Sat, 06 Jun 2026 08:20:32 GMT
Salute, Komposer
Alzheimer, addio diagnosi tardive: la nuova PET scopre i segni della malattia prima dei sintomi

AGI - Una nuova tecnica di imaging cerebrale potrebbe consentire di individuare il morbo di Alzheimer nelle sue fasi più precoci, prima ancora della comparsa dei sintomi cognitivi, migliorando in modo significativo la capacità di identificare le persone a rischio di sviluppare la malattia. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista The Lancet e coordinato da Tharick Pascoal della University of Pittsburgh School of Medicine, che ha confrontato direttamente due diversi traccianti utilizzati nelle scansioni PET per visualizzare gli accumuli della proteina tau nel cervello.

I risultati mostrano che il tracciante sperimentale MK6240 riesce a rilevare la presenza della tau associata all'Alzheimer in oltre il doppio dei casi rispetto al tracciante oggi utilizzato nella pratica clinica, il Flortaucipir. Secondo gli autori, questa maggiore sensibilità potrebbe modificare in modo sostanziale la diagnosi precoce della malattia e influenzare l'accesso alle nuove terapie disponibili.

Perché la proteina tau è il miglior indicatore della malattia

Negli ultimi anni la ricerca sull'Alzheimer ha progressivamente spostato l'attenzione dalla sola presenza delle placche di beta-amiloide alla proteina tau, considerata oggi uno dei migliori indicatori della futura evoluzione clinica della malattia. Numerosi studi hanno infatti dimostrato che molte persone possono accumulare beta-amiloide senza sviluppare necessariamente una demenza, mentre la comparsa degli aggregati di tau sembra essere molto più strettamente associata al declino cognitivo e alla progressione della neurodegenerazione. Per questo motivo la capacità di identificare precocemente la tau è diventata uno degli obiettivi principali della neurologia contemporanea.

"Tau è il fenomeno biologico maggiormente associato ai sintomi e al futuro declino cognitivo", spiega Tharick Pascoal, professore associato di Psichiatria e Neurologia all'Università di Pittsburgh e neurologo presso UPMC. "Se riusciamo a rilevarla più precocemente e a definirne con maggiore precisione lo stadio, possiamo prendere decisioni migliori su chi si trovi realmente lungo una traiettoria di Alzheimer".

Lo studio clinico: i due traccianti a confronto

Lo studio ha coinvolto 775 partecipanti reclutati in diversi centri di ricerca, dei quali 682 hanno completato tutte le procedure previste. Ogni volontario è stato sottoposto a due scansioni PET cerebrali effettuate in un intervallo temporale molto breve: una utilizzando il tracciante standard Flortaucipir e una con il nuovo tracciante MK6240. I partecipanti hanno inoltre eseguito una PET per la beta-amiloide e una serie di test neuropsicologici entro 45 giorni. Questo disegno sperimentale ha consentito ai ricercatori di confrontare direttamente le prestazioni dei due strumenti nelle stesse persone e nello stesso momento dell'evoluzione della malattia.

"Poiché i partecipanti hanno ricevuto entrambe le scansioni in un intervallo temporale molto breve, le differenze osservate riflettono le caratteristiche dei traccianti e non cambiamenti della malattia nel tempo", osserva Guilherme Povala, ricercatore post-dottorato presso l'Università di Pittsburgh e coautore dello studio.

I risultati mostrano una differenza particolarmente marcata nei soggetti ancora cognitivamente sani ma già positivi alla beta-amiloide. In questo gruppo MK6240 ha identificato la presenza di tau nel 15 per cento dei partecipanti, contro appena il 6 per cento rilevato dal Flortaucipir. In termini pratici, ciò significa che il nuovo tracciante individua circa 23 casi aggiuntivi ogni cento persone esaminate. Anche nei partecipanti che presentavano già disturbi cognitivi il nuovo metodo si è dimostrato più efficace, rilevando una maggiore presenza della proteina tau rispetto allo standard attualmente utilizzato.

Le conseguenze per le terapie future

Secondo gli autori, la disponibilità di strumenti diagnostici più sensibili potrebbe avere conseguenze importanti non soltanto per la ricerca ma anche per la pratica clinica. Una migliore identificazione dei pazienti nelle fasi iniziali consentirebbe infatti di selezionare con maggiore precisione i candidati alle nuove terapie anti-amiloide e di evitare procedure invasive e costose nelle persone meno esposte al rischio di sviluppare sintomi.

"Le persone cercano una valutazione clinica perché hanno problemi di memoria o altri sintomi", sottolinea Bruna Bellaver, docente di Psichiatria presso l'Università di Pittsburgh e coautrice della ricerca. "La PET della tau è uno strumento che può aiutare i clinici a definire meglio lo stadio biologico della malattia e a prendere decisioni più informate".

Gli autori precisano che MK6240 non è ancora approvato dalla Food and Drug Administration statunitense per l'impiego clinico di routine e viene utilizzato principalmente nell'ambito delle sperimentazioni. Tuttavia i risultati suggeriscono che la nuova generazione di traccianti potrebbe rendere possibile una diagnosi biologica dell'Alzheimer molto più precoce rispetto a quella attualmente disponibile, aprendo nuove prospettive per la prevenzione e il trattamento della malattia.

Secondo i ricercatori, identificare la tau prima della comparsa dei sintomi potrebbe diventare uno degli strumenti più importanti per affrontare una patologia che colpisce milioni di persone nel mondo e per la quale la diagnosi tempestiva rappresenta uno dei fattori decisivi per migliorare le prospettive terapeutiche.



Fri, 05 Jun 2026 01:00:00 GMT
Salute
Il diabete di tipo 1 non è solo una malattia dell` infanzia

AGI - Il diabete di tipo 1 può comparire frequentemente anche in età adulta e negli anziani, ma continua a essere spesso sottodiagnosticato o confuso con il diabete di tipo 2. È quanto evidenzia un articolo pubblicato sulla rivista Diabetes Care e coordinato dall` Università degli Studi di Milano in collaborazione con la University of Exeter, che propone una nuova lettura della malattia lungo tutto l` arco della vita.

Il diabete di tipo 1 e i ritardi nella diagnosi sugli adulti 

Tradizionalmente il diabete di tipo 1 viene considerato una patologia tipica dell` infanzia e dell` adolescenza, associata alla distruzione autoimmune delle cellule pancreatiche produttrici di insulina. Tuttavia, secondo gli autori, una quota significativa dei casi viene diagnosticata dopo i 30 anni e in molti pazienti adulti la malattia non viene riconosciuta correttamente. Negli adulti, infatti, l` elevata diffusione del diabete di tipo 2 rende più complessa la diagnosi del diabete autoimmune. Questo può determinare ritardi terapeutici e trattamenti inappropriati, con conseguenze importanti sul controllo metabolico e sul rischio di complicanze.

Diabete di tipo 1 lungo l` arco della vita

Lo studio analizza come l` età influenzi sviluppo, manifestazioni cliniche e gestione del diabete di tipo 1. Secondo i ricercatori, le differenze osservate nelle varie fasi della vita non rappresentano forme distinte della malattia, ma riflettono il diverso contesto biologico in cui si sviluppa l` autoimmunità . Tra i fattori coinvolti figurano il progressivo rimodellamento del sistema immunitario, i cambiamenti del pancreas con l` invecchiamento e l` aumento dell` insulino-resistenza che accompagna l` età adulta e avanzata.

"Non è solo una malattia dell'infanzia" 

"Il diabete di tipo 1 non è solo una malattia dell` infanzia - spiega Alessandra Petrelli, ricercatrice del Dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità dell` Università Statale di Milano e prima autrice dell` articolo -. Una quota rilevante dei casi viene diagnosticata in età adulta, ma spesso non viene riconosciuta correttamente, con conseguenti ritardi diagnostici e terapeutici".

Come migliorare la diagnosi negli adulti 

Secondo gli autori, per migliorare la diagnosi negli adulti è necessario adottare approcci più precisi che integrino dati clinici, dosaggio del C-peptide e ricerca degli autoanticorpi tipici della malattia autoimmune. L` articolo sottolinea inoltre la necessità di estendere agli adulti i programmi di screening e identificazione precoce finora concentrati prevalentemente sull` età pediatrica. L` obiettivo è ridurre la misclassificazione diagnostica e favorire interventi preventivi più mirati.

Il diabete di tipo 1 negli over 65

I ricercatori evidenziano anche un cambiamento epidemiologico rilevante: mentre l` incidenza del diabete di tipo 1 a esordio adulto appare relativamente stabile, la prevalenza complessiva è in aumento, soprattutto tra le persone oltre i 65 anni. Questo fenomeno è legato principalmente al miglioramento della sopravvivenza grazie alle terapie moderne. Negli anziani, però , la gestione della malattia presenta problematiche specifiche.

Fragilità , decadimento cognitivo, multimorbidità e deficit sensoriali aumentano il rischio di ipoglicemie severe e rendono necessario personalizzare obiettivi terapeutici e strategie assistenziali.

Assistenza e sicurezza terapeutica 

"L` aumento della prevalenza del diabete di tipo 1 nelle età più avanzate pone nuove sfide assistenziali - osserva Paolo Fiorina, professore ordinario di Endocrinologia all` Università degli Studi di Milano e direttore del Centro per il diabete di tipo 1 del Centro di Ricerca Clinica Pediatrica “Romeo ed Enrica Invernizzi” -. Negli anziani è fondamentale prestare particolare attenzione alla sicurezza terapeutica, alla prevenzione delle ipoglicemie e al mantenimento della qualità della vita".



Thu, 04 Jun 2026 10:06:14 GMT
Salute, Komposer
'Pazzo clima', per ogni grado in più sale del 20% il rischio infezioni

AGI - Il clima 'pazzo', l` innalzamento delle temperature aumenta la capacità di trasmissione delle arbovirosi perché favorisce la sopravvivenza e la proliferazione delle zanzare e la capacità di replicazione virale di Dengue, Chikungunya e West Nile, malattie trasmesse da insetti vettori. Per ogni grado di temperatura in più , nella fascia tra i 23 e i 32 gradi centigradi, sale infatti di oltre il 20% in media la trasmissibilità . A segnalare l` impatto delle anomalie climatiche sui cicli biologici legati alle condizioni termiche, e la conseguente esposizione di diversi Paesi, inclusa l` Italia, a un rischio crescente che si sviluppino aree più estese di focolai autoctoni, sono gli esperti nazionali e regionali nel corso del congresso dedicato alle arbovirosi e alle sfide che ci attendono per il futuro.

