Selezione News DISINFORMATICO (blog by Attivissimo.net)
MAGGIO 2020

2020-05-29T23:46:00.000+02:00

Avventurette in auto elettrica: non ho più un’auto a carburante

Il 26 maggio scorso ho fatto rifornimento di carburante a un’auto di mia proprietà per l’ultima volta. Di ritorno da un viaggio di famiglia a La-Chaux-de-Fonds, in Svizzera, ho scattato questa foto ricordo di una tappa simbolica importante nel mio percorso di abbandono dell’auto a carburante per passare completamente all’auto elettrica. Ora capirete perché non faccio mai selfie :-)

A causa della pandemia e per varie altre ragioni di lavoro e di famiglia, questo viaggio è stato il primo significativo che ho fatto con quest’auto da febbraio 2020 (anzi, è stato il primo con qualunque veicolo da allora). Si tratta di una Opel Mokka 1.4 con cambio automatico, affettuosamente soprannominata Petula per via dei suoi cicalini continui e petulanti, acquistata quattro anni fa per iniziare la transizione alla guida assistita e senza cambio. Ho quindi deciso di venderla privatamente tramite il Touring Club Svizzero, che ha un servizio di vendita molto interessante: si occupano loro di tutto.

Non ho ancora deciso se e come sostituirla, ma di certo la vendo e non avrò mai più un’auto a carburante fossile. Prenderò una decisione finale tra pochi giorni, dopo un’ultima serie di prove delle possibili candidate elettriche. Per ora resto con la mia piccola iOn elettrica come unico veicolo. Non c’è fretta: tanto per ora non si va lontano, purtroppo.

In quattro anni, dal 10 giugno 2016, ho fatto con Petula 89.491 chilometri e speso 9892,52 CHF per 6440 litri di benzina, per un costo al km di 0,111 CHF/km e un consumo effettivo di 13,85 km/litro. Ho inoltre speso 2406.35 CHF in manutenzione (cambi gomme, tagliandi, cambi olio).

Oggi (29 maggio) ho consegnato la Mokka al TCS per la messa in vendita. Per la prima volta da quando sono diventato maggiorenne, non ho più un’auto a carburante. Fa un effetto strano. Dopo due anni di esperimenti con la piccola iOn, mi sento pronto ad affrontare questa nuova tappa di un percorso iniziato nel 2015 con una pazzia che mi ha fatto innamorare.

Il dado è tratto: d’ora in poi, solo auto elettriche. Troppo divertenti, scattanti, silenziose, economiche e dannatamente pratiche. Non è una scelta adatta a tutti, ma per il mio caso credo proprio di sì . Spero di non sbagliarmi.

La mia ultima auto a pistoni.

Goodbye, Petula. Sei stata una brava auto.



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2020-05-29T18:52:00.000+02:00

Puntata del Disinformatico RSI del 2020/05/29

È disponibile la puntata di stamattina del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, condotta da me insieme a Tiki. Da oggi torna lo streaming video.

Podcast solo audio: link diretto alla puntata.

Argomenti trattati:

Podcast audio precedenti: archivio sul sito RSI, archivio su iTunes e archivio su TuneIn, archivio su Spotify.

App RSI (iOS/Android): qui.

Video (con musica): lo troverete a breve nell’archivio.

Archivio dei video precedenti: La radio da guardare sul sito della RSI.

Buona visione e buon ascolto!


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2020-05-29T10:48:00.003+02:00

Giochini nascosti nei browser

Se volete divertirvi a sorprendere i vostri amici o colleghi con la profondità del vostro sapere informatico o semplicemente intrattenere i vostri figli con un videogioco a sorpresa, Lifehacker ha pubblicato una serie di easter egg, ossia di chicche nascoste nei programmi che utilizziamo comunemente e in particolare nei browser dei nostri computer.

In Google Chrome, per esempio, potete digitare chrome://dino: comparirà il consueto messaggio d’errore con icona di dinosauro che compare quando non c‘è connessione a Internet, anche se in realtà la connessione c’è . Se premete la barra spaziatrice, partirà un giochino: il dinosauro si metterà a correre e dovrete premere la barra spaziatrice per fargli saltare i cactus e accumulare punti.

Se usate Mozilla Firefox potete invece fare clic destro sulla barra strumenti, scegliere Personalizza e trascinare tutte le icone (tranne lo spazio flessibile) al menu Extra come mostrato qui sotto: vedrete comparire un pulsante con una piccolissima icona di unicorno in basso.


