell'1,1%. Sono in calo nel 2020 le coperture vaccinali per l'infanzia e l'adolescenza che fissano valori ben al di sotto dell'immunità  di gregge per diverse patologie importanti.

I dati diffusi dal ministero della Salute indicano che la copertura nazionale a 24 mesi (relativa ai bambini nati nel 2018) nei confronti della polio (usata come proxy per le vaccinazioni contenute nell'esavalente) scende al 94,02% diminuendo di quasi un punto percentuale rispetto al 2019.

Le regioni che superano il 95% sono passate da 14 nel 2019 a 9 nel 2020. Altre 2 regioni hanno valori superiori al 94%. Due regioni hanno una copertura inferiore al 90%. La tendenza è  in peggioramento anche nel caso della copertura per la prima dose di vaccino contro il morbillo, pari al 91,79% nel 2020, con una diminuzione del 2,7% rispetto all'anno precedente.

Le regioni che superano il 95% sono 3 mentre 4 hanno una copertura inferiore al 90%. Si osserva una diminuzione anche delle coperture per varicella pari all'89,36% nel 2020 con una diminuzione dell'1,14% rispetto al 2019, e meningococco B (-2,68%: 66,30% nel 2020 vs 68,98% nel 2019).

Diminuiscono anche le coperture nei confronti della vaccinazione anti-pneumococcica (-1,42%: 90,58 nel 2020 vs 92,00% nel 2019). Salgono invece le vaccinazioni per rotavirus: +36,65%: 62,80% nel 2020 vs 26,15% nel 2019, infatti questa vaccinazione è  stata introdotta in tutti i nuovi nati a partire dalla coorte 2018.

Il trend generale negativo, rileva il ministero, è  confermato anche dalle coperture vaccinali nazionali a 36 mesi (relative ai bambini nati nell'anno 2017). Riguardo alle vaccinazioni in età  pre-scolare, generalmente somministrate a 5-6 anni (relative ai bambini nati nell'anno 2013), si registra una diminuzione del 2,7% per la quarta dose di anti-polio (85,92% nel 2020 vs 88,62% nel 2019) e dell'1,76% per la seconda dose (ciclo completo) di anti-morbillo (85,82% nel 2020 vs 87,58% nel 2019).

Per le vaccinazioni eseguite entro gli 8 anni (relative ai bambini nati nell'anno 2012) si registra un aumento dello 0,96% per quanto riguarda il morbillo (seconda dose) raggiungendo l'88,54% (rispetto al dato registrato al 31 dicembre 2019 nella stessa coorte) mentre l'aumento della copertura nei confronti della polio (quarta dose) è  più  contenuto, pari allo 0,14% arrivando all'88,76%; riguardo alle coperture per le vaccinazioni effettuate nell'adolescenza, la rilevazione è  stata fatta su due coorti: i sedicenni (coorte 2004) e i diciottenni (coorte 2002).

Soprattutto in questa fascia d'età  si conferma un notevole peggioramento delle coperture vaccinali, in contrasto con la tendenza al miglioramento che si era riscontrata negli ultimi anni per quanto riguarda l'anti-difterica (quinta dose) che nei sedicenni diminuisce dello 8,38% (62,49% nel 2020 vs 70,87% nel 2019) mentre l'antimorbillo (seconda dose) cresce lievemente (+0,19 %: 89,81% nel 2020 vs 89,62% nel 2019); nei diciottenni si osserva una lievissima diminuzione (0,11%) per anti-difterica mentre una crescita del 3,43% per la seconda dose di anti-morbillo.

Come negli anni precedenti, anche nel 2020 si osservano differenze tra le regioni. In particolare, la copertura a 24 mesi contro la polio è superiore al 95% in 9 Regioni/Province autonome (Valle d'Aosta, PA Trento, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Molise, Campania, Sardegna), con 2 Regioni con valori superiori al 94% (Piemonte e Lombardia). Valori inferiori al 90% sono stati registrati nella P.A. di Bolzano (80,83%) e in Sicilia (89,19). La copertura vaccinale per morbillo a 24 mesi mostra un intervallo molto ampio (dal 43,43% della Basilicata al 95,67 della Toscana).

Nel 2020 solo Lazio, Toscana e PA Trento hanno raggiunto una copertura superiore al 95%, raccomandata dall'OMS, mentre 4 regioni/PA (Bolzano, Abruzzo, Basilicata e Calabria) hanno registrato valori inferiori all'80%. E' da sottolineare l'aumento della copertura vaccinale per rotavirus, che, col PNPV 2017-2019 è stata introdotta in tutti i nuovi nati a partire dalla coorte 2018 e offerta gratuitamente. L'obiettivo di raggiungere una CV 95% appare lontano. Tuttavia, si sottolinea che questa vaccinazione e' quella piu' sensibile ai problemi organizzativi, poiche' il ciclo vaccinale di questi vaccini deve essere completato entro le 24 o le 32 settimane di età , a seconda del tipo di vaccino impiegato.