All` evento, intitolato “Arbovirosi: nuove sfide per l` Italia” , organizzato a Verona dall` IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, hanno preso parte anche rappresentanti del ministero della Salute e dell` Istituto Superiore di Sanità . In questo scenario, ampliandosi il rischio, diventa fondamentale rafforzare la sorveglianza e migliorare l` allerta e la tempestività degli interventi, sollecitando un ruolo più attivo della popolazione. Secondo gli specialisti ciò consentirebbe una drastica riduzione della trasmissione.

Le arbovirosi e il clima

Ma la lotta alle arbovirosi si gioca anche sul terreno della prevenzione e dell` educazione sanitaria con l` adozione di misure di protezione individuale e domestica, come l` uso di repellenti e la rimozione dei siti di riproduzione, anche in primavera e autunno, e non solo in piena estate. “Le arbovirosi non sono più eventi importati e sporadici, ma si stanno progressivamente stabilizzando nel nostro territorio, sostenute da un cambiamento climatico che amplia le aree geografiche esposte” , dichiara Federico Gobbi, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali dell` Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar e professore associato di malattie infettive all` Università di Brescia.

“Rappresentano dunque un gruppo di malattie importanti per la salute pubblica e il dato secondo cui per ogni grado di temperatura in più aumenta di oltre il 20% il rischio di trasmissione di quelle principali, è rilevante e in linea con tre studi internazionali pubblicati su Frontiers in Climate, Tropical Medicine and Infectious Disease e Parasitology & Vector-Borne Diseases” , aggiunge.

Nel primo lavoro, i ricercatori, da un` analisi di 45 studi condotti nei Paesi a più alta incidenza di Dengue, Brasile, Indonesia e India, hanno evidenziato l` associazione tra variabili climatiche e incidenza della malattia, calcolando un rischio del 16% in più per ogni incremento di un grado della temperatura. Il secondo studio, condotto sui 1145 casi di West Nile registrati in Italia tra il 2012 e il 2020, ha identificato la temperatura media dell` aria come principale fattore climatico predittivo della malattia, con un aumento del 32% di rischio di ammalarsi per ogni grado centigrado in più .

L` ultima ricerca, attraverso una revisione sistematica di 34 studi sperimentali, ha confermato l` impatto della temperatura sulla capacità delle zanzare di trasmettere anche la Chikungunya, con effetto più marcato al di sopra dei 28 gradi centigradi. “Punto chiave delle anomalie climatiche – aggiunge Federica Gobbo, medico veterinario del Laboratorio di entomologia sanitaria dell` Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie – è l` effetto combinato sul ciclo riproduttivo delle zanzare tigre, che diventa più rapido, e sulla stabilità di temperature più miti durante l` inverno, non più in grado di decimare le larve, come avviene in Italia, con l` effetto di una stagione attiva anticipata e prolungata” .

Monitoraggio costante

Anna Teresa Palamara, Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell` Iss, afferma: “Di fronte a questo scenario, la vera sfida risiede nella capacità di non farsi trovare impreparati: è fondamentale mantenere un monitoraggio costante e una sorveglianza attiva anche in assenza di criticità o di evidenti emergenze epidemiche. Solo attraverso una prevenzione continua e strutturata è possibile intercettare precocemente i segnali di rischio prima che si trasformino in focolai diffusi. Per questo motivo, l` Istituto Superiore di Sanità (ISS) è da sempre in prima fila, offrendo competenze multidisciplinari cruciali per il contrasto preventivo e permanente alle arbovirosi e facendo da raccordo con le altre istituzioni, nazionali e locali. Questo stesso convegno, che segue quello analogo che si è svolto lo scorso anno in Istituto, è un ottimo esempio di collaborazione, che può diventare un appuntamento annuale per mettere l` accento sul problema delle arbovirosi all` inizio della stagione” .

Dall` inizio del 2026 confermati 133 casi di Dengue, tutti associati a viaggi all` estero

L` anno record è stato il 2024 con oltre 700 casi a livello nazionale e il più grande focolaio mai registrato in Europa, identificato a Fano con 223 casi. Per la Chikungunya, invece, ad oggi, sono 13 i casi confermati, tutti importati. Il 2025 è stato un anno eccezionale per questa arbovirosi con 469 casi, contro i 17 dell` anno precedente, di cui 384 sono stati autoctoni da trasmissione locale, mentre solo 85 legati a viaggi all` estero. Anche per il West Nile, presente in Italia con trasmissione autoctona da oltre 20 anni, il 2025 ha rappresentato un anno record. Con 274 casi registrati, il nostro è stato il Paese più colpito in Europa. “A preoccupare gli esperti è anche la mancanza di terapie farmacologiche specifiche per la Dengue e la Chikungunya” , sottolinea Gobbi.

“Per queste due patologie esistono dei vaccini, ma al momento sono indicati soltanto per viaggiatori che si recano in zone endemiche: è necessario valutare un loro eventuale utilizzo anche in caso di epidemie autoctone. In questo quadro – continua – rafforzare il sistema di sorveglianza e migliorare l` allerta e la rapidità di risposta, con il contributo attivo dei cittadini, consentirebbe di ridurre drasticamente la trasmissione. Una zanzara tigre che punge un paziente con Chikungunya può trasmettere a sua volta questa infezione dopo soli 5 giorni, per cui in presenza di febbri estive improvvise associate ad altri malesseri, è fondamentale rivolgersi subito al proprio medico. Ciò consente, in caso di diagnosi positiva di infezione, di attivare la disinfestazione e di fermare in tempo la catena di trasmissione” .

Ma la lotta alla diffusione delle arbovirosi, secondo gli esperti, si gioca anche sul terreno della prevenzione, attraverso misure che riducono al minimo l` esposizione alle punture delle zanzare, usando repellenti, zanzariere e svuotando, non solo in estate, ma anche in primavera e autunno, contenitori di acqua stagnante come sottovasi, secchi e grondaie, per eliminare i siti di riproduzione. 



Sat, 30 May 2026 05:45:04 GMT
Salute, Komposer
Alzheimer, dal sangue si riconosce il declino cognitivo lieve

AGI - Per la prima volta sono stati individuati biomarcatori ematici della malattia di Alzheimer associati a lievi alterazioni cognitive precoci. A riuscirci gli scienziati dell` Università della California a San Francisco, che hanno pubblicato un articolo sulla rivista The Lancet per rendere noti i risultati del proprio lavoro. Il team, guidato da Kristine Yaffe, ha coinvolto 1.350 partecipanti di età compresa tra 53 e 69 anni, valutando la correlazione tra specifici biomarcatori nel sangue e il rischio di declino cognitivo.

Secondo quanto emerso dall` indagine, il 6% della coorte presentava livelli elevati di amiloide e tau nel sangue, caratteristiche tipicamente associate alla malattia di Alzheimer. Allo stesso tempo, riportano gli autori, queste proteine erano correlate a punteggi inferiori in due aree cognitive chiave. “L` Alzheimer – afferma Yaffe – inizia anni prima della comparsa dei sintomi. Individuare la malattia precocemente significa aumentare la possibilità di intervenire sui fattori di rischio modificabili, tra cui inattività fisica e cognitiva, depressione, fumo di sigaretta e salute cardiovascolare” .

Prevenzione

Secondo le stime del gruppo di ricerca, fino al 40% dei casi di demenza potrebbe essere prevenuto intervenendo su questi comportamenti. All` inizio dello studio, i partecipanti con livelli elevati di biomarcatori mostravano una minore velocità di elaborazione delle informazioni, un parametro che misura la capacità di reagire rapidamente a stimoli in continua evoluzione, come segnali stradali o conversazioni, oltre a una ridotta funzione esecutiva, che comprende pianificazione, organizzazione e capacità di mantenere la concentrazione. Dopo cinque anni, il gruppo con livelli più alti di biomarcatori presentava un rischio da 2,5 a 4 volte maggiore di rapido declino della memoria verbale e una probabilità da 3 a 4 volte superiore di deterioramento della velocità di elaborazione.

A differenza dei metodi oggi più utilizzati per rilevare tau e amiloide, come scansioni cerebrali o analisi del liquido cerebrospinale, gli esami del sangue risultano economici e non invasivi. Questi test, precisano gli autori, devono comunque essere interpretati con cautela. “Esiste la possibilità di falsi positivi – sottolinea Yaffe – e i risultati forniscono informazioni solo sull` Alzheimer, non su altre forme di demenza. Tuttavia, per alcune persone che scoprono di avere questi biomarcatori, il test potrebbe offrire una finestra utile per avviare interventi in grado di ritardare l` insorgenza della malattia” . 



Fri, 29 May 2026 23:04:00 GMT
Salute
"Stop ai social per gli adolescenti": perché i divieti fanno più male che bene

AGI - I divieti di accesso ai social media per gli adolescenti non sono supportati da evidenze scientifiche solide e potrebbero persino comportare effetti controproducenti. E' quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Developmental Psychology e condotto dagli scienziati dell'University of California, Irvine.

Il team, guidato da Monika Neff Lind, ha raccolto e analizzato gli studi sperimentali disponibili sulle restrizioni all'uso dei social media tra i giovani. Nel dicembre 2025, l'Australia ha introdotto il divieto per i minori di 16 anni di possedere account sui social media. Francia, Grecia, Spagna, Danimarca, Malesia, Norvegia, India, Egitto, Canada, Turchia e Regno Unito stanno valutando misure simili.

Diversi esponenti politici hanno sostenuto che la letteratura scientifica dimostrerebbe i benefici della riduzione o dell'eliminazione dell'accesso ai social per gli adolescenti. Tuttavia, spiegano gli esperti, le prove disponibili non consentono ancora di stabilire quali effetti tali divieti possano avere sulla salute mentale dei giovani.

Cosa dice davvero la letteratura scientifica

"Negli esperimenti che valutano gli effetti della restrizione dei social media sul benessere - riportano gli autori - i partecipanti vengono assegnati casualmente a un gruppo che interrompe l'utilizzo dei social per un certo periodo oppure a un gruppo di controllo. Nessuno degli studi individuati includeva pero' soggetti di eta' inferiore ai 16 anni. Questo significa che non disponiamo di dati diretti sulle conseguenze di questi divieti per gli adolescenti piu' giovani".