Se cliccate sul pulsante con l’icona dell’unicorno, potrete giocare a una bizzarra variante del classico gioco Pong: l’icona dello spazio flessibile in alto diventa la vostra “racchetta” , da spostare usando i tasti freccia orizzontali, e al posto della pallina farete rimbalzare degli unicorni. Non chiedetemi perché .

Per Microsoft Edge, invece, basta digitare edge://surf nella versione più aggiornata e potrete fare surf usando i tasti freccia orizzontali per spostarvi e il tasto freccia giù per accelerare. Se riuscite a raccattare un fulmine verde, potrete anche premere il tasto F per accelerare. Buon divertimento!
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2020-05-29T10:22:00.000+02:00

5GBioshield: il dispositivo da 380 euro che promette protezione contro il 5G è una chiavetta da 5 euro con un adesivo

La storia si ripete. Quando fu introdotta la telefonia mobile, spuntarono come funghi presunti dispositivi di “protezione” contro gli altrettanto presunti effetti nocivi. Ve la ricordate la “coccinella antiradiazioni universale” , che in realtà non assorbiva affatto le radiazioni dei telefonini e fu quindi condannata per pubblicità ingannevole? Era dicembre del 2000, ricorda Maxkava.

Sono passati vent’anni, la tecnologia è cambiata, ci siamo tutti abituati a usare la telefonia mobile ma i venditori di finti rimedi continuano a inventarsi nuove trovate.

Le preoccupazioni per l’introduzione della telefonia mobile 5G espresse da alcune persone (ma non dagli esperti del settore) hanno ispirato i venditori di 5GBioshield, che propongono un dispositivo che “fornisce protezione alla tua casa e alla tua famiglia grazie a un catalizzatore a nano-strati olografici indossabili... grazie a un processo di oscillazione quantistica... bilancia e riarmonizza le frequenze disturbanti che emergono dalla nebbia elettrica indotta da dispositivi come laptop, telefoni cordless, wi-fi, tablet, eccetera” .

La descrizione è pura fuffa pseudoscientifica, mentre il prezzo di questo prodigioso apparecchio è da fantascienza: ben 380 euro.

Gli esperti di Pen Test Partners ne hanno acquistato uno e hanno scoperto che si tratta semplicemente di una chiavetta USB da 128 megabyte (non giga; mega) dotata di un comune adesivo. Un oggetto che non solo non ha alcuna funzione protettiva, ma costa al massimo cinque euro.

I venditori dicono di avere “ricerche” che confermano l’efficacia del loro prodotto, ma non hanno detto quali. La vendita dell’oggetto è stata bloccata nel Regno Unito dalle autorità di difesa dei consumatori.

Questo non ha impedito ai membri di alcuni movimenti anti-5G di lodare le doti di questo dispositivo, per esempio in questo rapporto del comitato consultivo del consiglio comunale di  Glastonbury, sempre nel Regno Unito, uscito prima del blocco delle vendite. Uno degli acquirenti dice che ora che l’ha acquistato dorme meglio e sogna di più . Probabilmente dormono meglio anche gli inventori di quest’oggetto, sognando il proprio conto in banca sul quale si accumulano i soldi di chi crede alle loro parole prive di fondamento.


Fonte aggiuntiva: Butac.it.
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2020-05-29T08:53:00.000+02:00

EasyJet annuncia un “incidente di sicurezza informatica” : cosa fare?

Sono arrivate tante segnalazioni a proposito delle mail, ricevute da clienti EasyJet, nelle quali la compagnia aerea annuncia di aver subì to un “incidente di sicurezza informatica” che ha coinvolto circa nove milioni di clienti, di cui 480.000 in Svizzera.

La mail proviene effettivamente da Easyjet e include un link personalizzato che porta a una pagina del sito della compagnia aerea che contiene le stesse informazioni.

Il testo è piuttosto rassicurante e solitamente dice che “I dati del tuo passaporto e carta di credito non sono stati coinvoli [sic], ma sono state consultate informazioni del luogo di partenza, la destinazione di viaggio, la data di partenza, il numero di riferimento della prenotazione, la data di prenotazione e il valore della prenotazione.”