Fri, 08 Oct 2021 12:58:13 GMT

Perché i giovani dovrebbero consumare più arachidi

AGI - L'assunzione giornaliera di arachidi per le persone giovani e in buona salute potrebbe avere effetti benefici sulla funzione cognitiva e sulla capacità  di rispondere allo stress. A suggerirlo uno studio, pubblicato sulla rivista Clinical Nutrition, condotto dagli scienziati della Facoltà  di Farmacia e Scienze dell'Alimentazione dell'Università  di Barcellona, dell'Hospital Clì nic e dell'August Pi i Sunyer Biomedical Research Institut (IDIBAP), che hanno valutato le conseguenze derivanti dall'assunzione giornaliera di noccioline in una popolazione sana e in giovane età .

Il team, guidato da Rosa M. Lamuela, ha esaminato i pregi della Arachi hypoagea, comunemente nota come arachide, un prodotto ad alto contenuto energetico, ricco di acidi grassi, proteine, fibre, polifenoli e composti bioattivi di potenziale interesse per la salute umana. I ricercatori hanno coinvolto un gruppo di 63 volontari sani di età  compresa tra 19 e 33 anni, a cui è  stato chiesto di assumere una porzione giornaliera di arachidi da includere nella loro alimentazione.

"La maggior parte degli studi di intervento nutrizionale viene condotta in coorti caratterizzate da obesità  o fattori di rischio associati a malattie metaboliche - afferma l'autrice - in questi casi è  più  facile osservare un effetto benefico aggiungendo un alimento sano nel regime abituale. Il nostro lavoro mostra che l'assunzione giornaliera di prodotti a base di arachidi può  portare a un miglioramento della funzione cognitiva e della risposta allo stress anche in una popolazione giovane e sana, in cui è  tipicamente più  complicato ottenere risultati evidenti".

Il gruppo di ricerca ha anche riscontrato un aumento degli acidi grassi a catena corta e una serie di composti benefici per la salute, come il resveratrolo e l'acido p-cumarico. "Non abbiamo notato differenze significative tra il consumo di burro di arachidi e noccioline intere negli effetti - riporta la scienziata - e sembra che l'età  non abbia influenzato le analisi statistiche. Questo è  un elemento di interesse dato che in molti casi si osservano variazioni in base all'età  del campione considerato".

"Questo studio mostra risultati promettenti che richiedono conferma in coorti più  estese - commenta Lamuela - speriamo di ampliare la ricerca sugli effetti del consumo di prodotti a base di arachide e dei composti bioattivi sul microbiota attraverso analisi di composizione microbica, microbioma, lipidomica e trascrittomica. L'obiettivo è  quello di individuare i meccanismi coinvolti nell'asse intestino-cervello dopo il consumo di noccioline". 



Thu, 07 Oct 2021 05:15:54 GMT

L'Oms ha approvato il primo storico vaccino contro la malaria

AGI - L'Organizzazione mondiale della sanità ha approvato il vaccino contro la malaria per i bambini, il primo contro la malattia trasmessa dalle zanzare e che uccide più di 400mila persone ogni anno. "È un momento storico: il tanto atteso vaccino contro la malaria per i bambini è una svolta per la scienza, la salute dei bambini e la lotta contro la malaria", ha affermato in una nota il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus.

"L'utilizzo di questo vaccino in aggiunta agli strumenti esistenti per prevenire la malaria potrebbe salvare decine di migliaia di vite di bambini ogni anno". Il vaccino, battezzato RTS,S, si è dimostrato efficace sei anni fa; ora, dopo il successo dei programmi pilota di immunizzazione in Ghana, Kenya e Malawi, l'Oms invita a distribuirlo nell'Africa subsahariana e nelle altre regioni dove la trasmissione della malaria è da moderata a elevata.

A child dies from #malaria every two minutes.
One death is one too many.

Today, WHO recommends RTS,S, a groundbreaking malaria vaccine, to reduce child illness & deaths in areas with moderate and high malaria transmission https://t.co/xSk58nTIV1#VaccinesWork pic.twitter.com/mSECLtRhQs

— World Health Organization (WHO) (@WHO) October 6, 2021

Il vaccino costituisce una pietra miliare storica tanto dal punto di vista scientifico che umano, poiché è il primo messo a punto da una piattaforma di scienziati africani e perché previene una malattia che causa il 94% delle sue vittime nell'Africa subsahariana; inoltre ha la particolarità di essere il primo sviluppato contro un parassita nell'uomo.