Gli esperimenti condotti sugli adulti, aggiungono i ricercatori, mostrano effetti deboli, nulli o contrastanti, e circa il 40 per cento delle indagini analizzate ha prodotto risultati inconcludenti.

I rischi e gli effetti controproducenti dei blocchi

Secondo gli autori, esistono inoltre motivi concreti per ritenere che i divieti possano avere effetti indesiderati. In primo luogo, spiegano gli studiosi, le restrizioni pongono questioni etiche legate alla privacy e al controllo degli utenti, con il rischio di penalizzare soprattutto i gruppi piu' vulnerabili. Ad esempio, le tecnologie utilizzate per verificare l'eta' attraverso selfie caricati online possono commettere errori legati all'etnia o all'eta' degli utenti.

I giovani potrebbero inoltre perdere importanti occasioni di socializzazione e accesso a risorse informative, considerando che molti servizi e iniziative rivolti agli adolescenti vengono diffusi proprio attraverso i social media.

Chi decidesse di aggirare i divieti potrebbe poi creare account falsi o utilizzare piattaforme anonime, rinunciando cosi' ai sistemi di protezione e ai controlli parentali previsti per gli account destinati ai minori. Secondo gli studiosi, i divieti potrebbero anche aumentare i conflitti tra adolescenti e figure educative di riferimento.

Oltre i divieti: la necessità di approcci alternativi

Alla luce di queste considerazioni, gli autori sottolineano la necessita' di sviluppare approcci alternativi per migliorare il rapporto dei giovani con i social media, rafforzare i sistemi di monitoraggio per valutare il reale impatto delle restrizioni e favorire la collaborazione tra istituzioni, famiglie, ricercatori e aziende tecnologiche.

"Non possiamo risolvere la crisi della salute mentale giovanile attraverso i divieti - conclude Neff Lind - piuttosto che limitarci a proibire, dovremmo impegnarci a comprendere meglio il problema e affrontarlo in modo piu' ampio e strutturato".



Fri, 29 May 2026 09:03:31 GMT
Salute, Komposer
Il lavoro delle madri danneggia lo sviluppo dei figli? La scienza smantella il tabù sociale

AGI - Un importante contributo scientifico dell'Università di Trieste porta nuove evidenze su uno dei temi sociali più rilevanti e discussi degli ultimi anni: gli effetti del lavoro materno sullo sviluppo dei figli. La professoressa Maria Lo Bue, docente di Microeconomics e Development Economics a UniTS, è infatti coautrice insieme a Elizaveta Perova della World Bank e Sarah Reynolds della University of California, Berkeley, dello studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Science "Maternal work and children's development: A review".

La ricerca affronta una questione centrale nel dibattito pubblico contemporaneo, analizzando l'impatto dell'occupazione materna su apprendimento, risultati scolastici, salute, sviluppo cognitivo e benessere socio-emotivo di bambini e adolescenti.

L'analisi scientifica su 40 anni di dati e mille studi

Partendo da oltre mille studi provenienti da economia, psicologia, medicina e altre scienze sociali, la ricerca ha selezionato 61 lavori scientifici pubblicati tra il 1980 e il 2023 che utilizzano metodi statistici in grado di identificare in modo credibile relazioni causali tra occupazione materna e sviluppo dei figli. Le autrici hanno quindi analizzato complessivamente 884 stime statistiche relative agli effetti del lavoro materno sui figli.

I risultati mostrano che, dopo le correzioni per test multipli oggi considerate una best practice nella ricerca scientifica, nell'87% dei casi gli effetti non sono statisticamente differenti da zero e che, nella maggior parte dei casi, gli eventuali effetti rilevati risultano di entità molto contenuta. Lo studio evidenzia inoltre che non emergono differenze sistematiche legate all'età dei bambini: gli effetti risultano prevalentemente nulli sia nella prima infanzia sia durante gli anni scolastici e l'adolescenza.

L'impatto positivo nei contesti socioeconomici fragili

Dalle analisi emerge però anche un elemento importante: nei contesti socioeconomici più fragili, l'occupazione materna tende più frequentemente ad avere effetti positivi, soprattutto sugli esiti cognitivi ed educativi dei figli. Benefici maggiori emergono inoltre quando il lavoro è stabile, flessibile e compatibile con i tempi di cura familiare.

"Questo studio mostra come il dibattito sul lavoro materno e sul benessere dei figli debba essere affrontato superando stereotipi e semplificazioni - commenta la professoressa Maria Lo Bue -. Le evidenze scientifiche, raccolte in oltre quarant'anni di ricerca, indicano che il lavoro delle madri, soprattutto in presenza di occupazioni di qualità e adeguati sistemi di supporto, non rappresenta un ostacolo allo sviluppo dei figli e può anzi contribuire a migliorare le opportunità delle famiglie più fragili. È fondamentale continuare a investire in politiche che favoriscano conciliazione, inclusione e pari opportunità ".

La situazione in Italia e il ruolo di UniTS nella ricerca globale

"Questo messaggio è particolarmente rilevante anche per l'Italia", aggiunge Lo Bue. "Il nostro Paese continua ad avere uno dei tassi di occupazione femminile più bassi d'Europa, soprattutto tra le donne con figli piccoli. La ricerca suggerisce che il tema centrale non sia se le madri lavorino oppure no, ma piuttosto la qualità del lavoro, la disponibilità di servizi e le condizioni che permettono alle famiglie di conciliare occupazione e cura".

Il contributo della professoressa Lo Bue conferma il ruolo dell'Università di Trieste nelle reti di ricerca internazionali dedicate allo studio dei grandi temi economici e sociali contemporanei, attraverso collaborazioni con istituzioni di primo piano come la World Bank e la University of California, Berkeley, e impegnate nella produzione di evidenze scientifiche utili al dibattito pubblico e alla definizione delle politiche sociali e del lavoro.



Wed, 27 May 2026 01:02:00 GMT
Salute, Komposer
Combattere l'infiammazione cronica da HIV a tavola: le proprietà nascoste di broccoli e cavoli

AGI - Composti naturali presenti in broccoli, cavoli e altre verdure della famiglia delle crucifere potrebbero contribuire a riparare i danni intestinali persistenti nei pazienti con HIV anche dopo anni di terapia antivirale. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista JCI Insight e coordinato dalla Tulane University, che ha individuato un possibile ruolo degli indoli alimentari nel ripristino delle difese immunitarie della mucosa intestinale compromesse dall'infezione virale. La ricerca affronta uno dei problemi ancora irrisolti nella gestione a lungo termine dell'HIV.

Sebbene le attuelles terapie antiretrovirali riescano a sopprimere efficacemente il virus e migliorare in modo significativo la sopravvivenza dei pazienti, molte persone continuano infatti a presentare danni persistenti alla barriera intestinale e uno stato di infiammazione cronica associato a complicanze cardiovascolari, metaboliche e neurologiche.

Perché l'infezione da HIV continua a danneggiare la barriera intestinale?

Lo studio, coordinato da Namita Rout del Tulane National Biomedical Research Center, ha analizzato modelli animali infettati con SIV, virus strettamente correlato all'HIV utilizzato nella ricerca sperimentale. Anche dopo trattamenti antivirali prolungati, i ricercatori hanno osservato alterazioni persistenti della barriera intestinale e disfunzioni di specifiche cellule immunitarie coinvolte nella protezione e nella riparazione dei tessuti della mucosa.

Tra le cellule maggiormente compromesse figurano le cellule T gamma delta e le cellule linfoidi innate, normalmente responsabili della produzione di molecole che regolano la comunicazione tra cellule e favoriscono il mantenimento dell'integrita' intestinale. Nei soggetti trattati queste risposte protettive risultavano ridotte insieme all'alterazione di proteine coinvolte nell'attivazione immunitaria locale.

Come agiscono gli indoli dei broccoli sul sistema immunitario?

I ricercatori hanno quindi testato la possibilita' di modulare questo meccanismo attraverso l'alimentazione. Un piccolo gruppo di animali ha ricevuto un supplemento derivato dai broccoli ricco di indoli, composti naturali presenti anche in cavoli e altre crucifere. Dopo un mese di trattamento, gli animali mostravano segnali compatibili con un miglioramento dell'integrità della barriera intestinale e modificazioni favorevoli nelle popolazioni di cellule immunitarie coinvolte nella riparazione della mucosa.

"Questo studio aiuta a comprendere meglio perché i danni intestinali e l'infiammazione cronica possano persistere anche quando il virus è ben controllato - osserva Namita Rout, associata di microbiologia e immunologia alla Tulane University - i risultati identificano una via immunitaria importante per la salute intestinale e potrebbero guidare future strategie nutrizionali per migliorare gli esiti a lungo termine delle persone che vivono con HIV".

Gli autori precisano che lo studio non dimostra l'efficacia clinica dei supplementi alimentari nei pazienti HIV positivi e che la ricerca è stata condotta su un numero limitato di animali. Tuttavia i dati suggeriscono che alcuni meccanismi biologici coinvolti nell'equilibrio intestinale possano restare modulabili anche dopo anni di terapia antivirale. Secondo i ricercatori, comprendere come alimentazione e microbiota influenzino il sistema immunitario intestinale potrebbe aprire nuove prospettive per limitare l'infiammazione cronica e migliorare la qualità di vita dei pazienti con HIV.



Tue, 26 May 2026 11:21:27 GMT
Salute, Komposer
Effetto Ozempic senza fine: scoperto il farmaco che ne prolunga i benefici e cancella lo s...

AGI - Gli effetti dei farmaci per la perdita di peso, come la semaglutide (principio attivo contenuto sia nell'Ozempic, indicato per il diabete ma usato off-label per dimagrire), potrebbero essere prolungati e ottimizzati tramite il medicinale roflumilast. Lo suggerisce uno studio, pubblicato sulla rivista Nature Metabolism, condotto dagli scienziati del National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases (NIDDK) e del National Institute of General Medical Sciences (NIGMS).