Ma il testo non è uguale per tutti: se l’avete ricevuto, leggetelo attentamente, perché l’esperto di sicurezza informatica Graham Cluley segnala che alcuni clienti hanno ricevuto una variante della mail che dice chiaramente che sono stati trafugati anche “dettagli di carte di credito (compresa la scadenza e il CVV)” . Se è questa la vostra versione, vi conviene far bloccare subito la carta di credito che avete usato e che è indicata nella mail.

Un altro aspetto interessante è che la fuga di dati è stata annunciata il 19 maggio, ma non viene precisato il momento in cui è avvenuto effettivamente l’attacco, che a quanto pare risale a un paio di mesi prima: chi ha ricevuto la mail con l’allerta riguardante la carta di credito l’ha infatti vista comparire nella propria casella di posta a fine marzo.

Ma come è possibile che EasyJet si sia fatta rubare i CVV? Questi dati normalmente non vengono conservati dai negozi online, e quindi è molto strano che la compagnia parli di trafugamento di questi codici di autorizzazione. L’ipotesi più probabile è che il sito di Easyjet sia stato attaccato e alterato in modo da installarvi un software (per esempio Magecart) che intercettava i dati di pagamento durante le prenotazioni. Non sarebbe la prima volta: la stessa cosa è successa a British Airways a ottobre 2018.

Comunque stiano le cose, resta valido il consiglio della compagnia aerea di fare molta attenzione a possibili tentativi di furto di password o dati personali da parte di truffatori che si spacciano per EasyJet via mail o per telefono. Conoscendo la spavalderia dei criminali, è probabile che tentino addirittura di presentarsi come addetti ai rimborsi e vi chiedano i dati della carta di credito per un presunto risarcimento. Non cascateci.
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2020-05-29T08:24:00.000+02:00

Pubblico virtuale per gli stadi, grazie a un’app

Ci vorrà ancora parecchio tempo prima che gli eventi sportivi possano avere di nuovo un pubblico fitto, e alle squadre non piace certo disputare partite o gare senza sentire l’incoraggiamento della folla. Ma la tecnologia sta provando a metterci una pezza: Yamaha ha annunciato Remote Cheerer, un’app che consente ai tifosi di trasmettere le proprie espressioni di sostegno o contestazione direttamente da casa facendole riecheggiare nell’impianto sportivo come se fossero lì .

Durante una prova generale del sistema, allo stadio giapponese Shizuoka da 50.000 posti sono stati piazzati 58 altoparlanti, che hanno diffuso le reazioni dei tifosi partecipanti all’esperimento. Non solo applausi e fischi, ma anche cori da stadio delle singole squadre, provenienti dalle varie zone dello stadio nelle quali normalmente sarebbero seduti i vari sostenitori.

Pandemia a parte, questa applicazione consente anche la partecipazione di chi non può recarsi materialmente all’evento per qualunque altra ragione più convenzionale, dalla distanza al ricovero in ospedale agli impegni di famiglia o di lavoro.


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2020-05-29T08:06:00.002+02:00

Aggiornamenti da fare e da NON fare: MacOS, Safari, Windows 10

Conviene aspettare.
Mi capita spesso di segnalare la necessità di fare aggiornamenti di sicurezza ad applicazioni e sistemi operativi. Mi capita meno spesso di dover segnalare di non fare uno di questi aggiornamenti.

Se siete utenti MacOS, l’aggiornamento è da fare per adottare la versione 10.15.5 (Catalina) ma anche per le versioni precedenti (10.14 Mojave e 10.13 High Sierra). Serve a correggere 46 falle importanti del sistema operativo (una si attiva semplicemente aprendo un documento PDF).

In più ci sono nove correzioni per Safari: molte delle falle corrette consentivano di prendere il controllo almeno parziale del Mac semplicemente visitando una pagina Web appositamente confezionata.

Ci sono anche varie migliorie generali in MacOS, in particolare nella gestione della batteria, che può ora essere caricata automaticamente a meno del livello massimo: questo accorcia l’autonomia consentita dalla singola carica, ma fa durare più a lungo negli anni la batteria.

Se invece siete utenti Windows, in particolare di Windows 10, aspettate a fare l’aggiornamento massiccio denominato 20H1 o 2004 o semplicemente “quello di maggio 2020” , perché c’è almeno una decina di potenziali problemi che possono verificarsi durante l’aggiornamento. Microsoft stessa raccomanda di lasciare che sia Windows stesso a proporvi di aggiornarsi, senza forzare l’aggiornamento. Bisogna infatti aspettare che i produttori di vari componenti (in particolare schede audio o schede grafiche) aggiornino i propri driver.