Il team, guidato da Andrew Lutas, Claire Gao e Michael Krashes, ha utilizzato un modello murino per individuare strategie efficaci per potenziare la perdita di peso indotta dagli agonisti del recettore GLP-1. Il gruppo di ricerca ha identificato processi di segnalazione intracellulare chiave legati agli effetti dimagranti dei farmaci.

Perché i farmaci per la perdita di peso si stabilizzano nel tempo?

I benefici del trattamento farmacologico della perdita di peso, spiegano gli autori, sono ben documentati. Sebbene le regioni cerebrali associate a questi effetti siano note, permangono ancora diversi interrogativi, legati soprattutto alle diverse risposte nei vari pazienti e al motivo per cui gli effetti si stabilizzano nel tempo.

Gli scienziati hanno utilizzato una tecnica di imaging a fluorescenza per esplorare l'attività intracellulare indotta dalla semaglutide nel tessuto cerebrale vivente. Inibendo o rimuovendo selettivamente diverse molecole di segnalazione intracellulare, i ricercatori sono stati in grado di identificare quali fossero le più importanti per la perdita di peso.

Come agisce il roflumilast per prolungare il dimagrimento?

Il gruppo di ricerca ha scoperto che gli effetti dimagranti del farmaco dipendevano da un aumento dei livelli della molecola di segnalazione adenosina monofosfato ciclico, o cAMP, nell'area postrema, una regione del cervello che contiene circuiti correlati all'appetito. Tuttavia, questi aumenti variavano da neurone a neurone. Allo stesso tempo, le risposte del cAMP nelle diverse cellule variavano lungo un continuum: alcune cellule hanno mantenuto livelli elevati della molecola in presenza di semaglutide, mentre altre registravano aumenti temporanei.

Inibendo l'enzima PDE4, presente in natura e responsabile della degradazione del cAMP, con il farmaco roflumilast, gli autori hanno dimostrato di poter orientare i neuroni verso una risposta prolungata. Nel complesso, i risultati suggeriscono che gli effetti dei GLP-1 potrebbero essere estesi, riducendo potenzialmente la frequenza di somministrazione di questi farmaci e contrastando i periodi di stallo riscontrati da molti pazienti. Gli autori sottolineano pero' che saranno necessari ulteriori approfondimenti per confermare i risultati e valutare gli effetti di questo potenziamento in tessuti e pazienti umani.

 



Mon, 25 May 2026 11:06:37 GMT
Salute
Leucemia mielomonocitica cronica: una nuova mappa genetica per rileggere la malattia e ori...

AGI - I risultati di uno studio internazionale pubblicati sul Journal of Clinical Oncology propongono un nuovo approccio per migliorare la gestione della Leucemia mielomonocitica cronica (CMML), una rara neoplasia del sangue caratterizzata da elevata variabilità tra i pazienti e da esiti spesso sfavorevoli. Integrando informazioni molecolari, parametri clinici e modelli computazionali avanzati, i ricercatori hanno sviluppato strumenti in grado di stimare più accuratamente l` evoluzione della malattia e supportare decisioni terapeutiche personalizzate.
Lo studio, multicentrico e su larga scala, è il risultato della collaborazione di un team internazionale che coinvolge centri di ricerca in Europa, Stati Uniti e Taiwan. Il progetto è stato ideato e coordinato da Humanitas, che integra attività clinica, ricerca in ambito oncoematologico e approcci avanzati di intelligenza artificiale, sotto la guida di Matteo Giovanni Della Porta, responsabile di Leucemie dell` IRCCS Istituto Clinico Humanitas e professore di Humanitas University. Hanno contribuito allo studio Saverio D` Amico, ingegnere biomedico e data scientist presso Humanitas AI Center, impegnato nello sviluppo degli strumenti di analisi dei dati e, come primo autore, Luca Lanino, ematologo presso la Yale School of Medicine ed ex specializzando di Humanitas University.


Una malattia rara e complessa

La CMML si distingue per l` aumento dei monociti nel sangue, un tipo di globuli bianchi coinvolti nella risposta immunitaria, ed è caratterizzata da una marcata eterogeneità clinica. Colpisce prevalentemente la popolazione adulta e, in una parte dei casi, può evolvere in Leucemia mieloide acuta, una forma più aggressiva della malattia.
Il trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche rappresenta a oggi l` unico trattamento potenzialmente curativo, tuttavia molti pazienti non sono candidabili a causa dell` età avanzata o della presenza di comorbidità . Le alternative farmacologiche disponibili, come gli agenti ipometilanti, offrono benefici limitati, evidenziando la necessità di strumenti prognostici più precisi e di approcci terapeutici sempre più personalizzati.


Una nuova mappa genetica della malattia

Analizzando i dati clinici e genetici di oltre 3.500 pazienti con un approccio multimodale, i ricercatori hanno identificato nove cluster molecolari, ciascuno associato a specifiche alterazioni genetiche e a differenti esiti clinici. Una parte dei pazienti (circa il 15%) ha inoltre mostrato caratteristiche sovrapposte ad altre neoplasie mieloidi, suggerendo che i confini tra queste malattie siano meno definiti di quanto ritenuto finora. «Questa nuova mappa genetica permette di descrivere la malattia in modo più preciso rispetto alle classificazioni tradizionali, offrendo uno strumento per comprendere meglio le differenze tra i pazienti e la variabilità clinica che osserviamo nella pratica», spiega il dott. Luca Lanino. «Una classificazione più accurata rappresenta la base per sviluppare strategie terapeutiche sempre più mirate».


Come cambia la valutazione del rischio

I dati raccolti hanno portato allo sviluppo dell` International CMML Prognostic Scoring System (iCPSS), un nuovo sistema prognostico che integra mutazioni genetiche, parametri ematologici e alterazioni citogenetiche, cioè anomalie dei cromosomi che contengono il DNA.
Il modello individua cinque gruppi prognostici, ciascuno con differenti probabilità di sopravvivenza complessiva e di evoluzione verso leucemia acuta, migliorando la capacità predittiva su base individuale rispetto ai sistemi precedenti. Circa il 55% dei pazienti è stato infatti riclassificato in categorie di rischio diverse. «Integrare informazioni genetiche e cliniche consente di ottenere una valutazione più precisa della prognosi e di personalizzare le decisioni terapeutiche», osserva il prof. Matteo Giovanni Della Porta. «Questo approccio permette di identificare meglio i pazienti che possono beneficiare di strategie più intensive, come il trapianto, e di pianificare il percorso di cura in modo più mirato».


Il ruolo dell` intelligenza artificiale

Un elemento innovativo dello studio è l` impiego di strumenti avanzati di analisi dei dati e modelli decisionali sviluppati attraverso tecniche di intelligenza artificiale, con il contributo dell` Humanitas AI Center, che include tra le proprie linee di ricerca lo sviluppo di Digital Twin, rappresentazioni virtuali di pazienti costruite integrando dati clinici, genomici, immagini mediche, trattamenti ed esiti, per la comprensione e la gestione in particolare delle malattie in ambito oncoematologico. In questo contesto, i ricercatori hanno implementato una piattaforma di apprendimento federato, che consente di aggiornare continuamente il modello utilizzando dati provenienti da diversi centri senza condividere direttamente informazioni sensibili dei pazienti. L` uso di dati sintetici ha inoltre permesso di simulare scenari clinici realistici, testando e validando il modello per favorirne applicazioni future.


Verso una Medicina di precisione

Nel loro insieme, queste soluzioni dimostrano come l` integrazione tra ricerca clinica, genomica e intelligenza artificiale possa supportare lo sviluppo di strumenti prognostici dinamici e aggiornabili nel tempo, con ricadute concrete sulla pratica clinica.
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda infatti le strategie terapeutiche: l` adozione del modello ha modificato la pianificazione del trattamento nel 31% dei casi, con un miglioramento atteso della sopravvivenza nei pazienti idonei a terapie più intensive, come il trapianto di cellule staminali.
Complessivamente, lo studio rappresenta un risultato di rilievo internazionale e un possibile cambio di paradigma nella gestione della CMML, dimostrando come la medicina di precisione possa diventare sempre più applicabile nella pratica clinica quotidiana.



Fri, 22 May 2026 14:32:49 GMT
Salute, Komposer
Gli esperti consigliano: "Stop alle deroghe su e-cig e tabacco riscaldato"

AGI - Le sigarette elettroniche, tabacco riscaldato e nicotine pouches devono essere regolati con la stessa severità del tabacco tradizionale. Basta quindi con la favola della “riduzione del danno” e con l` idea che i nuovi prodotti a base di nicotina possano restare in una zona grigia normativa e fiscale. Con questa posizione si apre la “Milan Declaration” , il documento programmatico finale presentato oggi a conclusione della European Conference on Tobacco or Health (ECToH), il principale congresso europeo dedicato alla prevenzione del tabacco e della dipendenza organizzato dalla Lilt (Lega Italiana per la lotta contro i tumori).

L` obiettivo finale della roadmap presentata a Milano è ambizioso e senza compromessi

Guidare l` Europa verso una “tobacco-free generation” entro il 2040. Il dato più preoccupante emerso durante le giornate del congresso riguarda la rapidissima diffusione dei nuovi prodotti tra i più giovani: circa 4 milioni di adolescenti europei (tra i 13 e i 15 anni) utilizzano già prodotti a base di tabacco e 4,2 milioni usano sigarette elettroniche. In molte nazioni i dispositivi elettronici stanno superando le sigarette tradizionali tra i ragazzi, complici un marketing aggressivo che sfrutta i vuoti normativi e l` impatto dell` inflazione, che ha ridotto il prezzo reale del tabacco in diversi Paesi.

“La nicotina rischia di tornare normale tra i ragazzi attraverso prodotti percepiti come innovativi, tecnologici o meno pericolosi – spiega Silvano Gallus, ricercatore dell` Istituto Mario Negri di Milano e presidente del comitato scientifico ECToH Milano 2026 – ma il rischio reale è quello di creare una nuova generazione dipendente. Per questo la Milan Declaration chiede regole europee più forti, coerenti e aggiornate rispetto ai nuovi scenari di mercato” . Non si tratta solo di salute e del fondamentale diritto all` aria pulita, ma anche di ecologia: sigarette elettroniche, tabacco riscaldato e nicotine pouches (i sacchetti di nicotina) causano gravi danni agli ambienti urbani sotto forma di rifiuti plastici, mozziconi e detriti elettronici, gravando sui bilanci delle città .

L'appello alle autorità e la strategia

La Dichiarazione lancia un appello alle autorità locali, nazionali ed europee affinché adottino una strategia comune basata su alcuni punti cardine. Il primo è quello di estendere i divieti di fumo e aerosol a tutti gli spazi pubblici, sia interni sia esterni (come parchi, scuole e strutture sanitarie), per rendere i centri urbani salubri per impostazione predefinita. Il secondo punto cardine è di applicare le medesime e rigide regole a ogni categoria di prodotto, colmando i vuoti legislativi su sigarette elettroniche, tabacco riscaldato e nuovi dispositivi contenenti nicotina. La terza richiesta è quella di incrementare i prezzi e le tasse su tutti i prodotti del tabacco e della nicotina non terapeutica, riducendone l` accessibilità economica in particolare tra i giovani.

Altro punto cardine è la tutela delle nuove generazioni

Proteggere i non consumatori riducendo l` attrattiva e la disponibilità dei prodotti, implementando strategie lungimiranti per garantire una futura generazione libera dalla nicotina. Gli esperti chiedono inoltre la regolamentazione della vendita al dettaglio: limitare la commercializzazione dei prodotti attraverso l` introduzione di licenze obbligatorie, criteri di zonizzazione e restrizioni sulla densità dei punti vendita. Nella “declaration” si richiede un maggiore rigore nell` applicazione e sanzioni: garantire un sistema di controllo costante, adeguatamente finanziato e supportato da sanzioni efficaci volte a scoraggiare la non conformità alle norme.

Tra i punti cardine c` è anche l` integrazione nelle politiche urbane ambientali

Inserire il contrasto al tabagismo nelle agende di sostenibilità delle città , affrontando in modo diretto l` inquinamento e la gestione dei rifiuti tossici come i mozziconi. Si chiede inoltre di investire in servizi sanitari accessibili per smettere di fumare e garantire finanziamenti stabili e privi di conflitti d` interesse alla ricerca scientifica sul tabagismo. Infine, gli esperti chiedono di blindare le politiche sanitarie e la ricerca scientifica dalle attività di lobbying dei produttori, e di promuovere misure severe e basate su solide evidenze scientifiche nella revisione delle direttive UE su tasse, prodotti e pubblicità del tabacco, eliminando ogni deroga attuale. Il congresso si è chiuso con un monito chiaro sulla necessità di agire d` anticipo per non restare indietro rispetto alle mosse delle multinazionali. “La lotta al tabacco oggi non può più riguardare soltanto le sigarette tradizionali – conclude Gallus – perché il mercato, i consumi e le strategie industriali stanno cambiando molto rapidamente. La Milan Declaration nasce proprio con l` obiettivo di aiutare l` Europa a non inseguire questi cambiamenti, ma ad anticiparli” . 



Fri, 22 May 2026 11:41:52 GMT
Salute
I disturbi mentali nel mondo sono raddoppiati in 30 anni, colpiscono 1.2 miliardi di persone

AGI - I disturbi mentali nel mondo sono quasi raddoppiati dal 1990 e oggi coinvolgono circa 1,2 miliardi di persone, diventando la principale causa globale di anni vissuti con disabilità . È quanto emerge da uno studio pubblicato su The Lancet e coordinato dall` Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) insieme all` University of Queensland, che analizza prevalenza e impatto dei disturbi mentali in 204 Paesi tra il 1990 e il 2023. La ricerca descrive il più ampio studio finora realizzato sul carico globale dei disturbi mentali e mostra come ansia e depressione rappresentino oggi una delle principali emergenze sanitarie mondiali.

Principale causa di disabilità

Secondo gli autori, i disturbi mentali sono diventati la principale causa di disabilità a livello globale, superando malattie cardiovascolari, tumori e patologie muscolo-scheletriche. Nel 2023 queste condizioni hanno causato complessivamente 171 milioni di DALYs, gli anni di vita persi per morte prematura o vissuti con disabilità , pari a oltre il 17% di tutti gli anni vissuti con disabilità nel mondo. Ansia e depressione maggiore figurano rispettivamente all` undicesimo e quindicesimo posto tra le 304 principali cause globali di malattia e lesione considerate nello studio.

I ricercatori segnalano inoltre un forte incremento osservato dopo la pandemia di Covid-19. Dal 2019 la prevalenza standardizzata della depressione maggiore è aumentata di circa il 24%, mentre i disturbi d` ansia sono cresciuti di oltre il 47%. Secondo gli autori, le conseguenze psicologiche della pandemia si sommano a fattori strutturali di lungo periodo come povertà , insicurezza sociale, violenza, abuso e riduzione delle relazioni sociali. “Questi trend crescenti possono riflettere sia gli effetti persistenti dello stress legato alla pandemia sia fattori strutturali di lungo periodo” , osserva Damian Santomauro del Queensland Centre for Mental Health Research e primo autore dello studio. “Affrontare questa sfida richiederà investimenti continui nei sistemi di salute mentale, maggiore accesso alle cure e un` azione globale coordinata per sostenere le popolazioni più a rischio” .

Adolescenti e giovani adulti

Lo studio evidenzia che il carico maggiore si concentra tra adolescenti e giovani adulti, in particolare nella fascia 15-19 anni. Secondo gli autori, questa fase della vita rappresenta un periodo cruciale per sviluppo scolastico, lavorativo e relazionale, rendendo le conseguenze dei disturbi mentali particolarmente rilevanti sul lungo periodo. “Nella fascia adolescenziale ansia e depressione diventano le principali componenti del carico di malattia mentale” , spiega Alize Ferrari, coautrice dello studio. “Si tratta di una fase critica che può influenzare profondamente istruzione, occupazione e relazioni sociali future” .

I risultati mostrano inoltre una maggiore vulnerabilità femminile

Nel 2023 circa 620 milioni di donne convivevano con almeno un disturbo mentale rispetto a 552 milioni di uomini. Le donne hanno registrato anche un carico complessivo di disabilità superiore, con 92,6 milioni di DALYs contro 78,6 milioni degli uomini. Secondo gli autori, il divario potrebbe essere legato a maggiore esposizione a violenza domestica, abusi sessuali, carichi di cura e discriminazioni strutturali di genere. Dal punto di vista geografico, il peso dei disturbi mentali è aumentato in tutte le regioni del pianeta, ma con forti differenze tra Paesi. Alcune delle incidenze più elevate sono state osservate in regioni ad alto reddito come Australasia ed Europa occidentale, con livelli particolarmente elevati nei Paesi Bassi, in Portogallo e in Australia. Incrementi significativi sono stati registrati anche nell` Africa subsahariana occidentale e in alcune aree dell` Asia meridionale.

Il problema è aggravato dalla scarsità globale di cure adeguate

Le analisi del Global Burden of Disease Study indicano che soltanto il 9% delle persone affette da depressione maggiore riceve nel mondo un trattamento minimamente adeguato, mentre in 90 Paesi meno del 5% dei pazienti ha accesso a cure appropriate. Solo pochi Stati ad alto reddito, tra cui Australia, Canada e Paesi Bassi, superano una copertura terapeutica del 30 per cento. Gli autori sottolineano quindi la necessità di aumentare investimenti e accesso ai servizi di salute mentale, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito. Lo studio conclude che senza un rafforzamento dei sistemi sanitari e delle politiche di prevenzione il peso globale dei disturbi mentali continuerà ad aumentare nei prossimi decenni.



Thu, 21 May 2026 13:00:54 GMT
Salute, Komposer
Malattie sessuali batteriche a livelli record da 10 anni in Europa

AGI - Un` impennata delle infezioni batteriche a trasmissione sessuale (IST) in tutta Europa è segnalata dagli ultimi rapporti epidemiologici annuali dell` ECDC (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie). I dati relativi al 2024 mostrano che i casi di gonorrea hanno raggiunto quota 106.331, con un incremento del 303% rispetto al 2015. I casi di sifilide sono più che raddoppiati nello stesso periodo, arrivando a 45.577.

Complicazioni in caso di mancato trattamento

La clamidia rimane l` infezione sessualmente trasmissibile (IST) più frequentemente segnalata, con 213.443 casi. Anche il linfogranuloma venereo (LGV) ha continuato a essere trasmesso, con 3.490 casi segnalati. “Le infezioni a trasmissione sessuale sono in aumento da 10 anni e hanno raggiunto livelli record nel 2024. Se non trattate, queste infezioni possono causare gravi complicazioni, come dolore cronico e infertilità e, nel caso della sifilide, problemi cardiaci o del sistema nervoso. Ancora più preoccupante è il fatto che tra il 2023 e il 2024 abbiamo assistito a un quasi raddoppio dei casi di sifilide congenita, in cui l` infezione si trasmette direttamente ai neonati, portando a complicazioni potenzialmente permanenti” , afferma Bruno Ciancio, responsabile dell` Unità Malattie a Trasmissione Diretta e Prevenibili con Vaccino ECDC.

Precauzioni

“Proteggere la propria salute sessuale rimane semplice. Usate il preservativo con partner nuovi o multipli e fatevi testare se avete sintomi come dolore, perdite o ulcere” . La sifilide congenita è un` infezione che si verifica quando il Treponema pallidum, il batterio che causa la sifilide, viene trasmesso da una persona incinta infetta al feto durante la gravidanza, principalmente tramite trasmissione transplacentare oppure, meno comunemente, attraverso l` esposizione a lesioni infettive al momento del parto. Nel 2024, sono stati segnalati 140 casi confermati di sifilide congenita provenienti da 14 paesi UE/SEE, mentre 14 altri paesi non hanno segnalato casi. Il numero di casi segnalati nel 2024 rappresenta il numero più alto di notifiche di sifilide congenita dal 2009, quando l` ECDC ha assunto il coordinamento della sorveglianza della sifilide congenita nell` UE/SEE e rappresenta quasi il doppio del numero di casi segnalati nel 2023.

L` aumento dei casi di sifilide congenita è stato accompagnato da un aumento dei tassi di notifica della sifilide tra donne in diversi paesi dell` UE/SEE. In generale, alla base di questi forti aumenti nelle infezioni batteriche a trasmissione sessuale, le tendenze di trasmissione variano significativamente tra i diversi gruppi di popolazione. Gli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini rimangono il gruppo più colpito in modo sproporzionato, con i maggiori incrementi a lungo termine di gonorrea e sifilide. Tra le popolazioni eterosessuali, la sifilide è in aumento, in particolare tra le donne in età fertile.