Come sempre, non dimenticate di fare una copia dei vostri dati prima di avviare qualunque aggiornamento importante.


Fonti aggiuntive: The Register, Ars Technica, Punto Informatico, Zeus News.
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2020-05-28T20:38:00.000+02:00

App Immuni, aspetti tecnici e giuridici aggiornati

Dopo questo mio primo articolo/video su Immuni, torno a parlare di quest’app con alcuni aggiornamenti in questo video della conferenza tenuta online grazie alla Fondazione UPAD e al Movimento Universitario Altoatesino insieme al consulente su privacy e GDPR Patrick Lazzarotto, con la moderazione di Pietro Calò , membro del Senatus della Fondazione.

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2020-05-26T10:01:00.002+02:00

App anti-coronavirus svizzera disponibile subito in anteprima

SwissCovid, l’app svizzera di aiuto alla gestione della pandemia da coronavirus, è disponibile subito in versione di anteprima qui sul Google Play Store. La versione iOS non è ancora disponibile nell’App Store di Apple.

La Svizzera diventa così il primo paese al mondo a usare un’app di tracciamento di prossimità basata sul supporto software sviluppato appositamente da Apple e Google.

Ne ho descritto le caratteristiche, i criteri e il funzionamento generale in questo articolo e in questo: vi consiglio di leggerli perché contengono già le risposte alle domande più frequenti, così eviterete di rifarle.

Ieri (25 maggio) è scattata la fase di test pilota ufficiale dell’app. Dal 28 maggio dovrebbe essere disponibile a tutti il codice sorgente definitivo per un test pubblico di sicurezza.

Queste sono le schermate iniziali di installazione (in italiano perché l’app usa per default la lingua usata dal telefono dell’utente), in ordine di apparizione.

Si comincia con una serie di schermate introduttive:






Poi viene chiesto di ignorare l’ottimizzazione della batteria in modo da consentire all’app di essere sempre attiva, anche quando è in background. Questo fa aumentare il consumo della batteria “soltanto leggermente” .




Ho dato il mio consenso:



Poi l’app mi ha chiesto il permesso di attivare il tracciamento:



Ho accettato:



L’installazione finisce ringraziando ( “Grazie che ci aiuti a proteggere te e gli altri” ) e chiedendomi di avviare l’app.



Al primo avvio c’è una segnalazione d’errore: “non ci sono dati aggiornati” .



Dettagli sull’errore e info di contorno:



Pochi secondi dopo l’errore scompare e il tracciamento si attiva.



Il tracciamento è disattivabile in qualunque momento andando nella sezione Incontri:




Toccando la I cerchiata nella schermata iniziale si possono leggere queste info sull’app, su chi la pubblica e su chi l’ha realizzata, insieme al numero di versione.



Vi terrò aggiornati se ci saranno novità .


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2020-05-24T13:14:00.000+02:00

Storie di Scienza: Come vedere i continenti su mondi di altre stelle

Simulazione di un’immagine di un
esopianeta tramite un telescopio
a lente gravitazionale
(NASA/JPL-Caltech/Slava Turyshev)
Gli esopianeti, ossia i mondi che orbitano intorno alle stelle lontane, sono oggetti incredibilmente difficili da osservare. Non è solo questione di distanze cosmiche inimmaginabili: un esopianeta si perde nel bagliore intensissimo della sua stella. Osservarlo è come tentare di vedere una lucciola mentre abbiamo un fanale d’automobile puntato dritto negli occhi. È così difficile che finora siamo riusciti a fatica a scorgere alcuni di questi esopianeti come vaghi puntini.

Immaginate ora di avere uno strumento che vi consenta di vedere i dettagli di questi esopianeti: non solo le forme dei loro continenti e oceani, se ne hanno, ma anche di scorgere variazioni stagionali o eventuali grandi strutture costruite da entità intelligenti: una città , per esempio. Vedere questi pianeti non più come macchioline indistinte ma come luoghi, che hanno una geografia precisa da esplorare, sarebbe una rivoluzione non solo tecnologica ma anche culturale: ci renderebbe molto chiaro il concetto che la Terra è solo uno di un numero infinito di mondi.