Questi dati sono in linea con i risultati del rapporto di monitoraggio dell` ECDC sulla sifilide congenita, che evidenzia le mancate opportunità di prevenzione, come le lacune nello screening prenatale, la mancanza di follow-up e di test ripetuti, nonché di trattamento. Il rapporto di monitoraggio ha inoltre individuato ostacoli più ampi alla diagnosi e alla prevenzione che richiedono un intervento. Tredici dei 29 paesi partecipanti al rapporto continuano ad addebitare costi diretti per i test di base per le IST. L` attuazione disomogenea dei servizi e le strategie nazionali obsolete limitano l` impatto degli interventi comprovati, poiché molte strategie nazionali di prevenzione non tengono conto dei cambiamenti comportamentali post-pandemici.

Raccomandazioni ai paesi europei

L` ECDC raccomanda ai paesi europei di migliorare i protocolli di screening prenatale per garantire che la sifilide venga diagnosticata e trattata tempestivamente e correttamente in base allo stadio dell` infezione, al fine di prevenire la trasmissione al feto durante la gravidanza. Inoltre, nel gennaio 2026, l` ECDC ha fornito indicazioni specifiche sull` uso della doxiciclina per la profilassi post-esposizione (doxy-PEP) a supporto degli sforzi di prevenzione delle IST. Le persone esposte a un rischio maggiore di contrarre infezioni dovrebbero consultare il proprio medico o altro operatore sanitario per valutare opzioni di prevenzione personalizzate.

L` ECDC non raccomanda l` uso diffuso della doxiciclina per la gonorrea a causa del rischio di accelerazione della resistenza antimicrobica. Invertire la tendenza all` aumento dei casi di infezioni sessualmente trasmissibili (IST) richiede servizi di prevenzione accessibili, un accesso più agevole ai test, trattamenti più rapidi e una notifica più efficace ai partner per fermare l` ulteriore trasmissione. L` ECDC esorta le autorità sanitarie pubbliche ad aggiornare con urgenza le strategie nazionali in materia di IST e a rafforzare i sistemi di sorveglianza per monitorare meglio l` impatto degli sforzi di prevenzione. Senza un` azione decisa, è probabile che le tendenze attuali continuino, aggravando le conseguenze negative per la salute e ampliando le disuguaglianze nell` accesso alle cure.



Thu, 21 May 2026 01:47:00 GMT
Salute
Tra le 8 e le 10 ore a settimana: la vera dose di movimento per abbattere il rischio infarto

AGI - Per ottenere una riduzione sostanziale del rischio di infarto e ictus gli adulti dovrebbero svolgere tra 560 e 610 minuti alla settimana di attività fisica moderata o intensa, molto più dei 150 minuti raccomandati dalle attuali linee guida internazionali.

È quanto emerge da uno studio pubblicato sul 'British Journal of Sports Medicine' da Ziheng Ning della Macao Polytechnic University in Cina. La ricerca suggerisce inoltre che le persone meno allenate devono fare ancora più esercizio rispetto a chi possiede già una buona forma cardiovascolare per ottenere gli stessi benefici sul cuore.

I dati della ricerca e il monitoraggio dei partecipanti

Lo studio ha analizzato i dati di 17.088 partecipanti del database UK Biobank raccolti tra il 2013 e il 2015. I partecipanti, con età media di 57 anni, hanno indossato per sette giorni dispositivi da polso per monitorare i livelli reali di attività fisica e hanno effettuato test da sforzo in bicicletta per stimare il VO2 max, parametro che misura la capacità dell'organismo di utilizzare ossigeno durante l'esercizio intenso e rappresenta uno dei principali indicatori di fitness cardiorespiratorio.

I ricercatori hanno inoltre considerato fumo, dieta, consumo di alcol, indice di massa corporea, pressione arteriosa e frequenza cardiaca. Durante un follow-up medio di 7,8 anni sono stati registrati 1233 eventi cardiovascolari, tra cui fibrillazione atriale, infarti, insufficienza cardiaca e ictus.

Quanti minuti di esercizio servono davvero

Secondo i risultati, rispettare la soglia minima di 150 minuti settimanali di attività fisica produce una riduzione relativamente modesta del rischio cardiovascolare, compresa tra l'8 e il 9 per cento. Per ottenere invece una protezione definita "sostanziale", cioè superiore al 30 per cento, sarebbero necessari tra 560 e 610 minuti settimanali di esercizio moderato-intenso, equivalenti a circa 10 ore. Solo il 12 per cento delle persone coinvolte nello studio raggiungeva pero' questi livelli di attività .

Lo sforzo maggiore per i meno allenati

L'analisi mostra inoltre che chi parte da livelli molto bassi di forma fisica deve svolgere circa 30-50 minuti in più a settimana rispetto agli individui più allenati per ottenere benefici equivalenti. Per esempio, per ridurre del 20 per cento il rischio cardiovascolare, le persone meno allenate devono praticare circa 370 minuti di esercizio settimanale contro i 340 minuti richiesti ai soggetti con fitness più elevato. "Questo risultato evidenzia la sfida piu' impegnativa affrontata dalle popolazioni meno allenate", osservano gli autori.

Il futuro delle linee guida sulla salute cardiovascolare

I ricercatori sottolineano che si tratta di uno studio osservazionale e che quindi non e' possibile dimostrare un rapporto diretto di causa-effetto. Ammettono inoltre che i partecipanti allo studio potrebbero essere mediamente più sani e più attivi della popolazione generale. Secondo gli studiosi, le linee guida attuali restano comunque valide come soglia minima universale di protezione cardiovascolare.

Tuttavia, sostengono che in futuro potrebbero essere necessarie raccomandazioni personalizzate basate sul livello individuale di fitness cardiorespiratorio. "Le future linee guida potrebbero dover distinguere tra il livello minimo di esercizio necessario per una protezione di base e volumi molto piu' elevati richiesti per ottenere una riduzione ottimale del rischio cardiovascolare", concludono gli autori.



Wed, 20 May 2026 04:26:00 GMT
Salute
La scrittura lenta può essere una spia del declino cognitivo

AGI - La velocità della scrittura e il modo in cui vengono organizzati i tratti della penna potrebbero diventare nuovi indicatori precoci del declino cognitivo negli anziani. È quanto suggerisce uno studio pubblicato su Frontiers in Human Neuroscience da Ana Rita Matias dell` Università di Évora, in Portogallo. I ricercatori hanno osservato che le persone anziane con compromissione cognitiva mostrano schemi distinti nei movimenti della scrittura, soprattutto durante compiti più complessi come la dettatura di frasi.

Lo studio e la prova di dettatura

Lo studio ha coinvolto 58 persone tra 62 e 92 anni residenti in case di cura, di cui 38 con una diagnosi di deterioramento cognitivo. I partecipanti hanno svolto esercizi di controllo della penna e prove di scrittura utilizzando una penna digitale collegata a una tavoletta elettronica capace di registrare velocità , numero di tratti, dimensione dei caratteri e tempi di esecuzione. Secondo i risultati, i semplici compiti motori, come tracciare linee o punti, non consentivano di distinguere i partecipanti con deficit cognitivi da quelli sani. Le differenze più evidenti sono emerse invece nelle prove di dettatura, considerate più impegnative dal punto di vista cognitivo.

“Scrivere non è soltanto un` attività motoria, ma una finestra sul cervello” , spiega Ana Rita Matias, docente del Dipartimento di Sport e Salute dell` Università di Évora. “I soggetti con compromissione cognitiva mostravano modelli distinti nella tempistica e nell` organizzazione dei movimenti della scrittura. I compiti con maggiore carico cognitivo hanno evidenziato che il declino cognitivo si riflette nel modo in cui i movimenti vengono organizzati nel tempo” , aggiunge la ricercatrice. Nelle persone con deterioramento cognitivo, gli indicatori più significativi sono risultati il tempo di avvio della scrittura, il numero di tratti utilizzati, la durata dell` esecuzione e la dimensione verticale delle lettere. Secondo gli autori, queste caratteristiche dipendono strettamente da funzioni cerebrali come memoria di lavoro, pianificazione e controllo esecutivo.

“Quando questi sistemi cognitivi iniziano a deteriorarsi, la scrittura diventa più lenta, frammentata e meno coordinata” , osserva Matias. I ricercatori ritengono che il metodo possa diventare in futuro uno strumento pratico e poco costoso per il monitoraggio del declino cognitivo in ambulatori medici e strutture assistenziali. La tecnica, basata su semplici compiti di scrittura e strumenti digitali accessibili, potrebbe infatti integrarsi facilmente nella pratica clinica quotidiana senza necessità di apparecchiature particolarmente sofisticate. Gli autori sottolineano tuttavia che saranno necessari ulteriori studi su popolazioni più ampie e diversificate per confermare l` affidabilità del metodo nel lungo periodo e valutare l` influenza di fattori come farmaci o altre condizioni neurologiche. “L` obiettivo a lungo termine è sviluppare uno strumento semplice, rapido ed economico da utilizzare nella pratica sanitaria quotidiana” , conclude Matias.



Wed, 20 May 2026 01:38:00 GMT
Salute
Studio, le e-cig alla nicotina possono aiutare a smettere

AGI - Le sigarette elettroniche a pod con sali di nicotina possono aiutare i fumatori a smettere di fumare sigarette tradizionali riducendo al tempo stesso l` esposizione a sostanze tossiche legate al tabacco. È quanto emerge da uno studio clinico randomizzato pubblicato su JAMA Network Open da Jessica Yingst e Jonathan Foulds del Penn State College of Medicine.

Probabilità tre volte superiore

Dopo sei settimane, i fumatori che utilizzavano sigarette elettroniche con nicotina avevano una probabilità tre volte superiore di smettere rispetto a chi utilizzava dispositivi identici ma privi di nicotina. Il fumo di sigaretta resta la principale causa prevenibile di morte negli Stati Uniti, nonostante il numero di fumatori sia sceso a circa il 10 per cento della popolazione nel 2024. Secondo gli autori, la combustione del tabacco produce gran parte delle sostanze responsabili di tumori e malattie cardiovascolari, mentre la nicotina, pur causando dipendenza, non rappresenta il principale agente cancerogeno.

Lo studio ha coinvolto 104 adulti che fumavano più di quattro sigarette al giorno e che avevano espresso interesse a sostituire completamente il fumo tradizionale con la sigaretta elettronica. I partecipanti sono stati assegnati casualmente a un dispositivo con il 5% di nicotina o a un dispositivo identico privo di nicotina. Per sei settimane i ricercatori hanno monitorato biomarcatori di esposizione alle tossine del tabacco nelle urine e nell` alito, oltre a desiderio di fumare, sintomi di astinenza e consumo di sigarette. Il principale indicatore valutato era l` NNAL, un biomarcatore associato a un potente cancerogeno polmonare presente esclusivamente nel tabacco.

Secondo i risultati, entrambi i gruppi hanno mostrato una riduzione dell` esposizione alle sostanze tossiche, ma il gruppo che utilizzava sigarette elettroniche con nicotina ha registrato riduzioni più marcate. Al termine delle sei settimane, il 36,5% dei partecipanti che utilizzavano il dispositivo con nicotina aveva smesso completamente di fumare sigarette tradizionali, contro l` 11,5% del gruppo placebo.

“Per le persone che non sono riuscite a smettere con i farmaci approvati, questa ricerca suggerisce che il passaggio a una sigaretta elettronica alla nicotina è associato a una reale riduzione dell` esposizione a sostanze tossiche e favorisce la cessazione del fumo” , spiega Jessica Yingst, docente di Scienze della salute pubblica alla Penn State. Secondo gli autori, i dispositivi con sali di nicotina riescono a fornire livelli di nicotina simili a quelli delle sigarette tradizionali, riducendo il desiderio di fumare e i sintomi di astinenza.

“Il modo in cui viene somministrata la nicotina è importante” , osserva Yingst. “Le sigarette elettroniche alla nicotina soddisfano la voglia di fumare facilitando il passaggio lontano dalle sigarette combustibili” . Gli studiosi sottolineano tuttavia che il lavoro analizza soltanto gli effetti a breve termine e che saranno necessari ulteriori studi per valutare gli impatti nel lungo periodo. La ricerca è stata finanziata dal National Institute on Drug Abuse, dal National Cancer Institute, dal National Center for Advancing Translational Sciences e dalla Food and Drug Administration statunitense.



Tue, 19 May 2026 11:28:20 GMT
Salute, Komposer
Una pillola serale riduce le apnee ostruttive nel sonno

AGI - Una pillola orale assunta una volta a notte ha mostrato di ridurre significativamente le apnee ostruttive del sonno agendo direttamente sui meccanismi neuromuscolari che causano il collasso delle vie aeree durante il sonno. I risultati emergono dallo studio clinico di fase 3 SynAIRgy presentato all` ATS International Conference 2026 da Patrick John Strollo dell` University of Pittsburgh Medical Center e pubblicato sull` American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine. Il farmaco sperimentale AD109 ha migliorato la respirazione notturna e ridotto la deprivazione di ossigeno in pazienti che non tolleravano o rifiutavano la terapia CPAP.

Il trattamento attuale

L` apnea ostruttiva del sonno rappresenta una delle principali patologie respiratorie croniche legate al sonno ed è tradizionalmente trattata con la ventilazione a pressione positiva continua, la cosiddetta CPAP. Tuttavia molti pazienti non riescono a tollerare il dispositivo. AD109 combina due farmaci, aroxybutynin e atomoxetine, che agiscono sostenendo la muscolatura della gola e impedendo il cedimento delle vie respiratorie durante il sonno.

Lo studio ha coinvolto 646 adulti con apnea ostruttiva del sonno lieve, moderata o severa in 69 centri tra Stati Uniti e Canada per un periodo di sei mesi.
I pazienti trattati con AD109 hanno registrato una riduzione di circa il 44% dell` indice apnea-ipopnea, che misura il numero di interruzioni respiratorie per ora di sonno, rispetto al 18% osservato nel gruppo placebo. I ricercatori hanno inoltre osservato una riduzione dell` indice di desaturazione dell` ossigeno e del cosiddetto hypoxic burden, il carico di ipossia associato alla malattia.

Secondo gli autori, oltre il 40% dei pazienti ha migliorato la categoria di gravità della patologia e il 18% ha raggiunto un controllo completo della malattia.
“Questi risultati forniscono prove incoraggianti del fatto che intervenire sulla disfunzione neuromuscolare possa tradursi in benefici clinici significativi” , afferma Patrick John Strollo, specialista in medicina del sonno presso l` University of Pittsburgh Medical Center.

Il miglioramento è stato osservato in maniera consistente in pazienti con differenti livelli di gravità e differenti caratteristiche corporee

Il profilo di sicurezza del trattamento è stato giudicato accettabile. Gli effetti collaterali più frequenti includevano secchezza della bocca, nausea, insonnia e difficoltà urinarie. Circa il 21 per cento dei partecipanti ha interrotto la terapia a causa degli effetti indesiderati. Secondo Strollo, la disponibilità di una terapia orale potrebbe ampliare in modo significativo le opzioni terapeutiche per i pazienti con apnea ostruttiva del sonno oggi non trattati. Il farmaco ha ricevuto dalla Food and Drug Administration statunitense la designazione Fast Track e l` azienda Apnimed ha già presentato domanda di autorizzazione alla commercializzazione. La decisione della FDA potrebbe arrivare nel primo trimestre del 2027.



Tue, 19 May 2026 10:58:37 GMT
Salute, Komposer
Un farmaco per l'asma è anche un promettente antitumorale

AGI - Il montelukast, chiamato anche Singulair, comunemente utilizzato per il trattamento dell` asma, si è dimostrato anche un promettente aiuto contro i tumori aggressivi. A questa interessante conclusione giunge uno studio, pubblicato sulla rivista Nature Cancer, condotto dagli scienziati della Northwestern University. Il team, guidato da Bin Zhang, ha utilizzato un modello murino e dei tessuti umani per comprendere in che modo i tumori dirottino i globuli bianchi per eludere l` immunoterapia.

Nuova e pratica strategia

I risultati, commentano gli esperti, indicano una nuova e pratica strategia per migliorare il trattamento di tumori difficili da curare, come il carcinoma mammario triplo negativo, dove l` immunoterapia spesso fallisce. La molecola CysLTR1, nota per il suo ruolo nell` asma e nell` infiammazione, viene contrastata da farmaci come montelukast. Ora, i ricercatori hanno scoperto che molti tumori sfruttano il gene CysLTR1 per resistere alle terapie. Nello specifico, riportano gli studiosi, i tumori ingannano il sistema immunitario, inducendolo a favorire la propria crescita attraverso l` aumento di un gruppo di globuli bianchi chiamati neutrofili. Questo processo è controllato dalla molecola CysLTR1, che agisce come un interruttore di accensione/spegnimento.

“Quando abbiamo disattivato questo interruttore, geneticamente o con farmaci già esistenti – sottolinea Zhang – abbiamo rallentato la crescita del tumore e abbiamo osservato che il sistema immunitario recuperava la capacità di contrastare le neoplasie” . I ricercatori hanno combinato esperimenti su modelli murini, cellule immunitarie umane e campioni di tumori umani con l` analisi di ampi set di dati di pazienti oncologici. Sono stati considerati modelli di tumore al seno triplo negativo, melanoma, tumore ovarico, al colon e alla prostata.

Il gene è stato rimosso geneticamente o bloccato attraverso farmaci come il montelukast. In diversi animali, questo approccio migliorava la sopravvivenza e ripristinava la risposta all` immunoterapia, rallentando la crescita delle masse tumorali. “Questo approccio è davvero interessante – commenta Zhang – perché non ci limitiamo a rimuovere i globuli bianchi dannosi, ma li abbiamo trasformati, rieducando le cellule immunitarie dell` organismo a combattere il tumore” .

I risultati sono stati confermati in un set di dati su pazienti oncologici e con campioni prelevati da tumori umani. Le analisi hanno evidenziato che le persone con una maggiore attività di CysLTR1 erano associate a un tasso di sopravvivenza più limitato e una risposta scarsa all` immunoterapia. “I farmaci che bloccano il CysLTR1 sono già approvati – conclude Zhang – per cui potremmo essere in grado di avviare presto una sperimentazione clinica. Nei prossimi step ci concentreremo nel confermare il beneficio osservato nei pazienti per ottimizzare l` uso dei farmaci, in combinazione con l` immunoterapia e avviare studi clinici attentamente progettati” .



Tue, 19 May 2026 05:32:54 GMT
Salute, Komposer
Obesità in calo tra i giovani nei paesi ad alto reddito, allarme per i paesi più poveri

AGI - La narrazione globale sull` obesità si è spesso limitata a confronti generici misurati nell` arco di diversi decenni, privi però di un` analisi sistematica sulle sue reali dinamiche. Una svolta nella comprensione del fenomeno arriva da una monumentale ricerca dal titolo Obesity rise plateaus in developed nations and accelerates in developing nations pubblicata sulla rivista Nature, basata su 4.050 studi di popolazione che ha monitorato altezza e peso di ben 232 milioni di persone dal 1980 al 2024.

Il maxi-studio: segnali opposti tra Paesi ricchi e in via di sviluppo

Un maxi-studio che rivela dinamiche inattese: in Italia e in Europa occidentale si registrano i primi segnali di inversione di tendenza tra i più giovani, mentre nella maggior parte dei Paesi a basso e medio reddito (Africa, Asia e America Latina) la crescita annuale dell` obesità è aumentata. I risultati mostrano quindi un quadro sempre più differenziato.

Nei Paesi ad alto reddito – come Italia, Francia, Portogallo, Stati Uniti e Giappone – l` obesità infantile ha iniziato a rallentare o a stabilizzarsi già dagli anni 2000, con i primi segnali di diminuzione osservati proprio in Italia, Portogallo e Francia. Negli adulti, invece, questo fenomeno è emerso più tardi, ma in alcuni Paesi come Italia e Spagna iniziano a comparire possibili inversioni di tendenza.