Questo strumento è già realizzabile adesso, con le tecnologie esistenti o con loro affinamenti: si chiama Solar Gravity Lens, e funziona usando una tecnica affascinante. La sua lente primaria, infatti, è una stella intera: specificamente il Sole.

Costruire un telescopio tradizionale con una risoluzione sufficiente a vedere dettagli della superficie di un esopianeta a 100 anni luce dalla Terra è ben al di sopra delle nostre attuali capacità , dato che le inesorabili leggi dell’ottica obbligherebbero a creare uno specchio primario con un diametro di 90 chilometri. Ma possiamo “barare” grazie ad Einstein.

Infatti i campi gravitazionali, per esempio quello prodotto dal nostro Sole, deflettono la luce, come previsto da Einstein nel 1913, dimostrato spettacolarmente durante l’eclissi solare del 29 maggio 1919 e calcolato dal grande fisico in una sua pubblicazione su Science del 1936.

Non è pura teoria: gli astronomi hanno già osservato concretamente questo fenomeno, noto come gravitational lensing o lente gravitazionale, nelle immagini di galassie lontane, il cui aspetto risulta deformato perché la loro luce arriva a noi passando nelle vicinanze di un altro corpo celeste di grande massa (per esempio un’altra galassia relativamente più vicina).

La galassia rossastra al centro distorce la luce proveniente dalla galassia azzurra che le sta “dietro” dal punto di vista della Terra, formando un anello di Einstein. Immagine del telescopio spaziale Hubble, 2011 (ESA/Hubble/NASA).


Questa distorsione può essere sfruttata anche per ingrandire enormemente un oggetto lontanissimo come una galassia ai limiti dell’universo conosciuto (11,7 miliardi di anni luce, grazie ad ALMA) oppure un esopianeta. Secondo gli sviluppatori del progetto SGL, per sfruttare il Sole come “lente d’ingrandimento” occorre piazzare un telescopio da un metro (quindi più piccolo di Hubble) nel “punto focale” del nostro Sole. Un telescopio del genere sarebbe in grado di ottenere immagini di esopianeti situati a 30 parsec (circa 100 anni luce) con una risoluzione di dieci chilometri. Le basi concettuali di questo ipertelescopio furono gettate da Von R. Eshleman e approfondite dall’astronomo italiano Claudio Maccone e altri.

C’è un piccolo problema, però . Per un esopianeta a 100 anni luce, il punto focale del Sole, quello che consentirebbe di usare questo globo termonucleare largo 1,4 milioni di chilometri come il più esagerato dei teleobiettivi, si trova a 97 miliardi di chilometri dalla Terra. Sedici volte più lontano di Plutone. La sonda Voyager 1 ci ha messo 40 anni per arrivare a circa un quinto di quella distanza.

Chiaramente nessuno vuole aspettare duecento anni, per cui bisogna trovare un modo un po’ piu rapido di viaggiare nello spazio. Per fortuna esiste, e sfrutta di nuovo il Sole: al posto di motori a propellente chimico si può usare la gravità solare, lanciando il veicolo verso il Sole (con un vettore convenzionale) ma passandogli vicino in modo da riceverne un impulso di accelerazione, e si possono adottare le vele solari. Si tratta di enormi superfici ultrasottili che ricevono la tenuissima spinta della luce solare (sì , la luce esercita una pressione di radiazione misurabile e misurata da circa cent’anni). Questa spinta è costante, per cui un veicolo spaziale dotato di vele solari continuerebbe ad accelerare per tutto il tempo invece di avere solo il breve spunto iniziale dei razzi tradizionali. Il risultato è che una vela solare che trasportasse un telescopio raggiungerebbe la distanza di 97 miliardi di chilometri in circa venticinque anni.

Arrivato alla distanza giusta e nella posizione corretta, il telescopio SGL punterebbe i suoi sensori in direzione del Sole, schermandone però la luce con un coronografo: una barriera fisica circolare posta davanti al telescopio. È lo stesso principio che usiamo quando copriamo una luce intensa con la mano per poter vedere gli oggetti fiochi nelle vicinanze. In teoria si potrebbe usare al posto del Sole qualunque altro corpo celeste dotato di notevole massa ed eliminare il problema del bagliore della corona solare, ma questa soluzione renderebbe impraticabilmente grande la distanza focale da raggiungere.