Il dato più sorprendente riguarda i Paesi industrializzati. Nei bambini in età scolare e negli adolescenti di molte nazioni ad alto reddito, la crescita dell` obesità ha subito una decelerazione già nel corso degli anni ` 90. Successivamente, il fenomeno si è stabilizzato su un “plateau” , pur mantenendo ampie differenze: si va da una prevalenza standardizzata per età del 3-4% tra le ragazze in Giappone, Danimarca e Francia, fino al picco del 23% registrato tra i ragazzi negli Stati Uniti. In questo contesto, l` Europa continentale mostra segnali incoraggianti.

A partire dagli anni 2000, in alcuni Paesi occidentali – tra cui figurano Italia, Portogallo e Francia – si sono registrati i primi indizi di un lieve calo dell` obesità tra bambini e adolescenti. Tendenze simili sono state osservate anche in diverse nazioni dell` Europa centrale e orientale.

Negli adulti la frenata arriva più tardi

Per quanto riguarda la popolazione adulta, la frenata è arrivata con circa un decennio di ritardo rispetto a quella dei più giovani, stabilizzandosi o mostrando, in rari casi come la Spagna, una possibile e iniziale inversione di tendenza.

A questa importante collaborazione internazionale hanno contribuito anche i professori Antonio Paoli e Francesco Campa del dipartimento di Scienze biomediche dell` Università di Padova, fornendo oltre 2.000 record di dati raccolti secondo rigorosi standard metodologici. "Studi come questo, con dati standardizzati raccolti da un numero così elevato di soggetti, permettono di avere un quadro più chiaro di come si stia evolvendo l` epidemia di obesità del mondo – sottolinea Paoli – permettendo di capire se le strategie messe in atto da alcune nazioni siano efficaci o meno. Queste informazioni sono fondamentali per modulare sempre meglio gli interventi medici, sociali ed educativi".

Nei Paesi in via di sviluppo l` obesità accelera

Lo scenario cambia radicalmente se si volge lo sguardo alle economie in via di sviluppo. Nella maggior parte dei Paesi a basso e medio reddito (Africa, Asia e America Latina) la crescita annuale dell` obesità è aumentata nel tempo, superando nei numeri i dati storici delle nazioni più ricche.

Dinamiche così diversificate suggeriscono che i trend sociali, economici e tecnologici – capaci di influenzare la disponibilità , il prezzo e il consumo dei diversi alimenti – possono aver contribuito a contenere l` obesità nei Paesi ricchi. Urbanizzazione, marketing alimentare, disuguaglianze, riduzione dell` attività fisica e difficoltà di accesso a cibi sani giocano cioè un ruolo determinante.

Per invertire la rotta nei Paesi a basso e medio reddito, la ricerca evidenzia come siano ormai urgenti e indispensabili interventi mirati di politica sanitaria.



Sat, 16 May 2026 01:16:00 GMT
Salute
Depressione, per un rapido sollievo basta una dose di psilocibina

AGI - Un singolo dosaggio di psilocibina può fornire rapido sollievo contro la depressione. Questo interessante risultato emerge da uno studio, pubblicato sul Journal of American Medical Association Network Open, condotto dagli scienziati del Karolinska Institutet. Il team, guidato da Hampus Yngwe e Johan Lundberg, ha riportato i dati di una sperimentazione di fase II, nell` ambito della quale sono state coinvolte 35 persone di età compresa tra 20 e 65 anni affette da depressione ricorrente di grado moderato e grave.

I partecipanti sono stati divisi in due gruppi

Alcuni hanno ricevuto una singola dose di 25 mg di psilocibina mentre il gruppo di controllo ha assunto un placebo sotto forma di niacina, una vitamina che provoca una reazione fisica evidente. Entrambi i sottogruppi hanno ricevuto supporto psicologico, prima, durante e dopo il trattamento. La depressione, spiegano gli esperti, rappresenta un problema di salute pubblica che può causare grande sofferenza. I farmaci SSRI sono il trattamento più comune, ma molti pazienti non ne traggono beneficio. Inoltre, il loro effetto può impiegare diverse settimane per manifestarsi e gli effetti collaterali sono frequenti.

La sostanza è presente nei funghi allucinogeni

La letteratura scientifica suggerisce che la psilocibina, presente nei funghi allucinogeni, possa avere esiti antidepressivi, ma la maggior parte delle ricerche precedenti era correlata all` analisi su pazienti oncologici. In questo lavoro, i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di sdraiarsi e concentrarsi interiormente indossando una mascherina per gli occhi e ascoltando musica tramite cuffie. Le misurazioni sono state effettuate da medici che non erano a conoscenza del trattamento somministrato ai singoli partecipanti a distanza di 8, 15, 42 e 365 successivi alla somministrazione.

Efficacia significativa

I risultati hanno mostrato un` efficacia significativa del trattamento, che ha favorito un calo di 9,7 punti nella scala di misurazione della depressione utilizzata nell` ambito dello studio, a fronte dei 2,4 punti riscontrati nel gruppo di controllo. La differenza era statisticamente significativa ed è considerata clinicamente rilevante. I sondaggi compilati dai partecipanti hanno evidenziato un effetto antidepressivo già dal secondo giorno, ed è persistito per poco più di tre mesi rispetto a chi aveva ricevuto il placebo. Dopo sei settimane, il 53 dei partecipanti al gruppo trattato con psilocibina era in remissione, rispetto al sei per cento del gruppo placebo.

A distanza di un anno, la stessa percentuale del gruppo trattato con psilocibina era ancora in remissione, ma non si osservavano più differenze significative tra i gruppi. “I nostri risultati – afferma Yngwe – suggeriscono che la psilocibina può fornire un miglioramento rapido e clinicamente significativo nella depressione e può rappresentare un` alternativa al trattamento standard quando è importante una rapida riduzione dei sintomi. Tuttavia, gli effetti a lungo termine sono incerti. Potrebbero essere necessari trattamenti ripetuti per prevenire le ricadute.

Trattamento ben tollerato

“Il trattamento è stato generalmente ben tollerato – sottolinea Lundberg – la maggior parte degli effetti collaterali è stata di lieve o moderata entità , o transitoria. Due partecipanti hanno riportato ansia grave e persistente che ha richiesto assistenza medica. È importante sottolineare che il trattamento non è privo di rischi e che alcuni pazienti potrebbero aver bisogno di un supporto aggiuntivo” . Nei prossimi step, gli scienziati analizzeranno i dati raccolti tramite scansioni PET, campioni di sangue e liquido cerebrospinale per valutare gli effetti fisici del farmaco. “Le ricerche suggeriscono che l` interazione tra le diverse aree del cervello sia compromessa nella depressione – conclude Yngwe – e che ciò possa essere collegato a cambiamenti nelle connessioni tra le cellule nervose, o sinapsi. Vogliamo indagare se la psilocibina possa alterare la densità sinaptica nel cervello” .



Fri, 15 May 2026 09:18:42 GMT
Salute, Komposer
Carne rossa, da risorsa evolutiva a "rischio globale"

AGI - La carne rossa, alimento cruciale nell` evoluzione umana per milioni di anni, potrebbe oggi contribuire alla diffusione di malattie croniche e all` aggravarsi della crisi ambientale globale. È quanto sostiene una revisione interdisciplinare coordinata da Juston Jaco, Kalyan Banda, Ajit Varki e Pascal Gagneux e pubblicata su The Quarterly Review of Biology, che ricostruisce circa tre milioni di anni di rapporto tra ominidi e consumo di carne.

Secondo gli autori, i primi ominidi iniziarono a integrare alimenti di origine animale in una dieta prevalentemente vegetale già prima della comparsa del genere Homo. La ricerca mette in discussione l` idea secondo cui gli esseri umani primitivi privilegiassero soprattutto la carne magra. Midollo osseo, grassi, organi e tessuti cerebrali sarebbero stati probabilmente più importanti per l` elevata densità calorica e per il contenuto di lipidi essenziali utili allo sviluppo del cervello.
“L` importanza culturale della carne rossa nelle moderne diete euro-americane, tipicamente incentrate su bistecche e arrosti, riflette ideali e pregiudizi che influenzano le ipotesi sulle diete dei primi ominidi” , osservano gli autori.

La revisione contesta anche alcune teorie tradizionali sul ruolo della carne nello sviluppo cerebrale umano

Secondo i ricercatori, le proteine da sole non rappresentano una fonte energetica ideale per il cervello e il successo evolutivo umano sarebbe derivato piuttosto da una strategia alimentare ampia e flessibile, capace di combinare risorse vegetali e animali. Lo studio individua un punto di svolta nella rivoluzione agricola di circa 10-12 mila anni fa. Sebbene l` agricoltura abbia aumentato la disponibilità di cibo, avrebbe ridotto la diversità alimentare, favorendo per esempio la diffusione della carenza di ferro nelle popolazioni che basavano l` alimentazione soprattutto sui cereali.

Gli autori evidenziano però soprattutto gli effetti del moderno consumo industriale di carne rossa

Ampi studi epidemiologici associano infatti il consumo di carne rossa e lavorata a un maggiore rischio di malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, tumore del colon-retto e mortalità generale. La revisione ricorda che l` Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro classifica la carne lavorata come cancerogena di gruppo 1 e la carne rossa non lavorata come probabilmente cancerogena.

Il lavoro analizza anche un possibile meccanismo molecolare esclusivamente umano chiamato “xenosialite” . Gli esseri umani hanno perso circa due milioni di anni fa la capacità di produrre la molecola zuccherina Neu5Gc, ancora abbondante nelle carni rosse comunemente consumate. Una volta ingerita, questa sostanza può incorporarsi nei tessuti umani e interagire con anticorpi del sistema immunitario, generando un` infiammazione cronica di basso grado che, secondo gli autori, potrebbe favorire aterosclerosi, tumore del colon-retto e forse anche declino cognitivo.

La revisione affronta inoltre gli impatti ambientali dell` allevamento intensivo, responsabile di circa il 15% delle emissioni globali di gas serra, oltre che di deforestazione, contaminazione delle acque e diffusione della resistenza agli antibiotici. Gli autori precisano che il lavoro non intende promuovere l` eliminazione totale della carne rossa dall` alimentazione, ma inserire il consumo contemporaneo in un contesto storico ed evolutivo più ampio. “La natura, la portata e il contesto del consumo di carne rossa odierno differiscono drasticamente da quelli del nostro passato evolutivo” , concludono i ricercatori.