Questo permetterebbe al telescopio di captare l’immagine di un esopianeta, distorta in un anello di Einstein, piazzandosi in modo da avere il Sole esattamente allineato con quell’esopianeta. In realtà l’anello sarebbe doppio: uno conterrebbe la luce proveniente da una singola area di circa 10 km di diametro dell’esopianeta, mentre l’altro conterrebbe la luce di tutto il resto del mondo alieno. Spostando leggermente il telescopio di circa un chilometro nelle varie direzioni si cambierebbe la zona dell’esopianeta “inquadrata” dal primo anello e quindi si potrebbe fare una lenta scansione di tutta la sua superficie. Osservando queste distorsioni per sei mesi ed elaborando circa un milione di immagini raccolte, sarebbe possibile escludere la luce della corona solare e ottenere un’immagine simile a quella (simulata) mostrata all’inizio di quest’articolo, eliminando persino le eventuali nuvole.

Oltre all’immagine della superficie, questo telescopio farebbe anche spettroscopia dell’esopianeta, consentendo di conoscere la composizione chimica della sua eventuale atmosfera. Se una civiltà aliena lo facesse con noi, puntando un telescopio a lente gravitazionale solare verso la Terra, potrebbe rilevare il repentino aumento della CO2 atmosferica e di altri inquinanti e dedurne la presenza di attività industriali da parte dei poco lungimiranti abitanti del pianeta.

Costruire un telescopio SGL è insomma una sfida ingegneristica notevolissima e comporta una precisione di navigazione eccezionale (il telescopio va piazzato al centro di un piano che misura 1 km per 1 km, a 90 miliardi di km dalla Terra) e difficoltà di radiocomunicazione senza precedenti, ma non richiede nulla che non sappiamo già .

Una flotta di questi telescopi, piazzati in vari punti e a varie distanze dal Sole, potrebbe osservare tutti i pianeti situati a meno di 100 anni luce dalla Terra (per via della struttura di un telescopio SGL, ne occorre uno dedicato a ogni singolo esopianeta). Nel giro di qualche decennio conosceremmo molto meglio il nostro vicinato e i nostri eventuali vicini.

Strada facendo, inoltre, questa flotta raccoglierebbe anche informazioni sulla natura del nostro sistema solare, analizzando l’eliosfera nella quale si muovono tutti i pianeti e cercando oggetti della Fascia di Kuiper. Permetterebbe inoltre di osservare onde gravitazionali e, grazie alla parallasse, potrebbe misurare la posizione precisa di ogni singola stella della nostra Galassia.

Il progetto attuale propone di usare sonde molto piccole con vele solari di dimensioni realisticamente fattibili (16 pannelli da 1000 metri quadri ciascuno) e di ridurre i costi lanciando queste sonde in ride sharing, ossia come carico aggiuntivo di altre missioni, evitando così il costo di un vettore di lancio dedicato come l’onerosissimo SLS.

Se tutto questo vi sembra troppo fantascientifico, soprattutto in un momento in cui facciamo fatica persino a uscire di casa in sicurezza, considerate che la NASA è interessata a questo concetto abbastanza da finanziarne le ricerche con 2 milioni di dollari dai fondi del programma NIAC (NASA Innovative Advanced Concepts).

E se l’idea di poter vedere i continenti di mondi lontanissimi vi pare irrealizzabile, tenete presente che a molti sembrava impossibile poter ottenere un’immagine di un buco nero. Poi è successo questo, usando un radiotelescopio virtuale grande quanto la Terra.

Credit: Event Horizon Telescope Collaboration.


L’ambizione degli astronomi di costruire strumenti sempre più grandi non conosce limiti. Un telescopio SGL lungo 90 miliardi di chilometri non è certo il limite della loro creatività nel trovare modi nuovi di estrarre informazioni dall’Universo. Che ne dite, per esempio, di un rivelatore di onde gravitazionali grande come una galassia? Ma questa è un’altra storia.


Fonti aggiuntive: Planetary Society; Planetary Science Vision 2050 Workshop 2017; Direct Multipixel Imaging and Spectroscopy of an Exoplanet with a Solar Gravity Lens Mission; Putting gravity to work: Imaging of exoplanets with the solar gravitational lens. Questo articolo fa parte delle Storie di Scienza: una serie libera e gratuita, resa possibile dalle donazioni dei lettori. Se volete saperne di più , leggete qui. Se volete fare una donazione, potete cliccare sul pulsante qui sotto. Grazie!



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